Noi, i nostri comportamenti, la guerra

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I modi consueti del nostro comportamento, e in special modo del nostro comportamento relazionale, possono dirci qualcosa rispetto ai valori che ci guidano e ai principi che ci ispirano. Certi modi di agire e interagire ordinari – quelli, cioè, che abitualmente pratichiamo e vediamo praticare –, con i modi di pensare che ne sono alla base, possono essere intesi come sintonici con il clima generale di surriscaldamento bellico in cui siamo. Una buona domanda, che resterà senza risposta, è se essi possano – al di là delle intenzioni – costituire anche un buon mezzo di coltura o addirittura diffusione per i semi di guerra. Potremmo tranquillizzarci, da questo punto di vista, pensando alla contrarietà all’escalation bellica espressa dalla grande maggioranza dei cittadini nostrani. Ma alcune considerazioni possono essere fatte, se concordiamo con l’idea che, in una qualche misura e in una qualche forma, i modi consueti e diffusi di fare possano trasferirsi da un campo a un altro dell’esistenza.

Scrive Zygmunt Bauman che «tutte le nostre concezioni della logica e del buon senso, o le più diffuse tra esse, sono tendenzialmente prassomorfiche» (Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, trad. it. Laterza, 2011, p. 4): le prassi umane, cioè quello che noi abitualmente facciamo e tendiamo a fare e il modo in cui sappiamo farlo, costituiscono una lente attraverso la quale noi guardiamo la realtà, e questa “natura prassomorfica” della percezione ci porta «a scoprire, là fuori nel mondo, quello che abbiamo imparato a fare e facciamo qui a casa, e quello che nella nostra testa […] rappresenta l’immagine di come sono veramente le cose» (ivi, p. 6). Aggiungerei che, a stare sotto a tutto, incluse le prassi umane, vi sono modi di pensare, di concepire, di concettualizzare: modi che sono rinforzati dalla pratica assidua delle consuetudini di comportamento che li inverano. Ad ogni modo, ciò che ora dobbiamo fare è chiederci se vi siano, nella nostra società, modi di comportarsi nelle interazioni umane che possiamo individuare come ampiamente agiti e tipici.

Porterò qui solo un caso, tratto da un campo dell’esperienza molto lontano da quello bellico: sto parlando delle “conversazioni” sui social network. Per molti motivi, sarebbe un errore pensare di generalizzare alla vita offline, prendendole tal quali, le modalità interattive e gli atteggiamenti visibili nell’online. Tuttavia, con le dovute cautele, potremmo considerare i social come uno schermo su cui poter rilevare, in forma amplificata (ma anche in parte distorta da fattori tipici dell’interazione via social), certe tendenze di comportamento, modi di pensare e valori. Inoltre, possiamo immaginare che l’interagire su e attraverso questi mezzi sia divenuto una pratica abituale per molti: seguendo il ragionamento di Bauman sopra riportato, possiamo allora anche ipotizzare che essa possa fare da lente attraverso la quale andiamo «a scoprire, là fuori nel mondo, quello che abbiamo imparato a fare e facciamo qui a casa» (ibidem). Sicuramente tutti ricordano la terribile vicenda della piccola Diana, morta di stenti dopo essere stata lasciata in casa da sola, per giorni, da sua madre. Voglio qui portare l’attenzione sulla qualità della generalità dei commenti a post e articoli che affrontavano questo atroce fatto. Lo stile era questo: “ci vorrebbe la pena di morte, con una morte molto lenta e il più atroce possibile”, “raccogliamo le firme per darle una pena esemplare e vendicare la figlia”, “che viva tra torture e dolori atroci. Troppo comodo crepare”. Affermazioni spesso accompagnate da dichiarazioni circa la propria sensibilità (“non riesco a leggere l’articolo: troppo doloroso”) e riguardo la possibilità che la donna fosse sottoposta a perizia psichiatrica: “non bisogna darle la giustificazione del disturbo mentale, ma solo punirla”, “non è disturbata ma solo malvagia, un mostro”. Commenti di tale genere, molto tipici di casi come questo, mostrano alcuni tratti interessanti e tra loro concatenati: la distinzione immediata tra “noi” e l’altro; l’inserimento dei due elementi in categorie chiuse e antitetiche del tipo “buonissimi/cattivissimi”; la collocazione del fatto in una dimensione morale; il conseguente emergere dell’idea (culturalmente radicata) che occorra difendere i “nostri” valori dai loro nemici; l’apparire della vendetta come unica soluzione pensabile (prima ancora che possibile) e come principio-guida del comportamento. È la connotazione morale totalizzante nella quale il fatto si ritrova immerso che rende possibile, in modo apparentemente paradossale, l’esplicitazione delle proprie cruente determinazioni e la loro ostentazione fiera, ed è sempre essa a escludere dal campo d’azione la comprensione e contestualizzazione dell’evento: esse sarebbero deprecabili, potendo essere usate da qualcuno come una “giustificazione” per il mostro (nulla deve frapporsi tra la nostra giusta azione punitiva e l’empio), oltre che inutili, visto che il mostro è cattivo per natura (nulla si può fare per prevenirne i comportamenti mostruosi).

Si dirà che quello citato è un caso-limite. Non è così, credo. Caratteristiche simili possono rinvenirsi, in forme magari attenuate, in riferimento a situazioni molto differenti da questa e tutti possiamo facilmente notare, nella comunicazione via social (e non solo), una diffusa tendenza alla polarizzazione delle opinioni, al costituirsi di opposte fazioni, all’escalation rapidissima dei toni, alla spesso completa indifferenza rispetto all’altro di per sé: a lui di frequente si risponde sulla base di un impulso del momento e tenendo conto non di quanto effettivamente ha detto, bensì della propria convinzione di ciò che “sicuramente ha detto”. Una convinzione che sembra fondarsi su una concezione dell’altro come nemico (in qualche senso: odiatore, disturbatore, troll, oppositore, e così via dicendo) che, a sua volta, fa da premessa per l’attribuzione di significato.

Ma ci sono altri elementi che si possono evincere dalla comunicazione sui social, e uno è particolarmente rilevante per il nostro discorso: esso consiste in un’attitudine, che mi pare assai diffusa e consistente, a farsi seguaci di un leader, pronti a una battaglia (verbalmente) sanguinosa per difenderlo da chiunque ne contesti le idee o semplicemente non lo applauda. In maniera complementare, vi è discreta disponibilità di individui pronti a farsi leader, talvolta nel senso peggiore del termine: essi non fanno nulla per placare le acque spesso già tempestose dei social e, anzi, frequentemente le agitano a loro volta, aizzando la folla di seguaci, magari spinti dal desiderio di avere più like e interazioni sulla propria pagina e/o dalla genuina convinzione di essere i depositari di una conoscenza che sentono di dover insegnare al resto del mondo. Lo stile che ne deriva è facilmente quello di una sorta di crociata virtuale.

Se è vero che gli individui pronti a mettersi nel ruolo del “contestatore seriale” sono – sembrerebbe – parecchi, d’altro canto è anche osservabile il fatto che le “conversazioni” sotto i post (e a volte i post stessi), a prescindere dal tema affrontato, appaiono tristemente molto simili, quanto alle modalità di interazione e comunicazione rilevabili. Non solo: le parti che dibattono – che difendano i diritti civili o li osteggino, che discutano di scienza o discettino di terra piatta, che esaltino la pace o si infiammino per la guerra – paiono anch’esse frequentemente indistinguibili, sempre se non badiamo alla sostanza delle opinioni esplicitate ma solo all’atteggiamento agito verso l’altro. La sola convinzione di avere un modo “più giusto” di quello degli altri di vedere le cose sembra essere spesso motivo più che sufficiente, per tutti, per non mettere in discussione la liceità dell’aggressività da se stessi praticata (quando, nella migliore delle ipotesi, venga riconosciuta) e per connotarla come la “giusta e inevitabile reazione” a un attacco subìto, che non può restare senza risposta.

Vendetta e ritorsione; difesa di valori e noncuranza verso i mezzi per perseguire il fine; eliminazione (in qualche senso) del nemico e messa alla gogna dei suoi sostenitori; leaderismo e fanatismo; attacchi violenti e inevitabilità della risposta; radicalizzarsi delle parti ed escalation; deprecazione della complessità e fierezza nel qui e ora; biasimo del ragionamento e lode della reazione immediata. Tante volte abbiamo associato proprio queste dinamiche, attitudini, valori e idee-guida alla guerra e al dibattito sulla guerra; tante volte – io credo – ci sfuggono la nostra familiarità e confidenza con essi: forse, sono molto più presenti nelle nostre menti e nelle nostre pratiche di comportamento abituali di quanto non pensiamo. E se, come sostiene Bauman, “scopriamo” nel mondo là fuori ciò che facciamo nella nostra quotidianità, se quello che scorgiamo della realtà lo vediamo attraverso la lente delle nostre prassi, forse riflettere su di esse può rappresentare un atto fondamentale e preliminare, da molti punti di vista e per molti scopi. E chissà che la cura delle nostre relazioni, virtuali o meno che siano, e la pratica della gentilezza non possano tornare utili anche per allontanare la guerra oltre che, comunque e in ogni caso, per vivere meglio e in un mondo migliore.


La guerra e quell’eterno “fine che giustifica i mezzi”

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Nell’invio di bombe a grappolo all’Ucraina per Biden il fine giustifica i mezzi”: così, il 7 luglio, The Guardian online titolava un articolo di David Smith (https://www.theguardian.com/world/2023/jul/07/biden-ukraine-cluster-bombs-us-military). Vi troviamo alcune dichiarazioni di Leon Panetta, ex segretario alla Difesa e direttore della CIA: «Non c’è un’arma usata in guerra che non porti con sé rischi di uccidere persone»; inoltre, «i Russi hanno usato queste munizioni […]. Quando affronti un nemico che non ha riguardo per i costi umani coinvolti, devi capire quale passo fare per cercare di fronteggiare quel tipo di forza» [trad. mia, ndA]. Dichiarazioni che evidenziano bene il punto di vista dei vertici americani sulla faccenda e il loro modo di giustificare all’opinione pubblica le decisioni prese nel merito: qualche morto in più non fa poi differenza, se serve allo scopo, e il fine giustifica i mezzi, appunto. D’altronde, questa massima tipicamente pervade di sé le guerre e non sono solo i vertici politici e militari a farla propria. Ad esempio, anche i sempre più frequenti attacchi ucraini in Russia vengono spesso accolti, nei discorsi “comuni”, come parte coerente di quei mezzi che giustificano il fine: fatto questo, la possibilità di ogni altra considerazione al riguardo è perentoriamente esclusa.

Ci sono almeno due aspetti che questa questione mi dà lo spunto di trattare: il primo è più evidente e riguarda proprio l’asserzione “il fine giustifica i mezzi”. Il secondo è più nascosto e ha a che fare con il legame che essa intrattiene con la premessa implicita su cui giace: che esista un qualcosa come una guerra giusta che (in quanto tale) va combattuta.

Esaminiamo ora la prima questione. “Il fine giustifica i mezzi” è una di quelle cose così culturalmente radicate che difficilmente vengono pensate: un dato-per-scontato che la mente accoglie rapidamente e senza ragionamento. Tuttavia, questa è una di quelle espressioni un po’ furbe, che sembrano piatte e invece contengono molte cose. Una di quelle faccende che meritano, quindi, qualche riflessione.

Innanzitutto, la composizione della frase sposta l’attenzione dalla definizione del fine alla giustificazione dei mezzi, dalla necessità e opportunità di negoziare socialmente il primo (o almeno di verificare se vi sia qualcosa come un consenso sociale sulla definizione del primo) all’urgenza di legittimare i secondi. È come dire: “sul fine non c’è da discutere o aggiungere altro e, dato tale fine, da esso discendono naturalmente i mezzi”. Questo non è neutrale rispetto al modo in cui recepiamo la cosa. Il fatto che il fine giustifichi i mezzi prevede implicitamente che ci siano dei fini su cui siamo tutti d’accordo o superiori e oggettivi e, pertanto, non discutibili. Si tralascia la relatività del fine, che invece muta col mutare di condizioni, circostanze, obiettivi e interessi particolari, idee e valori culturali: il fine è soggettivo e parimenti lo è il suo qualificarsi come “giusto”, soggetto a quella relatività storico-culturale che ci apparirebbe subito evidente se ripercorressimo i significati che la locuzione “guerra giusta” (quella che ha certi fini che la rendono tale) ha assunto nelle varie situazioni in cui se ne è fatto ricorso. Se pure ci fermiamo a considerare l’andamento della sola guerra in Ucraina – o, più propriamente, quello della sua narrazione pubblica prevalente –, possiamo notare come sin dal principio esso si caratterizzi per un frequente (ma non appariscente) cambiamento dei fini: aiutare il popolo ucraino a difendersi da un aggressore, sconfiggere Putin (qualunque cosa significhi), indebolire la Russia e rafforzare l’Occidente, affermare i “nostri” valori contro i “loro”. C’è molta differenza tra questi fini, e conseguenze molto differenti possono germogliarne. Il perché lo scivolare da un fine all’altro non risulti evidente può essere legato alla narrazione entro cui il fine è inserito: il contesto (narrativo-semantico) influenza le nostre percezioni. Ne parlerò dopo.

Ho sostenuto che la composizione della frase “il fine giustifica i mezzi” sposta l’attenzione dal primo ai secondi e lascia intendere che dall’uno discendano gli altri. Spostandomi da cosa quella frase implichi per il fine a cosa suggerisca per i mezzi, potrei tradurla così, modificando un po’ la mia precedente riformulazione: “sul fine non c’è da discutere o aggiungere altro e i mezzi discendono da esso nell’unica forma possibile”. Se siamo d’accordo su questa ridefinizione, dobbiamo ora chiederci quale sia la domanda che consente di uscire dal meccanicismo e dalla semplificazione estrema del dato-per-scontato. Il quesito giusto da porsi – io credo – è il seguente: dato un certo fine da perseguire (ammettendo pure che su di esso siamo tutti d’accordo), ci sono solo mezzi di un certo genere adatti a raggiungerlo? In una guerra (anche quando vi siano un aggredito e un aggressore), questo significa chiedersi se gli unici mezzi pensabili si identifichino con il rispondere alle armi con le armi, seguendo poi inevitabilmente la logica del “più di prima” (armi più numerose e più potenti, azioni più aggressive, più soldati coinvolti, più morti sacrificabili ecc.): il che genera, ancora inevitabilmente, un’escalation. La questione non è, dunque, se aiutare o no un popolo aggredito: la questione è come farlo. Una questione di mezzi, appunto.

Arriviamo così al secondo problema. Che il fine giustifichi i mezzi, in guerra, si basa su una premessa implicita: ci sono “guerre giuste” (quelle con fini “giusti”) ed esse vanno combattute. Anche in questo caso, c’è un aspetto di non oggettività che viene nel dibattito pubblico completamente trascurato. “Guerra giusta” è, infatti, un concetto che muta col mutare dei contesti storico-culturali in cui nasce e trova senso. In qualche modo, è spesso usato dai vertici di tutte le parti in causa in una guerra, che ci credano davvero o che sia solo un modo per ottenere il consenso ad essa da parte del proprio popolo (il che significa che i parametri usati per definire la guerra come “giusta” sono tratti da un bacino di valori, significati e pezzi di memoria collettiva che costituiscono un punto di ancoraggio efficace per l’adesione della popolazione alle decisioni dei Governi). Se è così, il concetto di “guerra giusta” non può essere utilizzato, in una società davvero democratica, per giustificare azioni belliche. Ancor meno utilizzabile dovrebbe essere l’espressione “pace giusta”, oggi tanto maldestramente brandita: essa è priva di senso, per almeno due motivi, cui faccio solo cenno. Il primo è che alla pace si arriva, nel senso in cui l’espressione è usata, tramite e dopo la guerra: si tratta, quindi, di una specie di gioco di prestigio linguistico, che vorrebbe nascondere qualcosa – la guerra – su cui può non esserci consenso sotto il mantello pregiato di una parola – “pace” – che invece piace a tutti. Il secondo è che alla pace-tramite-e-dopo-la-guerra non giunge il popolo più giusto o che ha le ragioni o i fini più giusti, ma ovviamente quello più forte.

Concludo con due parole su una questione toccata di sfuggita più sopra, quando ho affermato che il contesto influenza le nostre percezioni e che questo può essere – suggerisco – tra i motivi per cui lo scivolare da un fine all’altro del discorso pubblico sulla guerra, sebbene frequente, non appare evidente. Dicendo “contesto”, mi riferivo al più ampio complesso narrativo entro cui la dichiarazione dei fini, esplicita o no, è posta: una narrazione connotata da un progressivo e lento mutare, nella quale sostiamo in una condizione che pare simile a quella in cui si trovava la famosa rana che non si accorse di restare bollita finché non restò bollita (1). La guerra in Ucraina, che nelle sue prime fasi era identificata con l’opera di un pazzo controbilanciata dal saldo leader del popolo aggredito, è poi diventata ora l’azione di un moderno Hitler fronteggiato dall’eroe buono, ora l’esito della brama di conquista di un dittatore arginata da un popolo fiero che combatte per tutti noi, ora il risultato della volontà di annientamento dei valori democratici occidentali contrastata dall’eroe senza macchia e senza paura e dalla sua gente.

A prescindere da cosa si pensi circa ciascuna di tali descrizioni, ciò che qui interessa è che il fine in rapporto al quale si sollecita, qui da noi, il consenso della popolazione agli aiuti militari all’Ucraina (il mezzo proposto) cambia forma col mutare delle narrazioni e restando ben amalgamato con esse: il fine, di volta in volta, è l’inevitabile contenimento di un pazzo, la legittima punizione del malvagio, il necessario indebolimento di un autocrate che potrebbe espandersi anche da noi, la difesa urgente dei “nostri” valori minacciati. In linea più generale, il fine è passato dalla difesa di un popolo aggredito (per raggiungere il quale i mezzi erano sì armi, ma solo “difensive”) alla vittoria sul nemico (per conseguire la quale armi e azioni offensive sono non solo accettabili ma, anzi, legittime e “giuste”).

Non è indifferente che i fini, nel loro mutare, restino sempre congruenti con la narrazione pubblica predominante sulla guerra e co-evolvano dolcemente con essa: solo in questo modo – io credo – può aumentare la probabilità che essi siano digeriti in modo indolore dalla popolazione. E, per tornare al discorso iniziale, una volta che sul fine non c’è più nulla da dire (tanto fortemente emerge come il naturale derivato della realtà), non è così difficile che poi siano accolti anche i mezzi proposti per raggiungerlo e che non venga neppure in mente la domanda prima suggerita: dato un certo fine da perseguire (ammettendo pure che su di esso siamo tutti d’accordo), ci sono solo mezzi di un certo genere adatti a raggiungerlo?

Nota

[1] Il “principio della rana bollita”, che prende le mosse da un esperimento condotto alla John Hopkins University nel 1882, è stato usato da Noam Chomsky per descrivere metaforicamente la tendenza dei popoli ad accettare passivamente degrado e vessazioni, fino a quando non diventa per loro impossibile reagire. Esso si basa sulla constatazione del fatto che una rana, messa in un pentolone con dell’acqua fredda, vi nuota tranquilla. Se innalziamo progressivamente la temperatura dell’acqua, la rana in un primo momento la troverà ancora piacevole e continuerà a nuotare; poi inizierà a trovarla sgradevole, ma senza spaventarsi e dunque senza saltare via. Inizierà così a indebolirsi per via del troppo calore, fino a quando, divenuta l’acqua davvero troppo calda, non avrà più la forza di reagire, finendo così bollita.


Come le parole costruiscono la realtà

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Una delle cose che accade quando gli Stati entrano in guerra – come in qualche modo suggerisce lo stesso Einstein nella sua lettera del ’32 a Sigmund Freud (https://volerelaluna.it/cultura/2023/06/05/il-pacifismo-di-albert-einstein/) – è che le minoranze al potere attivino dei meccanismi di influenzamento della popolazione al fine di ottenere l’adesione alla propria politica. I vari mezzi di comunicazione di massa sono ovviamente un ottimo strumento in tal senso. Di solito, quando si pensa a questo fenomeno, la mente corre alla propaganda bellica. Non è in questo tema, però, che mi voglio addentrare qui: proverò, invece, a dire qualcosa sul linguaggio, con l’obiettivo di persuadervi di quanto le parole siano potenti e incredibilmente concrete nei loro effetti. A tal fine, lancerò delle rapide suggestioni volutamente colte da terreni estremamente distanti tra loro.

Comincio dunque col primo riferimento. Sono sicura che tutti conosciate Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), ma forse pochi sanno che il suo autore, Lewis Carroll, era un professore di matematica all’Università di Oxford e uno studioso appassionato di logica, e che quel libro e il suo meno noto “sequel” Attraverso lo Specchio (1871) sono citati in testi importanti sulla comunicazione. C’è un personaggio di questo racconto – Humpty Dumpty – che, al termine di una bizzarra conversazione con Alice, sostiene qualcosa che qui, per noi, è di grande interesse:

«Quando io uso una parola» […] «questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno».
«Bisogna vedere» disse Alice «se lei può dare tanti significati diversi alle parole».
«Bisogna vedere» disse Humpty Dumpty «chi è che comanda… è tutto qua».
(L. Carroll, Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò, in Alice annotata, ed. annotata da M. Gardner, trad. M. D’Amico, Rizzoli, p. 248).

Andiamo adesso in un territorio lontanissimo da questo: quello dell’effetto placebo. In sintesi estrema, si può definirlo come l’effetto della somministrazione di un farmaco finto o, in generale, di una terapia finta. Questa comune e striminzita definizione non lascia vedere un aspetto fondamentale del fenomeno, ovvero il suo stretto legame con il contesto psicosociale intorno alla terapia, che include cose come i rituali terapeutici e le parole usate dal personale sanitario. Fabrizio Benedetti, professore di Fisiologia umana e Neurofisiologia all’Università di Torino, è considerato uno dei massimi esperti al mondo di effetto placebo. Nel suo libro La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia (2018), parla delle parole in un modo che è davvero d’impatto (ma attenzione a non trarne facili generalizzazioni: quanto riporto qui di seguito non significa in alcun modo che i farmaci possano essere sostituiti da parole né che le parole “funzionino” sempre, per tutti, in ogni malattia). Così scrive Benedetti:

«Oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli astratti in vere e proprie armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre».
(F. Benedetti, La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia, Mondadori, 2018 [ebook], p. 8)

Facciamo un nuovo salto. Voglio raccontarvi ora di George Lakoff e Mark Johnson, il primo linguista di stampo cognitivo e il secondo filosofo. Nel 1980 esce il loro libro Metafora e vita quotidiana, in cui si legge che non possiamo considerare la metafora semplicemente come una figura retorica, perché di natura metaforica è (almeno in gran parte) il nostro stesso sistema concettuale e i concetti sono ciò che struttura il nostro pensiero, ciò che percepiamo, il modo in cui agiamo (ovvero il modo in cui ci comportiamo nel mondo). La metafora ha il potere – scrivono – di

«creare una realtà piuttosto che semplicemente concettualizzare una realtà preesistente» (G. Lakoff e M. Johnson, Metafora e vita quotidiana, trad. italiana, Roi Edizioni, Macerata, 2022, p. 193).

È interessante notare che, più o meno negli stessi anni, qualcosa di (per certi versi) molto simile veniva affermato da Paul Watzlawick, uno dei massimi studiosi della comunicazione, che sosteneva che

«un linguaggio non rispecchia la realtà, ma piuttosto crea una realtà» (P. Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, trad. italiana Feltrinelli, 1980, p. 24 [ed. Originale 1977]).

Ci sono molti modi in cui possiamo dire ed esemplificare che un linguaggio “crea una realtà”: per esempio, potremmo riferirci alle singole parole usate per nominare le cose, alle metafore adoperate, a modelli comunicativi più ampi. Ho qui lo spazio per fare un solo esempio.

L’esempio di cui voglio discutere è legato a una parola: “sfida”. In questi mesi, l’abbiamo ascoltata o letta, in associazione alla guerra in Ucraina, un numero enorme di volte: «Putin sfida le nostre democrazie», «Questa è una sfida per l’Europa», «Dobbiamo raccogliere questa sfida per difendere i nostri valori». Potrei continuare quasi all’infinito. Non dovremmo stupirci più di tanto, perché si tratta di un termine davvero alla moda da parecchi anni, che troviamo dunque accostato a una grande varietà di situazioni e fenomeni (“sfida climatica”, “sfida energetica”, e così via). Ma possiamo pensare che l’assidua associazione tra “guerra” e “sfida” sia priva di conseguenze? Sino ad ora, in effetti, ho cercato di convincervi del fatto che le parole potenzialmente hanno conseguenze, e queste spesso sono legate ai loro poco appariscenti richiami semantici, valoriali, emotivi. Desidero, a questo punto, condividere due mie riflessioni su questa parola.

La prima è che, una volta entrati nell’ambito concettuale della “sfida”, cioè – potremmo dire – dentro la realtà creata da questa parola, ci troviamo dinanzi a certe alternative di comportamento tra cui scegliere (e non ad altre): quando siamo di fronte a una sfida, possiamo raccogliere oppure non raccogliere il guanto e, se decidiamo di farlo, disponiamo di certe mosse e di certe armi per cercare di vincere. Quanto ho detto significa anche che ci sono dei comportamenti che in questo ambito non sono contemplati, cioè “non esistono”: per esempio, trattare con lo sfidante è un’azione che non fa parte del nostro senso comune circa la sfida. La seconda riflessione che voglio esplicitare è che, dentro l’ambito concettuale disposto da questa parola, le alternative di comportamento disponibili non sono tutte uguali. Alcune risultano, infatti, più desiderabili di altre: confrontati con una sfida, sentiamo di doverla accettare, perché nella nostra cultura la sfida intrattiene tradizionalmente un legame molto intenso con l’onore. Se accettiamo la sfida, restiamo degni di fronte agli altri e a noi stessi. Di converso, non raccogliere il guanto getta nell’infamia (a questo proposito, è il caso di notare che il discorso pubblico sulla guerra in Ucraina è pieno di parole che fanno riferimento all’ambito semantico-valoriale del coraggio-onorabilità da una parte e della viltà-indegnità dall’altra: un possibile modo per spiegare questa osservazione può essere trovato – io credo – in quanto ho sostenuto poc’anzi).

Per portare un po’ di acqua al mulino delle mie riflessioni, chiamerò ora in mio aiuto Lakoff e Johnson, gli studiosi della metafora che ho citato più sopra. C’è, in particolare, un esempio molto eloquente che i due hanno portato a sostegno delle loro argomentazioni: essi hanno notato come nelle nostre società occidentali sia diffusissima la metafora secondo cui «la discussione è una guerra» (il che – per inciso – è già di per sé interessante, perché ci mostra come noi concettualizziamo in termini di “guerra”, senza neanche accorgercene, una quantità di cose). Questa metafora è visibile in numerosissime espressioni di uso comune usate per riferirsi alle discussioni: per esempio, diciamo cose come “attaccare il punto debole” dell’argomentazione altrui, “colpire nel segno” con una critica, “avere la meglio” sull’interlocutore. Noi diciamo queste cose, e noi anche concettualizziamo le discussioni in termini di guerra: per esempio, vediamo il nostro interlocutore come un “nemico da battere”, pensiamo di dover “difendere la nostra posizione” e “attaccare la sua” e così via. Non sorprende, allora, che molte delle cose che noi concretamente facciamo, quando siamo impegnati in una discussione, siano strutturate dal concetto di guerra. Tutto questo perché – dicono gli studiosi – «l’essenza della metafora è comprendere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro» (Lakoff e Johnson, opera citata, pp. 31-32). Comprendere e vivere. È ora interessante notare che, in un’ipotetica cultura in cui le discussioni fossero viste in modo differente, per esempio come una danza – suggeriscono ancora Lakoff e Johnson –, le persone le vivrebbero in modo diverso, si comporterebbero differentemente nel corso delle stesse, ne parlerebbero in modi altri.

Allora mi spingo a dire che cambiare metafore – in generale cambiare parole – può significare innescare cambiamenti che sono oltre e al di là di una pura questione linguistica o, meglio, che c’è un altro modo di vedere le “questioni linguistiche”: come qualcosa che è molto oltre e al di là di quanto abitualmente pensiamo di esse. Le parole possono avere un potere straordinario, come ben sapeva Humpty Dumpty, e questo significa anche che il dare alle parole la giusta attenzione può essere un grande strumento di cittadinanza attiva nelle nostre mani.

L’articolo riprende l’intervento svolto al Maggio filosofico, 2023


“Sfida”: contorni e suggestioni di una parola

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Ci sono delle mode anche per le parole. Quando una parola diventa di tendenza, a volte perde molto del suo significato e dei suoi usi originari e – così smagrita o amputata – viene appiccicata addosso alle cose più diverse, non di rado dopo essere stata rifocillata di nuovi sensi. Altre volte – mi sembra – le parole conservano molto di se stesse e delle loro suggestioni. In un caso e nell’altro, spesso vengono poi usate come esito di un ragionamento volto a uno scopo o, al contrario, come spurgo verbale poco o per nulla riflettuto. Ma, anche se siamo così abituati a usarle che non ce ne rendiamo conto, le parole hanno conseguenze, e allora sarebbe bene prestar loro la dovuta attenzione: il linguaggio crea la realtà – potremmo dire con un’espressione molto costruttivista –, definendo i domini concettuali attraverso i quali e stando dentro ai quali “vediamo” il mondo e agiamo in esso. O, per ricalcare la celebre espressione di Humberto Maturana, «la realtà emerge nel linguaggio attraverso il consenso» (Maturana H. R. e Varela F. J., Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, 1985, originale 1980)

Sfida”: contorni e suggestioni di una parola molto in voga. Ci sono delle mode – dicevo – anche per le parole. “Sfida”, per esempio, è in questi tempi davvero una parola à la page, e frasi come «questa situazione è sfidante» o «dobbiamo essere pronti a questa sfida» sono ormai così frequenti che ci sfuggono dalla gola o ci entrano nelle orecchie passando praticamente inosservate. La connotazione che si vuole dare è senza dubbio positiva: una sorta di ridefinizione di situazioni disagevoli o spiacevoli come qualcosa che ci spinge a farvi fronte sollecitando le nostre risorse, la nostra forza, la nostra creatività. Ma le parole – dicevo – hanno conseguenze, e queste spesso vi corrono appresso un po’ nascoste, legate a doppio nodo alla loro scia di rimandi semantici, immagini, riferimenti valoriali. Vorrei ora analizzare alcuni degli elementi che, a mio parere, stanno nel solco della parola “sfida”, per poi portarmi con essi in una riflessione su questioni di attualità. Secondo il vocabolario online Treccani, “sfida” è: «1. Lo sfidare a battaglia, a duello, a una gara o a qualsiasi altra competizione» e “sfidare” è: «1. (a) Provocare l’avversario a battersi in uno scontro armato: s. a duelloa battaglia […]. (b) Invitare l’avversario a misurarsi in una gara o in una competizione». Balza all’occhio il legame tra la sfida e il ricorso alla violenza o, comunque, a una competizione. Ma c’è un altro legame che la “sfida” intrattiene – mi pare di poter suggerire ‒: tradizionalmente, essa va a braccetto con l’onore. Se si vuole restare degni di fronte a sé e agli altri, messi di fronte a una sfida si deve accettarla, si sente di doverla accettare; poi, possibilmente, bisogna farvi fronte con successo o, in alternativa, perdere (e magari anche perire), ma sempre e ancora degnamente. L’altra opzione “disponibile” è quella del non raccogliere il guanto: scelta per nulla desiderabile, visto che conduce dritti all’infamia. Resti vivo, insomma, ma al prezzo di diventare un reietto, un espulso dal consorzio umano. Ad ogni modo, entrambe le alternative di scelta (accettarla/non accettarla) fanno parte dei modelli di comportamento previsti dalla sfida: in questa chiave, potremmo definirla come “gioco”, che qui intendo come sequenza di mosse e contromosse che avvengono dentro il complesso di regole che la governano. Riprenderò questo aspetto alla fine. In riferimento al termine di cui ci stiamo occupando, c’è un altro punto che mi pare si possa evidenziare: una sfida chiama in causa l’individuo, più che la comunità. Sebbene possa riguardare anche una collettività, è infatti qualcosa che, nell’immaginario, schiaffeggia la guancia di uno, bussa violentemente alla porta del singolo, il quale si sente, così, chiamato a rispondervi, per non gettarsi nell’ignominia. È, inoltre, legata alla competitività, valore fondamentale dei nostri giorni: un “principio attivo” in più per questa sorta di stimolante verbale che è “sfida”.

La sfida e le faccende contemporanee. Sfida (oltre che “guerra”) è stata la pandemia con tutti i suoi connessi; sfide sono quella del clima e pure quella energetica; sfida è ora, anche, la guerra vera, in qualsiasi forma essa si esprima e si possa esprimere qui “da noi”. La guerra, ad esempio. «Putin ci sfida», «Putin sfida il mondo», «Putin sfida l’Occidente», «Putin sfida i nostri valori». E il richiamo esplicito, frequentissimo, all’onorabilità (o, meglio, a un certo modo di intenderla): «Putin vuole spaventarci e quindi noi dobbiamo fargli vedere che non abbiamo paura» (dicono proprio così, alcuni, e non al bar, ma in tv). E poi le domande tipo: «Siamo pronti ad affrontare questa sfida?» – come chiede a volte qualcuno in televisione ai suoi ospiti, riferendosi ai variegati scenari invernali nostrani del conflitto ucraino. Su questa singola breve domanda si potrebbero scrivere folte pagine. C’è dentro tutto quello che ho suggerito a proposito del termine “sfida” e non mi stupirei se qualcuno, nell’udirla, avvertisse incolpevolmente quel fremito non cercato dell’adrenalina che ti inizia a fluire dentro quando sei di fronte a qualcosa che è al contempo prova personale in cui pesarti e competizione col nemico. Ma c’è anche dell’altro, in questa domanda, per come è costruita: c’è dentro il senso d’urgenza (“siamo pronti?”) della dovuta reazione a qualcosa che ti dicono sia lì lì per lanciartisi addosso. Ci sono dentro dei ruoli chiari, perché la sfida è lanciata da un attore ben individuabile e noi altri siamo, automaticamente, gli schiaffeggiati dal guanto, che possono solo – pare – reagire nei modi previsti da questo gioco e con esso coerenti: i Governi e i loro megafoni in un modo (rispondendo con le stesse armi dello sfidante, siano esse insulti, risate sbeffeggianti il nemico, minacce o armamenti di ferro), i cittadini in un altro (rinunciando al condizionatore acceso, per riecheggiare l’espressione triste con cui Mario Draghi scelse maldestramente di chiamare il popolo a sé). C’è dentro, in domande come quella, implicita ma a mio avviso decisamente presente, l’ineluttabilità di un destino scolpito senza rumore nelle sue premesse non dette: lo scenario bellico è la realtà ovvia, l’unica, e quello che di solito fa una realtà data per scontata è spegnere la luce su eventuali alternative. E – a meno che non ci si alleni a prestare attenzione alle parole – è forse ancora più arduo interrogarsi su di essa, se viene resa quasi stuzzicante dal suo nome-sostituto “sfida”: se ci pensiamo in guerra, magari ci vediamo bruciati da una bomba; ma se ci immaginiamo duellanti – accidenti! – nella nostra mente saltelliamo come baldanzosi spadaccini… Sono domande strane, se ci pensiamo, quelle come «Siamo pronti ad affrontare questa sfida?», perché sono di quelle domande che domandano poco e decretano tanto, che più che liberare possibilità – ciò che una domanda dovrebbe fare – sanciscono visioni della realtà ristrette all’ambito linguistico-concettuale (e poi pragmatico) in cui vengono espresse e di cui sono espressione. «Siamo pronti alla sfida» o «non siamo pronti alla sfida»: queste le alternative disposte da quella domanda, che non prevede di poter scegliere tra questo e differenti “giochi”. Una cosa che ricorda l’aneddoto riguardante il piccolo Milton Erickson (grande ipnoterapeuta del secolo scorso), a cui il padre chiedeva se volesse dar da mangiare prima ai polli o prima ai maiali. Non se volesse o meno lavorare. Un caso di “illusione di alternative”, come ci ricorda il (tra le altre cose) noto studioso di comunicazione, scomparso da diversi anni, Paul Watzlawick (Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1980, originale 1977.

Conclusioni. Potremmo presumere che la popolarità del termine “sfida” trovi una spiegazione nella sua coerenza con il preciso ambito concettuale e valoriale che lo genera: in un mondo dominato dall’esaltazione dell’individuo, dalla competitività come valore e dal sentimento di necessità di una perenne dimostrazione di traguardi e obiettivi raggiunti, non è difficile immaginare che tutto possa essere visto in modo naturale come una sfida. Divenuto “alla moda”, è probabile poi, come detto all’inizio, che il termine abbia preso ad essere utilizzato (anche) senza troppo pensiero, in modo quasi automatico. Fatto sta che il discorso privato e, soprattutto, quello pubblico sono oggi talmente pieni di “sfida” da rinforzare – suggerisco – un tale modo di concepire il mondo: “sfida” si ritrova così a nutrire la pancia da cui nasce. Ma è una parola potente, “sfida”, e va maneggiata con cura. Più sopra ho sostenuto che potremmo vederla come un “gioco”, inteso come sequenza di mosse e contromosse che hanno luogo e senso entro il complesso di regole che la governano. Una volta che si sia finiti dentro a un gioco, questo diventa il contesto nel quale ci muoviamo: tendenzialmente ogni comportamento (che è sempre comunicazione) verrà letto e significato “dal di dentro” e scelto tra le mosse da esso previste, che appariranno come modalità d’azione ovvia e la cui legittimità non verrà messa in discussione. Se una situazione è una “sfida”, due soluzioni si palesano al pensiero: raccogliere o meno il guanto. Una terza via non c’è o, meglio, non è contemplata e non è contemplabile. A meno che non si allarghi lo sguardo fino a vedere che si potrebbe scegliere di non giocare a quel gioco, che forse è la stessa cosa del dire che si potrebbe scoprire di poter usare un altro nome per quella cosa. Alle parole bisogna dare attenzione – dicevo all’inizio. E quando sono nomi che vengono attaccati alle cose, ancora di più è necessario scrutarle con cura, sondarle e rigirarle per vedere se dietro non ci sia qualcosa d’altro, in quella cosa: per vedere se non ci siano altri nomi da poterle dare che ce la facciano apparire in modi diversi e ci facciano giocare a un altro gioco.


Le parole e il potere: gli Italiani sono confusi o indignati?

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«Gli Italiani sono confusi» – dicono incessantemente politici, presentatori, commentatori, opinionisti. Gli Italiani sono confusi. C’è un oceano, in questa piccola frase, a pensarci bene. Potrebbe trattarsi di una delle manifestazioni di quel tanto diffuso dire per non dire nulla, o di quell’atteggiamento che pende ora verso un’amorevole premura per i cittadini, ora verso una sorta di malcelato paternalismo. Gli Italiani sono confusi. Questo mantra non è una novità portata dalla brezza della campagna elettorale, che pure lo ha certamente rifornito di nuova linfa vitale: lo sentivamo quando si parlava di pandemia, ci pioveva addosso quando si parlava della guerra in Ucraina, era perenne compagnia quando è caduto il Governo Draghi. In effetti, le “emergenze”, dato il carattere di urgenza e incertezza che le contraddistingue, si prestano particolarmente bene alla confusione; ma, forse, soprattutto si prestano bene all’arte di denominare come “confusione”, e passando inosservati, anche condizioni che con la confusione poco o nulla hanno a che fare. Ora, una cosa detta una volta può anche al limite essere tralasciata, ma la sua ripetizione dovrebbe far accendere l’ipotesi che essa non sia un gioco del caso.

Se ci pensiamo, sono vari gli effetti portati dal denominare l’altro come “confuso”. Potremmo dire, in generale, che definire un oggetto significa stabilire quali sono le sue caratteristiche salienti (o su cui si vuole portare l’attenzione), precisarle, delimitarle. E classificare. Questo ha in sé la potenzialità di porre chi denomina in uno status di superiorità o maggior “potere”, contemporaneamente collocando l’altro (il “denominato”) in una condizione in qualche modo di inferiorità. Questo è ancora più vero nel caso in cui l’operazione sia compiuta pubblicamente, senza interlocuzione e da parte di chi già si trova in una posizione di preminenza – condizione, questa, conferita ad esempio da un’assidua presenza sui mass media. Ma veniamo al caso specifico di cui ci stiamo occupando.

La confusione degli altri, o ad essi attribuita, porta il “vantaggio” di configurarsi come un comodo pertugio in cui alcuni possono inserirsi per spiegare “come stanno davvero le cose”, e di poterlo fare sullo sfondo di uno scopo che può vantarsi implicitamente di essere benevolo: se sei confuso, ti aiuto io a capire. Questo è potenzialmente diverso da quanto accade in una relazione in cui quella tra i partecipanti sia una differenza di conoscenze o competenze in un certo specifico ambito. In questo caso, infatti, c’è sì un’asimmetria nella distribuzione del “potere”, ma essa resta confinata in un’area ben precisa e identificabile, e la differenza è eventualmente colmabile. La confusione, invece, è qualcosa di sfumato e indistinto, il che le conferisce la qualità di poter “sfuggire” e restare tale anche se si cerca di contenerla: potrà sempre esserci qualcuno che potrà dire a un altro che non ha centrato davvero il problema o non ne ha individuato o collegato correttamente i termini. In questo caso, la chiarezza, rimedio alla confusione, non può venire dall’acquisizione di conoscenze, bensì grazie a qualcuno che trasmetta il proprio modo “giusto” di leggere le cose: ciò che è coinvolto nella confusione è la capacità di selezionare i giusti elementi del problema, connetterli correttamente e significare adeguatamente il tutto che ne risulta.

Vorrei proporre a questo punto un esempio che mi sembra indicativo. Nella trasmissione Piazza Pulita del 2 giugno scorso, Corrado Formigli ha intervistato Mario Calabresi, chiedendogli se fosse colpito dal fatto che nel Parlamento italiano ci sia il maggior numero di persone che guarda alla Russia come un interlocutore e non solo come un nemico. Il giornalista ha risposto di riscontrare ciò anche nella società e si è espresso come segue: «Secondo me è dato dal fatto che […] siccome lo scontro si è radicalizzato “Russia/America”, “Russia/NATO”… se tu in Italia dici “NATO” non scaldi il cuore a nessuno. […] Ci fosse stato un confronto che dicevi: “Stai con l’Europa e con la democrazia europea o con la Russia?”, io penso che sarebbero state molto più chiare le posizioni. Siccome è diventato “Russia o NATO” […] allora gli Italiani fanno un passo indietro» [https://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-puntata-del-262022-03-06-2022-440911, trascrizione mia]. Sebbene in queste parole non ci sia il fatidico “gli Italiani sono confusi”, il significato – mi pare – è più o meno quello: gli Italiani sono trasportati da una generalizzazione non troppo pensata di un sentimento e non hanno capito bene i termini della faccenda. Dunque, si fanno un’idea sbagliata e si posizionano “male”. L’esempio evidenzia un’idea che mi pare molto diffusa tra chi alloggia frequentemente sui media: l’idea di dover porre le questioni in modo tale da far scivolare le persone verso questa o quella lettura delle cose. Pare che sia divenuto un po’ desueto praticare la distinzione tra dare informazioni, esprimere la propria opinione su qualcosa (e, fin qui, niente di male) e suggerire visioni, attraverso il linguaggio scelto. E all’accettabilità di un tal genere di suggerimenti ben si presta, appunto, la confusione. Il pertugio in cui inserirsi, magari mossi dalla sincera idea di una “missione da portatori di chiarezza” da compiere.

Torniamo ai frutti dell’albero della confusione. Interi palinsesti televisivi si reggono, anche, su questa definizione: in particolare durante le “emergenze” (tali o presunte, poco importa), lunghe file quotidiane di trasmissioni televisive, ciascuna della durata di svariate ore, sono in grado di autoalimentarsi con inviati che riferiscono con pari concitazione pressoché qualunque cosa e conduttori che chiedono ai loro invitati, con altrettanta eccitazione: «Che succede? Aiutiamo gli Italiani a capire cosa sta succedendo». Anche quando, con inequivocabile evidenza, non sta succedendo proprio nulla. Forse, trasmissioni in cui si discuta degli elementi per comprendere gli accadimenti affievolirebbero il senso di caos; proprio per questo, non gioverebbero però all’autoconservazione della specie della televisione basata sui talk show e di chi ci vive.

Da questo punto di vista, potremmo intendere la “confusione” dell’altro (dei cittadini, degli elettori, degli spettatori), come un mezzo ottimale per il mantenimento dello status quo. Se non ci fosse, si dovrebbe quasi inventarla. E, in effetti, ad essa può facilmente darsi vita, e si può incessantemente alimentarla. Pensiamo al putiferio dei dibattiti televisivi, in cui dicono la propria moltitudini di individui dai più svariati ambiti e livelli di competenza e in cui pareri informati si mescolano a opinioni di qualsiasi grado di strampaleria. Cosa sono le ubiquitarie baruffe mediatiche se non catene di svalutazione reciproca e continua dei loro protagonisti e, dunque, focolai di confusione? Ecco infranta la promessa sbandierata di chiarezza, il cui soddisfacimento resta perennemente annunciato dai prodotti mediatici, appena annusabile in essi ma mai pienamente realizzato. Il mantenimento del gioco è garantito. E, quando al bisogno di chiarezza così frustrato si sostituiscono il distacco emotivo e l’indifferenza, una nuova emergenza è di solito pronta a prendere il posto della precedente nel dibattito pubblico. Cosicché le emergenze, quelle reali e quelle presunte, finiscono tutte brutalmente in uno stesso calderone, in cui un nuovo ingrediente viene buttato ogni volta che il precedente ha visto sfumare il suo potenziale “attivante” nel convulso (e confuso) ribollire.

Come la “confusione” dei cittadini, reale o presunta (cioè denominata tale quando invece si tratta di altro), sia funzionale al mantenimento dello status quo appare evidente anche in politica, specialmente in tempi di campagna elettorale. Oltre a quanto delineato sopra, si possono in quest’area rintracciare anche altri potenziali effetti dell’etichetta della confusione ben appiccicata sui cittadini. È fin troppo facile immaginare che affermazioni tipo “gli Italiani sono confusi”, proferite dal politico di turno, possano prestarsi bene a sviare l’attenzione da se stesso e dalle proprie falle. E chissà, poi, se quella dei cittadini/elettori sia proprio e sempre confusione. Chissà che, invece, non si tratti di altro: rassegnazione, impotenza, sconcerto. O indignazione. Insomma, non è che non abbiano capito bene. Hanno capito benissimo e ciò che hanno capito li lascia attoniti e sdegnati.

Dovremmo chiederci che cosa accadrebbe se questo status di “indignato” venisse riconosciuto (e dunque, prima ancora, denominato). Se di fronte a elettori “confusi” il politico può porsi come colui che risponde al bisogno di chiarezza e che dunque bonariamente delucida e chiarisce (così riconfermando la sua posizione di maggior potere), di fronte a elettori indignati con lui (o con la classe cui appartiene) dovrebbe invece assumersi la responsabilità di tale indignazione e cambiare rotta. La confusione permette di restare placidamente in una comoda tana nel giardino degli slogan brevi e facili; l’indignazione costringerebbe a cambiare casa con un faticoso trasloco verso le impervie terre delle argomentazioni documentate e dell’etica. La confusione consente, ancora una volta, di mantenere lo status quo; l’indignazione implicherebbe, o dovrebbe implicare, un cambiamento. La posizione complementare a quella del confuso è quella del buon maestro che indica la via; l’esistenza di un indignato implica una posizione complementare del tutto differente e un’inversione dei rapporti di potere: è l’indignato ad avere, in qualche modo, più “potere” dell’altro, dal momento che lo pone nella condizione di colui che deve dare spiegazioni (nel senso di rendere conto) di ciò che pensa e dice e fa – non spiegare agli altri come loro dovrebbero pensare. Un’inversione non da poco, e certamente più gravosa del benevolente chiarimento elargito a un popolo confuso.