Firenze. Per un progetto unitario a sinistra: se non ora, quando?

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Le elezioni amministrative sono ormai vicinissime. A Firenze si presenta una situazione del tutto particolare.

Mentre a livello nazionale si prospetta, pur con mille problemi e oscillazioni, la necessità, per far fronte alla destra che governa – definirla post-fascista non ne cambia la natura, che era e rimane convintamente fascista –, di unire tutte le forze che le si oppongono (e il PD di Elly Schlein è una componente essenziale di tale schieramento), nella nostra città il PD del sindaco Nardella, strettamente collegato a quello regionale di Giani, non è cambiato nella sostanza, benché i due personaggi abbiano cambiato schieramento, appoggiando ora la segretaria, vincitrice del confronto per la leadership del partito, dopo che in un primo tempo si erano pronunciati per Bonaccini (contro Elly Schlein, appunto).

A livello cittadino e regionale il PD ha costruito, negli anni, un sistema di potere, con tutti gli aspetti negativi che un sistema del genere comporta (con le sue reti di amicizie da favorire, sviluppando collegamenti e complicità, al di là degli obiettivi che si pongono, specialmente con le forze finanziarie ed economiche dominanti, con un costante predominio e notevoli condizionamenti rispetto a ciò che viene avanti nel sociale). Un sistema che ha causato molte disaffezioni fra gli elettori e le elettrici di quel partito, tradottesi in molti casi in astensionismo. Non a caso tutte le città capoluogo della Toscana, tranne, per ora, Firenze, sono state conquistate dalla destra. È pertanto urgentemente necessario porre un freno a tale sistema, che in molti casi riduce la politica a personalismi, a vincoli amichevoli privi di respiro strategico, alla perdita di vista di quelli che dovrebbero essere i contenuti propri dell’azione di governo della sinistra, a cominciare dall’attenzione verso gli ultimi, gli emarginati, i “senza voce”. Nel caso di Firenze va contrapposta un’altra idea di città a quella che ha prospettato l’Amministrazione a conduzione PD in questi anni, in cui si sono avuti la riduzione del centro storico a spazio riservato al turismo di rapina e alle residenze per ricchi, l’abbandono di coloro che vivono nelle periferie, la mancanza o l’insufficienza di politiche rivolte a contrastare il disagio sociale e la crisi climatico/ambientale.

Di fronte a tutto questo risulta estremamente importante la costruzione di un progetto che ha bisogno, per essere pienamente credibile e convincente, di camminare su più gambe: il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto da Sinistra – Progetto Comune (Dimitri Palagi e Antonella Bundu) in Palazzo Vecchio e nella città; il contributo a una idea diversa di città portato da “Firenze città aperta” con il referendum auto-gestito “Salva Firenze” e con le sue molte iniziative sia politiche che mutualistiche; l’entrata in campo di energie nuove e diverse con l’Associazione “XI Agosto” proposta da Tomaso Montanari; il necessario apporto al progetto di tutte le forze politiche che compongono la coalizione che sostiene Sinistra – Progetto Comune (oltre a Firenze città Aperta, Rifondazione/Possibile/Potere al popolo/la componente fiorentina di Sinistra Italiana che non si è schierata con il PD) e anche dei “5 Stelle”, che sono stati all’opposizione rispetto alla Giunta Nardella; gli auspicabili interventi a sostegno del progetto di associazioni, movimenti, realtà di base che stanno portando avanti esperienze alternative.

Per quanto riguarda la scadenza elettorale, le “gambe” qui indicate hanno la responsabilità, se intendono svolgere un ruolo non di pura testimonianza, di camminare nella stessa direzione e di ricercare l’unità, un’unità nella diversità che renda veramente efficace la loro azione. Al fine di riuscire nell’impresa, difficile ma non impossibile, di realizzare tale progetto occorre che si mobilitino, si pronuncino, prendano posizione le energie intellettuali, sociali, politiche che non si riconoscono nella “continuità” prospettata dalla candidata a sindaca del PD, ma vorrebbero invece una decisa inversione di rotta, per una idea di città diversa, che riscopra appieno la sua vocazione di “operatrice di pace” (particolarmente importante in un periodo di guerre diffuse in varie parti del mondo come l’attuale), che rifiuti il ruolo di Disneyland a cui si vorrebbe relegarla, che intenda essere davvero la città dei suoi cittadini/ delle sue cittadine.

Certo, ci sono notevoli ostacoli su tale cammino, e cioè: l’auto-referenzialità e l’ “autismo” dei vari soggetti che dovrebbero essere interessati al percorso comune; il prevalere di attaccamenti ideologici a simboli e “bandiere” del tempo che fu; il rifugiarsi in “giochi” politicisti che non si basano sul confronto fra i contenuti dei vari progetti e programmi; l’affidarsi a pregiudizi e considerazioni residui del passato; la tendenza di ciascun soggetto a ritenersi l’unico valido sulla piazza. Se si riuscirà a impostare un percorso fatto di confronti sui contenuti, si scoprirà che non ci sono differenze sostanziali fra i vari programmi e progetti. E che sotto questo profilo l’unità sarebbe già cosa fatta.

Con sforzi, passi indietro, un po’ di umiltà da parte di tutti coloro che sono interessati a costruire una svolta nella realtà fiorentina, si potrebbe raggiungere il risultato di cogliere l’occasione, unica e forse irripetibile, di far sentire davvero la voce, anche sul piano elettorale, di un’altra Firenze. Un progetto unitario potrebbe riportare al voto parte di quelli che, insofferenti delle divisioni a sinistra, si sono rifugiati nell’astensione. E potrebbe anche rimotivare molte persone a impegnarsi con entusiasmo nella campagna elettorale.

Questo vuole essere un appello ad operare, nel poco tempo che rimane, per costruire una presenza unitaria, con liste diverse ma con un unico/un’unica candidato/a a sindaco/a, alle prossime elezioni amministrative, collegandosi alle esperienze positive del passato e introducendo, nel contempo, elementi fortemente innovativi.


Territori solidali

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A Teano, nel 2010, l’Italia delle tantissime esperienze di base – solidali, a tutela dei diritti, dell’ambiente, dei beni comuni – si incontrò per avviare la ricostruzione di un’unità del Paese che avesse il collante proprio in quelle esperienze, così profondamente in sintonia con i principi della nostra Costituzione antifascista. Il punto 2 della Carta stilata a conclusione dell’incontro afferma: «L’Italia che sogniamo e che vogliamo […] è l’Italia che accoglie il profugo, lo straniero perseguitato, disperato, costretto all’emigrazione da guerre e disastri ambientali, da un’economia globale escludente e punitiva con i più deboli. Un paese aperto al mondo, accogliente, multiculturale». A dare concretezza a tale affermazione, nonché all’articolo 10 della Costituzione, era stato quanto accaduto a Riace e a Caulonia, presentato a Teano dai rispettivi sindaci (Domenico Lucano e Ilario Ammendolia) e documentato dal bel film Il volo del regista Wim Wenders. Alla paura e al rinchiudersi in se stessi (l’egoismo contrapposto alla politica, quella vera, secondo la felice definizione di don Milani e dei ragazzi della Scuola di Barbiana) si era sostituita, in quei paesi della Calabria, la coscienza che insieme è possibile lottare, incidere, cambiare lo stato delle cose esistente. E ciò risultava particolarmente vero riguardo ai temi dell’accoglienza, dell’inserimento sociale, dell’inclusione.
Negli anni successivi sono prevalse in questo campo, in larga parte del Paese,
paura e ansie securitarie che hanno alimentato le politiche nei confronti dei/delle migranti, dei/delle richiedenti asilo, dei/delle profughi/e. Non solo nei provvedimenti del Governo, ispirati dal razzismo della Lega (punta avanzata di un sentire più diffuso) e dei post-fascisti, ma anche nelle misure adottate a livello locale (le ordinanze dei sindaci e gli atti discriminatori adottati dai Comuni) e nel diffondersi di atteggiamenti ostili verso gli stranieri a livello popolare. Vi sono stati atti in controtendenza, ma la sicurezza è da tempo la preoccupazione dominante, che influenza e condiziona anche chi, a livello istituzionale, si propone politiche di accoglienza.
Oggi il circolo vizioso paura / richiesta di maggiore sicurezza / aumento della paura e delle misure sicuritarie ha raggiunto il suo apice,
con le dichiarazioni e gli atti governativi contro le ONG che salvano vite umane in mare, con il divieto di dare la residenza nei comuni ai/alle richiedenti asilo, con i respingimenti di coloro che fuggono da situazioni di guerra, di ambienti invivibili, di estrema povertà. È urgente andare in un’altra direzione, partendo dalle comunità locali e sulla base di altri presupposti, essenzialmente i diritti delle persone, la loro realtà di esseri umani, le iniziative che favoriscono l’inclusione e la convivenza: non bastano al riguardo le enunciazioni, ma occorre un impegno notevole, nello sforzo di impostare e realizzare progetti concreti e nel dare voce a chi non è rappresentato. Ciò che occorre, in altri termini, non è un generico buonismo ma un insieme di provvedimenti, di progetti, di misure, di interventi politico-culturali volti ad affermare diritti, a promuovere pari opportunità, a sostenere rapporti di convivenza, a creare un clima – sociale, culturale, politico – diverso.

Dalle esperienze di Riace e Caulonia, paesi rivitalizzati (finché gli attacchi del Governo e della magistratura non lo hanno impedito) dalla presenza dei migranti, possono venire indicazioni valide anche per altre situazioni. Particolarmente importante è il fatto che in quanto è stato costruito in quelle realtà si sono intrecciati aspetti diversi: la tutela dell’ambiente, la cura di zone agricole e boschive, il restauro e la ristrutturazione di agglomerati in via di abbandono, il recupero di mestieri tradizionali, lo sviluppo di percorsi che, attraverso il confronto, hanno coinvolto insieme nativi e migranti. Non si è trattato, quindi, di interventi di pura accoglienza, assistenziali e destinati a concludersi in periodi più o meno brevi, ma di progetti complessivi che impegnano l’ente locale e l’intera comunità (e che proseguono nel tempo). Qualche piccolo esempio di un simile modo di procedere lo abbiamo anche, seppure più limitato, in altre realtà. È necessario però andare oltre e far sì che, di fronte all’arrivo ricorrente di profughi e richiedenti asilo, non vi sia indifferenza istituzionale, se non addirittura un’ostilità (spesso si è proceduto allo sgombero da un territorio comunale all’altro di quelle/i che vengono considerati “esuberi” rispetto alle presunte capacità di accoglienza della propria realtà comunale). A Firenze, ad esempio, a dare un tetto a profughi e richiedenti asilo, in prevalenza somali ed eritrei, è stata per un lungo periodo l’iniziativa “privata” del Movimento di Lotta Popolare per la Casa.
L’obiettivo che ci si deve porre – istituzioni e società civile attiva insieme – è quello di giungere a sistemi in grado di fornire a coloro che ne hanno bisogno (siano essi richiedenti asilo, profughi, Rom scacciati da un territorio a un altro, persone rimaste comunque prive di abitazione in seguito a calamità naturali o altro) una prima accoglienza per passare poi a processi di inclusione sulla base di progetti integrati, che prendano anche spunto dalle esperienze calabresi, dove è stato dimostrato che è possibile amministrare “restando umani”, con percorsi che mettono insieme enti locali, associazionismo e società civile attiva, “saperi” prodotti dalle realtà sociali e di movimento, dai luoghi di studio e di ricerca, da singole competenze, in diversi settori che devono interagire fra di loro.

Mimmo Lucano, sindaco di Riace al tempo delle esperienze solidali richiamate, è stato ingiustamente inquisito, con accuse assurde e una condanna in primo grado a 14 anni di detenzione. Oggi quella persecuzione giudiziaria sembra venuta meno, ma gli ostacoli all’accoglienza e all’inclusione dei/delle migranti continuano. Con l’attuale Governo, accogliere, includere, convivere è sempre più difficile. Ma anche tanto più urgente e necessario.


Firenze, città operatrice di pace: che fare oggi?

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Sono passati più di 30 anni da quando il Consiglio comunale dichiarò, quasi all’unanimità (anche se piuttosto a malincuore da parte di alcune componenti politiche), Firenze “città operatrice di pace” (https://volerelaluna.it/politica/2022/07/05/per-la-pace-rilanciare-lobiezione-fiscale-e-limpegno-dei-comuni/). Era un provvedimento che prendeva spunto da una serie di atti che l’avevano più volte vista operare in questo senso, a partire, per esempio, dalle finestre chiuse dell’Arcivescovado, tenute serrate da Elia Dalla Costa in mezzo a un tripudio di balconi imbandierati a festa nel maggio del 1938, durante la visita di Hitler a Firenze, accompagnato dal suo degno compare Mussolini, una chiusura che rendeva evidente l’opposizione del prelato al nazi-fascismo, avviato sulla strada della guerra al mondo intero.

Un impegno per la pace ripreso in pieno dal sindaco Giorgio La Pira negli anni ‘50 con il suo prodigarsi per unire le città del mondo, da Mosca a New York (impresa non facile in un’epoca di “guerra fredda” fra l’Ovest ad egemonia statunitense e l’Est guidato dall’Unione Sovietica), contro la prospettiva di nuovi conflitti armati, e di uso delle armi atomiche, che si affacciava minacciosa all’orizzonte. Un impegno che cercava anche di intervenire sui conflitti in atto, su quello, ad esempio, fra israeliani e palestinesi – con gli incontri dei “Colloqui Mediterranei” – e sulla guerra che insanguinò il Vietnam per molti anni – con il viaggio ad Hanoi, insieme a Mario Primicerio, per incontrare il presidente del Vietnam del Nord, Ho Chi Minh. Non solo: La Pira fu in prima linea anche a sostegno dell’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare, facendo proiettare a Firenze, nel 1961, il film di Claude Autant Lara Non uccidere, in cui vengono narrate le vicende di un tedesco che aveva ucciso un partigiano francese e di un giovane che si rifiuta di indossare la divisa, assolto il primo, perché aveva ubbidito a ordini superiori, condannato invece severamente il secondo, un film per molti anni non distribuito nei normali circuiti (e assurdamente vietato ai minori di 16 anni quando finalmente uscì nelle sale cinematografiche).

Non era, quello di La Pira, un gesto isolato, in quanto si collegava idealmente al movimento dei Partigiani della Pace, sviluppatosi negli anni ’50 (https://volerelaluna.it/societa/2023/03/28/pacifismo-e-movimenti-per-la-pace-al-tempo-della-guerra-fredda/), e sarebbe stato ben presto affiancato dalle prese di posizione di padre Ernesto Balducci, inquisito e condannato per il suo sostegno agli obiettori, e di don Lorenzo Milani, autore di una lettera fortemente polemica ai cappellani militari, che avevano rivolto l’accusa di viltà agli obiettori, in quanto non disposti a combattere i nemici stranieri (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/05/26/lobiezione-di-coscienza-di-don-lorenzo-milani/), una lettera in cui don Lorenzo sosteneva il suo diritto di non dividere il mondo in “italiani” e “stranieri”, quanto, piuttosto, in “oppressi”, insieme ai quali lottare, e “oppressori”, da contrastare con forza, con metodi nonviolenti. Balducci, con la rivista Testimonianze, avrebbe dato vita, negli anni ’80, ai convegni “Se vuoi la pace, prepara la pace” (un’affermazione che rovesciava il detto tradizionale “se vuoi la pace, prepara la guerra”), mentre, nello stesso periodo, sarebbe stata messa in piazza San Giovanni la “Tenda della Pace” – quasi in pianta stabile, visto che scoppiavano continuamente nuovi conflitti –, un punto di riferimento per le diverse realtà pacifiste cittadine, con la sua attività continua e tenace volta a promuovere iniziative di denuncia, di sensibilizzazione, di confronto. È in questo clima e con questi precedenti che si giunge alla proclamazione – ispiratore e consulente padre Balducci – di Firenze “città operatrice di pace”, un provvedimento che recepisce a livello istituzionale quello che era già presente a livello sociale e culturale nella realtà fiorentina.

Soltanto in parte le Amministrazioni che si sono susseguite negli anni successivi ne hanno tenuto conto. Anche se la città “operatrice di pace” ha continuato ad esserlo (vedi, ad esempio, il Social Forum del 2002 e la straordinaria manifestazione pacifista che lo concluse: un milione di persone sfilarono per i viali fiorentini: https://volerelaluna.it/politica/2022/06/09/ventanni-dopo-il-social-forum-del-2002/). Soprattutto, però, gli Amministratori di Palazzo Vecchio non si sono dotati degli strumenti necessari per renderla operativa, quella delibera, con continuità e con efficacia, per stimolare un’inversione di rotta da parte dei Governi rispetto agli orientamenti prevalenti, più attenti agli interessi economici di corto respiro che alle condizioni di vita delle/dei cittadine/i.

Considerata la situazione odierna, in cui si contano numerosi conflitti armati (una guerra mondiale diffusa, si potrebbe definire), c’è una guerra devastante in Europa, la guerra in Ucraina, e la prospettiva dell’uso dell’arma nucleare risulta sempre più minacciosa, sarebbe necessario che Firenze prendesse iniziative veramente di carattere straordinario e, in questa ottica, promuovesse un Forum permanente per la Pace, in cui fossero rappresentati le associazioni – tipo Anpi, Arci, Acli –, i movimenti, le realtà attivamente impegnate sul terreno pacifista, le Università, a partire da quella Europea, che ha sede proprio nel territorio fiorentino, i consolati di molti Paesi del mondo presenti in città, i mondi della cultura, della scienza, delle autonomie locali. Un Forum in grado di prendere posizione e di intervenire, con occasioni di riflessione e di studio, anche sulle situazioni da cui potrebbero derivare conflitti armati (dovute alla crisi ambientale, alle pretese di dominio di alcuni Paesi, alla decolonizzazione non portata a termine, alle diverse forme di oppressione e di ingiustizia esistenti…), nella prospettiva di un radicale cambiamento di rotta rispetto agli orientamenti odierni più attenti.

Inoltre, potrebbe esprimere – in stretto rapporto con le organizzazioni impegnate su questo terreno, come la Comunità di Sant’Egidio – ambasciatori di Pace presso l’Unione Europea, presso l’ONU (per sollecitarne un ruolo più incisivo in senso pacifista), nei diversi consessi internazionali in cui si incontrano i rappresentanti degli Stati. E potrebbe anche – riprendendo quanto è stato intrapreso più volte da Alberto L’Abate (che proprio partendo da Firenze condusse i suoi interventi) e dal Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, con i Corpi Civili di Pace – mandare delegazioni laddove la guerra è in atto, al fine di stimolare trattative, dialoghi, confronti. Come priorità assoluta, si individua l’urgenza di un incontro internazionale, a Firenze, entro l’estate, per riproporre con forza il cessate il fuoco in Ucraina e l’avvio di negoziati fra tutti i soggetti che hanno responsabilità, dirette e indirette, rispetto a quel conflitto.

Così Firenze riuscirebbe a svolgere realmente quel ruolo di “Operatrice di Pace” che era nelle intenzioni di chi promosse la relativa delibera del Consiglio Comunale, oltre trent’anni fa. E darebbe concreta attuazione alle parole di padre Ernesto Balducci “Se vuoi la pace, prepara la pace”.


Pacifismo e movimenti per la pace nel nuovo millennio

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È all’alba del terzo millennio che una nuova linfa comincia a scorrere nelle vene del pacifismo, una linfa che scaturisce dal movimento dei movimenti del Social Forum, quello contro la globalizzazione imposta dai poteri forti (Seattle, Porto Alegre, Genova, Firenze, Mumbay, Parigi St. Denis, Londra sono le tappe più importanti che ne segnano il cammino). Si diffonde, e diviene senso comune, la presa di coscienza del divario crescente fra Nord e Sud del mondo, dell’accumularsi di ingiustizie che gravano sull’80% dell’umanità, di una situazione che è essa stessa causa di conflitto. La pace e la lotta contro la guerra e il terrorismo (che si alimentano a vicenda) si impongono fra gli obiettivi principali del movimento dei movimenti o movimento no global.

Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York si susseguono, condotte dal Governo USA e dai suoi alleati, la guerra all’Afghanistan e quella all’Iraq. Lo schieramento pacifista ha ormai una dimensione mondiale, tanto è vero che, dopo la grande giornata di mobilitazione per impedire che si scateni la guerra all’Iraq (110 milioni di persone scese in centinaia di piazze in tutto il mondo), il New York Times parla dei pacifisti come della seconda potenza mondiale. Ma la logica di guerra, a livello di potere, continua a prevalere. Accanto ai conflitti principali, su cui si accentra l’attenzione, vi sono decine di cosiddette guerre dimenticate, che provocano anch’esse morti, feriti, profughi, immani sofferenze.

Se don Milani e i ragazzi della Scuola di Barbiana facessero oggi la ricerca che avevano condotto oltre 50 anni fa – se esistesse o meno una guerra giusta alla luce dell’articolo 11 della Costituzione – avrebbero l’amara sorpresa di vedere che, nei circa 70 anni trascorsi dalla Costituzione, l’Italia ha partecipato a varie guerre, nonostante il “ripudio” scritto a chiare lettere nella Carta. Il “ripudio” dei/delle Costituenti era frutto dell’esperienza, della conoscenza diretta che i costituenti avevano avuto degli orrori, delle sofferenze, delle distruzioni che i conflitti bellici provocavano, in special modo, sempre di più, per la popolazione civile. Una conoscenza maturata durante le imprese coloniali del fascismo, durante la partecipazione – vedi la Spagna – alle aggressioni reazionarie a ordinamenti repubblicani scelti dal popolo e, soprattutto, durante l’immane tragedia della 2ª guerra mondiale, che aveva costretto gli italiani e le italiane che intendevano opporsi alla barbarie nazi-fascista a prendere le armi nella lotta partigiana, a sostegno delle truppe dei Paesi unitisi contro la minaccia per l’intera umanità costituita dalla Germania hitleriana e dai suoi alleati. Nelle aspirazioni di chi aveva preso le armi, specialmente di chi lo aveva fatto sulla base «di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo» (per usare la bella definizione di Piero Calamandrei), si trattava di una guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre, dando inizio ad un’epoca in cui giustizia e libertà avrebbero trionfato ovunque. Purtroppo, tutto ciò non si avverò.

La guerra oggi è, nuovamente, anche sul suolo europeo, nell’Ucraina che subisce l’aggressione della Russia. L’Europa, invece di inviare armi al Paese aggredito, dovrebbe operare perché si giunga al più presto al cessate il fuoco e si intraprendano le strade della diplomazia e della mediazione, anche attraverso una Conferenza internazionale, per superare i problemi esistenti. Per ora, però, si è scelto la via opposta. Che fare allora? Quali prospettive per chi crede che la pace venga comunque prima di tutto?

Occorre fare in modo che riprenda vigore il movimento pacifista (che periodicamente sembra scomparire, sopraffatto dalle disillusioni e dagli insuccessi, per poi rientrare in gioco con rinnovata energia), immettendolo in tutte le articolazioni della società, collegando sempre di più il suo percorso con quello della nonviolenza, ricercando forme più efficaci per incidere sulla politica istituzionale, riprendendo modalità e tecniche sperimentate in passato da ristrette élites, ma che varrebbe la pena estendere in ambiti più ampi (penso all’obiezione fiscale alle spese militari), avviando un confronto, che coinvolga le istituzioni, su iniziative come la difesa popolare non armata e nonviolenta (già negli anni ‘80 terreno di esperienze da parte di alcuni piccoli comuni), sviluppando i rapporti con gli enti locali per portare avanti insieme interventi di cooperazione internazionale decentrata e di diplomazia dal basso (nell’ottica delle indicazioni contenute, all’inizio di questo secolo, nella Carta del Nuovo Municipio).

Pacifismo e ambientalismo sono facce della stessa medaglia e fanno tutt’uno con l’antifascismo, di cui dobbiamo recuperare il valore fondante della nostra democrazia, alla luce della Carta costituzionale, in un momento che vede ricomparire, con i neo-fascisti al governo, azioni squadriste e comportamenti inumani, con il rischio che il tutto passi nell’indifferenza generale. Il nazionalismo, tipico dei fascismi di ogni epoca, oggi si esprime attraverso il sovranismo, che si affianca ad affermazioni come “prima gli italiani”, o “solo gli italiani”, tradotte poi in atti di respingimento dei/delle migranti, in attacchi alle ONG che salvano i naufraghi in mare, nella non approvazione di leggi dovute come quella dello jus soli, che riconosce la cittadinanza a chi è nato in Italia o vi risiede da un certo numero di anni (già derubricata a jus scholae, che la riconosce invece a chi vi ha compiuto gli studi). È invece necessario, per dare un altro taglio alla globalizzazione, improntare la nostra azione al già citato principio “nostra patria è il mondo intero”. Il futuro dell’umanità passa attraverso la scelta di porre finalmente la guerra “al di fuori della storia” e, nello stesso tempo, di riuscire a tradurre in comportamenti diffusi e condivisi quelle che sono attualmente iniziative di gruppi ristretti, che si pongono con determinazione e continuità contro-corrente. Penso, per fare qualche esempio fiorentino, all’esperienza di Mondeggi “fattoria senza padroni” e di “Contadino clandestino”, all’attività, nel campo dello sport, dell’associazione Lebowski (https://volerelaluna.it/territori/2021/09/08/firenze-il-lebowski-e-un-altro-mondo-possibile/), alla mobilitazione intorno ai lavoratori e alle lavoratrici della GKN, che è riuscita ad aggregare molte energie a livello sociale, costituendo un punto di riferimento sul territorio, a livello locale, e non solo, alle occupazioni di immobili e spazi pubblici inutilizzati che li fanno divenire “beni comuni” (https://volerelaluna.it/lavoro/2023/03/09/gkn-un-caso-esemplare-di-protagonismo-operaio/).

Se ieri gli obiettivi del movimento pacifista potevano essere considerati utopici, oggi si dimostrano di un estremo realismo. Perché è ad essi, da intrecciare con quelli della riconversione ecologica, che si collega la speranza di sopravvivenza dell’umanità. E la pace deve essere realizzata non solo fra le nazioni e fra le persone, ma anche con gli altri esseri viventi, con la natura, con l’ambiente. Non si tratta solo di rifiutare – di ripudiare – la guerra e la violenza, ma anche di impegnarsi per costruire quell’altro mondo possibile, e sempre più necessario, che era nella prospettiva dei Social-forum dei primi anni 2000. In questo caso, non ci sono davvero alternative: o riusciamo, con una riconversione, che è, nello stesso tempo, economica, sociale, politica, a modificare radicalmente scelte e comportamenti, a livello collettivo e individuale, oppure la sorte dell’umanità è segnata (e i tempi utili per “riconvertirsi” si vanno sempre più restringendo). Il “restare umani” (come diceva Vittorio Arrigoni, ucciso mentre era impegnato in iniziative a sostegno della popolazione palestinese), è la base comune di tale riconversione, il che significa tornare a dimensioni e modalità, nelle città, che permettano le relazioni fra le persone e abbiano spazi e occasioni per incontrarsi, per socializzare, per attività di mutuo soccorso, all’insegna della solidarietà e della cooperazione, con una netta inversione di rotta rispetto alle logiche dell’individualismo, della concorrenza, della rincorsa al successo, dell’essere ciascuno/a imprenditore e imprenditrice di se stesso/a, logiche dominanti a partire dalla fine degli anni ‘70 (e che si sono oggi “incattivite”, con notevoli tratti di disumanità).

Occorre, in altre parole e in conclusione, cambiare radicalmente il vecchio motto “se vuoi la pace, prepara la guerra”, ritenuto per tanto tempo indicazione saggia e virtuosa. Se vuoi la pace, per dirlo con le parole di padre Balducci, opera, in ogni occasione e in ogni momento, per preparare e costruire, pazientemente e con costanza, la pace. Che è, nello stesso tempo, il presupposto e il frutto dell’indispensabile azione per trasformare in profondità il mondo.

L’articolo completa una trilogia i cui precedenti contributi sono stati pubblicati il 22 marzo (https://volerelaluna.it/societa/2023/03/22/pacifismo-e-movimenti-per-la-pace-qualche-cenno-storico/) e il 28 marzo (https://volerelaluna.it/societa/2023/03/28/pacifismo-e-movimenti-per-la-pace-al-tempo-della-guerra-fredda/).


Pacifismo e movimenti per la pace al tempo della guerra fredda

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Dopo il 1946, dopo, cioè, la tremenda carneficina della seconda guerra mondiale (circa 50 milioni di morti, fra cui moltissimi civili), l’abominio dei campi di sterminio nazisti, lo scoppio delle prime due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la cultura pacifista riprende vigore e se ne ha qualche eco nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali (nella Costituzione italiana, ad esempio, viene introdotto il «ripudio della guerra» come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»). Viene fondata l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che sembra avere migliore sorte della Società delle Nazioni proposta nel 1919. Questo sforzo per cercare di risolvere pacificamente le controversie e avviare il mondo sulla strada di una pace duratura subisce, peraltro, un duro colpo con lo sfaldarsi del grande fronte unitario che aveva battuto il nazifascismo e l’inizio della “guerra fredda” fra il blocco occidentale, con epicentro gli Stati Uniti, e quello dei Paesi del cosiddetto socialismo reale, sotto l’influsso dell’Unione Sovietica.

È in questo clima, in cui si sviluppa il confronto atomico fra USA e URSS e si ha una vera e propria corsa al riarmo in entrambi gli schieramenti, che nasce, nel 1948-1949, il movimento dei “Partigiani della Pace”. Partecipano alla fase costitutiva Picasso, Brecht, Einstein, Szilard e ne viene eletto presidente Frederich Joliot Curie (che aveva contribuito, con Szilard, alla realizzazione dell’atomica americana). Il movimento si estende rapidamente con l’adesione di moltissimi intellettuali e il sostegno dei partiti operai e dei sindacati. Nel 1950 esso lancia un appello antinuclearista (l’appello di Stoccolma) che raccoglie in Italia 15 milioni di firme. Nel frattempo, sempre nel 1950, scoppia la guerra di Corea, in cui si fronteggiano Coreani del Nord, al cui fianco sono i Cinesi (con armi fornite anche dai sovietici), e Coreani del Sud, sostenuti da una forza multinazionale a guida statunitense sotto l’egida dell’ONU. I Partigiani della Pace, riunitisi a Berlino nel 1952, lanciano un nuovo appello: vi si chiede che le truppe straniere si ritirino dalla Corea e che si trovi una soluzione pacifica al conflitto, che siano messe al bando le armi nucleari, che Germania e Giappone non vengano riarmate, che cessino le violenze razziali nei Paesi coloniali. L’appello ha un successo notevole: viene firmato, in tutto il mondo, da quasi 600 milioni di persone (oltre 16 in Italia). Ciò dimostra che l’influenza del movimento va al di là dell’area della sinistra, ma, in un clima di anticomunismo sempre più virulento, le accuse ai Partigiani della Pace di essere uno strumento dell’URSS si susseguono ininterrotte (qualcuno definirà “utili idioti” i non comunisti che sottoscrivono gli appelli). È indubbio, comunque, che i partiti di sinistra ne costituiscono una componente forte e che l’URSS e i suoi satelliti lo sostengono. La crescita dell’arsenale atomico sovietico, con l’instaurarsi dell’equilibrio del terrore, e la crisi che scuote il comunismo internazionale, con la rivelazione dei crimini di Stalin e l’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe del Patto di Varsavia, nel 1956, sono le cause principali del declino del movimento dei Partigiani della Pace. Costituiscono peraltro suoi indubbi meriti la denuncia forte e chiara del pericolo nucleare, tanto da far divenire senso comune l’orrore per tali armamenti, e l’avere contribuito ad impedire che le bombe atomiche e all’idrogeno fossero usate da USA e URSS nelle molte guerre, più o meno locali, di cui sono stati soggetti attivi, in primo piano o sullo sfondo, in periodi diversi.

È proprio sulla base della relazione stretta fra movimento per la pace e antinuclearismo che nasce nel 1957, per iniziativa del filosofo inglese Bertrand Russell, il nuovo movimento denominato “Pungwash” (dal nome della cittadina canadese dove si tiene la sua prima riunione), che si svilupperà sul finire degli anni ‘50 e durante il decennio successivo. Esso si fonda sull’appello inviato all’ONU nel 1955 (e scritto da Russell stesso e da Einstein), in cui si afferma: «In considerazione del fatto che in qualunque tipo di futura guerra mondiale sarà impossibile non usare la bomba atomica, e che questa bomba minaccia la sopravvivenza dell’umanità, noi impegniamo i governi del mondo ad accettare l’idea – e a renderla pubblica – che nessun progetto politico è più realizzabile attraverso una guerra, e che conseguentemente vanno trovati strumenti pacifici per risolvere qualunque controversia internazionale».

In Italia accanto a una presenza notevole dei Partigiani della Pace e alle iniziative del sindaco di Firenze Giorgio La Pira, volte a creare un collegamento fra le città del mondo al fine di battersi per la distensione e per la coesistenza pacifica (nell’ambito lapiriano nasceranno anche iniziative come quelle della rivista Testimonianze, che sulla diffusione di una cultura di pace baserà gran parte della sua attività, e del suo ispiratore Padre Ernesto Balducci, che promuoverà, anni dopo, dei convegni dal titolo “Se vuoi la pace, prepara la pace”), si registra l’azione solitaria e tenace di Aldo Capitini, apostolo della nonviolenza (scritta senza stacco fra le parole non e violenza per dare maggior vigore al concetto) e fondatore, insieme a Pietro Pinna, del Movimento Nonviolento italiano, aderente al Movimento Internazionale dei Resistenti alle Guerre e di cui sono stati esponenti importanti pure Danilo Dolci, impegnato in Sicilia contro la mafia, e Alberto L’Abate, docente universitario all’Università di Firenze e autore di molte opere, fra cui una su Gramsci e la nonviolenza. A Firenze sarebbe sorta, anni dopo, ad opera di L’Abate e di Gigi Ontanetti la “Fucina della nonviolenza”, espressione di quel movimento. È di Capitini l’idea, nel 1961, in un momento di gravi tensioni nel mondo, della Marcia della Pace Perugia-Assisi, a cui partecipano diversi intellettuali, di area social-comunista, cattolica, azionista (Giovanni Arpino, Italo Calvino, Andrea Gaggero, Renato Guttuso, Arturo Carlo Jemolo, Guido Piovene, Ernesto Rossi) e che diverrà, a partire dal 1979 (quando riprenderà dopo un’interruzione di 18 anni) un appuntamento importante del pacifismo italiano, e che continua ancora oggi con cadenze biennali, e talora anche annuali, suscitando la partecipazione di decine e, in situazioni di particolare gravità, di centinaia di migliaia di persone.

Tornando alle vicende internazionali, nel corso degli anni ‘60 il mondo va vicino alla catastrofe finale (si pensi alla crisi causata dall’invio dei missili sovietici a Cuba) e, di contro, vede anche il verificarsi di fatti positivi, pur se di breve durata, come l’avvio di processi distensivi, ad opera di Kennedy e di Krusciov (sono loro a dare una soluzione positiva alla crisi dei missili sovietici a Cuba), con il sostegno di Papa Giovanni XXIII, che, con l’enciclica Pacem in terris, in cui si lega il concetto di pace a quello di giustizia sociale, licenzia uno dei testi più pacifisti prodotti dall’alto magistero della Chiesa.

Il movimento per la pace, anche se lancia nuove mobilitazioni sotto forma di campagne per il disarmo nucleare unilaterale, è sulla difensiva e non è in grado di sviluppare ulteriormente il collegamento con la tematica della nonviolenza. È tempo di guerre, comunque: quella del Vietnam terrà la scena per molti anni e proprio contro la presenza dell’esercito statunitense sul suolo vietnamita, a difesa del regime corrotto di Saigon, si svilupperà con grande forza, a partire dalle università americane, un movimento di respiro mondiale, che si intreccerà con il moto libertario e anti-autoritario del ‘68, si esprimerà con le canzoni di Joan Baez e Bob Dylan, farà proprio lo slogan degli hippies “Fate l’amore, non fate la guerra”. È un movimento che vuole la pace, ma è anche decisamente schierato contro l’intervento USA e non tutto definibile come pacifista (nelle manifestazioni risuona anche lo slogan “Vietnam vince perché spara”).

In Italia prosegue, anche se non a livello di massa, l’azione per l’obiezione di coscienza al servizio militare, che sarà ammessa e regolamentata solo nel 1972, con una legge molto restrittiva, e nel 1982, con una normativa più ampia. Coloro che obiettano continuano a essere incarcerati e in loro favore intervengono, sulle orme di don Primo Mazzolari, padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani (entrambi processati in seguito a questi interventi; don Lorenzo non verrà condannato perché morirà prima della fine del processo).

Dopo la sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam, nel 1975, si avvia una nuova fase, anch’essa assai breve, di distensione fra le due massime potenze mondiali e si ha la Conferenza di Helsinki, in cui si inizia a discutere della riduzione degli armamenti. Ma la competizione sul piano militare riparte quasi subito. L’URSS costruisce i missili SS20 (e successivamente occuperà l’Afghanistan); gli USA e la NATO installano missili di notevole potenza, i Pershing e i Cruise, in vari Paesi europei, fra cui l’Italia.

Il movimento per la pace riparte con l’obiettivo centrale del superamento dei blocchi: «Dalla Sicilia alla Scandinavia NO alla NATO e al Patto di Varsavia». In Italia, dopo che il Parlamento ha approvato, alla fine del 1979, l’installazione dei missili e ha individuato, l’anno successivo, il luogo dove installarli – Comiso, in Sicilia – il pacifismo (sinistre extra-parlamentari e comunisti in prevalenza, ma anche una forte componente cattolica, più le attivissime minoranze del movimento nonviolento) dispiega tutto il suo potenziale, nel quadro della mobilitazione europea contro i missili: riprendono con regolarità le marce Perugia-Assisi; si organizzano alcune grandi manifestazioni a Roma (quella del 22 novembre 1983 vede un milione di partecipanti) e molte manifestazioni locali; si costituiscono comitati per la pace in tutto il Paese; si raccolgono firme, specialmente in Sicilia (sotto la spinta del segretario del PCI siciliano, Pio La Torre, che il 30 aprile 1982 verrà ucciso dalla mafia, molto interessata alla costruzione della base missilistica); si acquistano, tramite una sottoscrizione popolare, i terreni intorno alla zona su cui sorgeranno le rampe missilistiche, realizzandovi campeggi di militanti e pensando di costruirvi un Centro per la Pace; si moltiplicano digiuni e petizioni; si attua su parte del territorio nazionale un referendum autogestito; si va con una lunga marcia da Milano a Comiso sulla base di un appello firmato da alcuni intellettuali, fra cui Umberto Eco; si fanno a Comiso vari campi estivi (nell’estate del 1983, il campo estivo IMAC [International Meeting Against Cruise] culmina in tre giornate di blocco dei lavori della base, con una feroce repressione da parte delle forze di polizia).

Nel frattempo si sono tenute due Conferenze europee per il disarmo nucleare, una a Bruxelles nel 1982, l’altra a Berlino nel 1983 (alla loro preparazione ha lavorato, prima di morire nel novembre 1982, Lucio Lombardo Radice, intellettuale comunista da sempre su posizioni pacifiste e fautore del dialogo con i cattolici), e si sono susseguite iniziative pacifiste in varie parti d’Europa. Il movimento assume posizioni nettamente disarmiste anche in Italia, provocando accese discussioni nel PCI, dove prevalgono, nonostante una notevole simpatia per i pacifisti del suo segretario Enrico Berlinguer, le indicazioni per un riequilibrio delle forze in campo, con un disarmo progressivo e bilanciato.

Dopo Cernobyl (1986) la lotta al nucleare militare s’intreccia con quella al nucleare civile. Il pacifismo si collega all’ambientalismo e al femminismo e ne riceve nuovi stimoli. Stanno maturando sul campo i contenuti e i dirigenti che porteranno al salto di qualità che caratterizzerà il movimento nell’ultimo decennio del secolo (è in questo contesto che emerge, fra diverse altre, la figura di Tom Benetollo, morto nel 2004 a 53 anni, mentre, da presidente dell’ARCI, stava dando nuovi impulsi alla lotta per la pace e anche alle prospettive della sinistra nel nostro Paese).

Crollato il “Muro di Berlino” (1989) e imploso l’impero sovietico, molti pensano che, finita la contrapposizione tra i blocchi, si possa finalmente costruire per i popoli del mondo la “pace perpetua” auspicata da Kant. Ma l’illusione è breve. Agli inizi degli anni ‘90, con la prima guerra all’Iraq, i pacifisti tornano in piazza. Nel Parlamento italiano la sinistra di opposizione, ansiosa di modernizzarsi (e di dimostrarsi così non “ideologica” e perciò di essere affidabile come “partito di governo”), comincia ad avere dubbi sull’assumere posizioni negative intransigenti nei confronti dei conflitti armati. Pietro Ingrao, prestigioso leader comunista, fa risuonare comunque alto e chiaro il suo no alla guerra nelle aule parlamentari (e sarà un punto di riferimento anche per i nuovi movimenti pacifisti). Le parole di padre Balducci, allo scoppio del conflitto del Golfo nel 1991, hanno un carattere profetico, anticipando gli eventi del periodo successivo, fino ai giorni nostri: «L’orizzonte 2000 […] non è più come era prima dell’evento. Il suo asse si è spostato; se non sono crollati, si sono fatti vacillare gli spazi istituzionali, come l’ONU, dai quali fino a qualche mese fa ci era possibile guardare al futuro, anzi è vacillata una delle certezze che apparivano come un punto di non ritorno della modernità, il ripudio della guerra». Per il movimento pacifista l’impegno contro la guerra non avrà soste, perché, terminata la guerra del Golfo, si svilupperanno, nel corso del decennio, i conflitti scaturiti dalla deflagrazione della ex-Jugoslavia, un ciclo che si chiuderà nel 1998 con l’attacco alla Serbia da parte della NATO.

Dalla guerra “operazione di polizia”, contro l’Iraq, si è passati alla guerra “umanitaria”, contro la Serbia, in cui si massacrano, tramite i bombardamenti, uomini, donne e bambini per salvare – questa è la ragione umanitaria del conflitto – altri uomini, donne e bambini dal massacro della pulizia etnica. I pacifisti non si limitano a manifestare a casa loro, ma si recano nei luoghi dove la guerra infuria a cercare di fare opera di interposizione, ad attivare interventi di cooperazione, a cercare collegamenti con la società civile locale per tentare di fermare la logica perversa della guerra. Hanno anch’essi i loro caduti, ma i grandi organi d’informazione continuano a chiedersi: «Dov’è adesso il movimento per la pace? Dove si sono nascosti i pacifisti (o “panciafichisti”, come qualcuno, spregiativamente, li chiama)?». Eppure sono loro a tenere alto il principio costituzionale del “ripudio della guerra” che il Parlamento, nella sua stragrande maggioranza, ignora.

Le marce Perugia-Assisi si fanno sempre più partecipate (con un grande e positivo mescolarsi di gruppi di persone, di striscioni, di slogan – scout e circoli parrocchiali avanti, o dietro, a pervicaci comunisti di Rifondazione, ritratti di Che Guevara accanto a immagini di Gandhi, canti della tradizione anarchica e socialista insieme a “We shall overcome” – e anche con qualche elemento di confusione, perché prendono parte alle Marce pure coloro che hanno approvato i bombardamenti.

L’articolo fa seguito a quello pubblicato il 22 marzo (https://volerelaluna.it/societa/2023/03/22/pacifismo-e-movimenti-per-la-pace-qualche-cenno-storico/). Il terzo e ultimo contributo comparirà nei prossimi giorni.


Pacifismo e movimenti per la pace: qualche cenno storico

Autore: e

1. Il pacifismo ha radici che si perdono nella notte dei tempi (come la guerra, peraltro). È di 3400 anni fa, all’incirca, il regno del Faraone Amenofi IV, in Egitto, durante il quale furono bandite le guerre e le campagne militari (e probabilmente anche la pena di morte). Otto secoli dopo, in un’altra parte del mondo (ai piedi dell’Himalaya), il principe Siddhartha Gautama, detto il Buddha (l’Illuminato o il Risvegliato) scelse una pratica di pacifismo assoluto. Un suo seguace, il re dell’India Ashoka, fondò il suo regno, per quasi mezzo secolo, sul principio intransigente della non violenza. Certo, furono esperienze brevi, collocate all’interno di realtà che si basavano fondamentalmente sulla guerra e sulla violenza, ma ci furono.

I Romani, di lì a poco, alla conquista di un impero immenso, coniarono la massima, rimasta fino ai nostri giorni come espressione di saggezza, «si vis pacem, para bellum» (se vuoi la pace, prepara la guerra), intendendo la pace come la definì Tacito: «Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». È però all’interno di quel mondo imperiale romano, le cui insegne, e le cui leggi, avanzavano al passo cadenzato delle legioni, che nacquero il rifiuto radicale di combattere i propri simili da parte dei cristiani delle origini e i primi obiettori di coscienza (disposti ad affrontare il martirio piuttosto che imbracciare le armi). Le parole e gli atti di Gesù al riguardo erano stati molto chiari: egli, infatti, aveva detto che bisognava «porgere l’altra guancia se qualcuno ti schiaffeggia» e aveva fatto riporre la spada nel fodero al discepolo che intendeva difenderlo dai soldati giunti nell’orto dei Getsemani per arrestarlo. Tutto ciò non avrebbe impedito, successivamente, ai cristiani che detenevano il potere (re, principi, nobili, vescovi e vescovi-conti) di compiere numerose imprese belliche nel nome di Cristo (di indire, fra l’altro, le Crociate, con le morti e le distruzioni che ne seguirono, con il pretesto di liberare dal dominio degli “Infedeli” il suo Sepolcro, in quella Palestina, che fu denominata Terra Santa). Ma, sempre nell’alveo del Cristianesimo, si avranno, nel corso dei secoli, alcune esperienze, rivoluzionarie proprio perché pacifiste in modo coerente e intransigente: prima fra tutte quella, al limite dell’eresia, di Francesco d’Assisi. In seguito vi saranno altre esperienze pienamente eretiche (i Catari, i seguaci di Fra’ Dolcino, i Valdesi, e, nell’ambito della Riforma Protestante, la Società degli Amici, fondata in Inghilterra e poi in esilio in America i cui membri, denominati spregiativamente Quaccheri [“coloro che tremano”], si manterranno convinti pacifisti). E saranno proprio gli “Amici Quaccheri” ad affermare solennemente: «Noi ripudiamo energicamente tutte le guerre e tutte le lotte e ogni combattimento con armi materiali, quale che ne sia lo scopo e quale il pretesto: […] e sappiamo che lo spirito di Cristo non ci ispirerà di prender parte ai combattimenti ed alle guerre, contro chicchessia, né per il regno di Cristo, né per i regni di questo mondo».

Anche artisti e filosofi, nel corso dei secoli, sostennero le ragioni dell’umana convivenza e della pace. Si possono citare, a titolo d’esempio e limitandosi al mondo occidentale: i greci Sofocle (con la tragedia Antigone) e Aristofane (con le commedie Lisistrata e La pace), l’umanista Erasmo da Rotterdam («La guerra cambia gli uomini in bestie feroci. […] Io non esorto e non prego: imploro. Cercate la pace»), Voltaire, nel 1700 («La cosa più straordinaria di questa impresa infernale è che ciascuno di quei capi di assassini fa benedire le proprie bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il suo prossimo»), Condorcet (Quadro storico dei progressi dello spirito umano), Kant (Per la pace perpetua). Mentre la cultura degli illuministi fu la prima, in epoca moderna, a essere pacifista senza riserve, Per la pace perpetua di Kant fu il primo scritto organico che fa della pace il fine principale del corso storico dell’umanità.

2. Nel XIX secolo entrò in scena il movimento operaio e socialista. Aveva radici solidaristiche, cooperative, alternative al mondo del potere, della concorrenza, del profitto, in altre parole non violente. E aveva, nei suoi geni originari, il rifiuto della guerra, nella quale i proletari di nazioni diverse, in nome della patria, si uccidono a vicenda: «Nostra patria è il mondo intero» cantavano gli anarchici negli Stornelli d’esilio di Pietro Gori e L’internazionale era l’inno dei socialisti. Ma si fece strada anche, assai forte e infine prevalente, sulla base di una lettura parziale di Marx, l’idea che una nuova società si possa costruire solo dopo aver preso il potere, e averlo difeso, con la forza, come dimostrato, da un lato, dalla Comune di Parigi (che aveva dato “l’assalto al cielo” e che il nemico borghese aveva annientato nel sangue perché i comunardi erano inferiori nei mezzi militari) e, dall’altro, dalla rivoluzione d’ottobre in Russia (dove i Bolscevichi, organizzati e in armi, erano riusciti a conquistare il “Palazzo d’Inverno” e a mantenerne poi il possesso, anche con mezzi coercitivi e repressivi).

In Italia, nel 1915, i socialisti e anche i cattolici – quelli che poi avrebbero dato vita al Partito Popolare – furono contrari all’entrata in guerra. Ma poi, pian piano, a conflitto in atto, la parola d’ordine del Partito Socialista divenne «né aderire né sabotare» (in altri Paesi europei i parlamentari socialisti, in nome dell’unità nazionale, e in barba all’internazionalismo, avevano già votato a favore dei “crediti di guerra”). E la voce del Papa, che nel 1917 definì la guerra in corso «un’inutile strage», risultò piuttosto isolata nello stesso mondo cattolico (trovando eco, piuttosto, nelle parole di Rosa Luxemburg, socialista e rivoluzionaria, in carcere in Germania perché contraria alla guerra). La retorica della morte gloriosa in nome della Patria – «chi per la patria muor, vissuto è assai» – dilagava, frattanto, nei giornali, nei libri, nella musica, nelle canzoni, nei film (erano muti, ma le parole, “dannunzianamente” guerriere, risaltavano nelle scritte fra un fotogramma e l’altro). Solo in alcuni canti popolari – come Oh! Gorizia tu sei maledetta (che si contrapponeva alla visione “eroicamente” lirica di poemi come La sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi) – si ebbe un’eco del dolore e delle sofferenze provocate dalla sanguinosa guerra di posizione (decine di migliaia di morti per conquistare pochi metri di terreno) e dalla vita di trincea, nonché del sano buon senso di chi continuava a non capire perché ci si dovesse uccidere a vicenda fra persone che non si conoscevano nemmeno e che, nella stragrande maggioranza dei casi, conducevano la medesima esistenza da “poveri cristi” sfruttati.

Dalla vicenda bellica, che aveva prodotto milioni di morti, di feriti, di invalidi (per lo più fra i combattenti – e sarà l’ultima volta: nei conflitti successivi sarà, sempre di più, la popolazione civile a rimanere vittima dei bombardamenti, delle rappresaglie, delle stragi –), nacque una letteratura di rifiuto della guerra in nome dell’umanità e del sentirsi fratelli al di là delle frontiere. Già nel 1924 l’anarchico e pacifista tedesco Ernst Friedrich mostrò in un libro fotografico (Guerra alla guerra) gli orrori del primo conflitto mondiale. Poco tempo dopo – nel 1929 – uscì, e riscosse un notevole successo, il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (di cui furono poi realizzate alcune versioni filmiche).

I tentativi di tradurre in politiche nuove l’insegnamento che veniva dalle atrocità della guerra (ad esempio, con la Società delle Nazioni proposta dal Presidente statunitense Wilson) non ebbero basi solide e non andarono molto lontano. Tanto è vero che ben presto si crearono le premesse per un secondo, e ancor più tremendo, conflitto mondiale. Nel frattempo, però, in altre zone del mondo, e cioè in India, ancora parte dell’impero britannico, si stavano sviluppando a livello di massa, sotto la guida del Mahatma Gandhi, delle esperienze di lotta non violenta che avrebbero portato la nazione indiana all’indipendenza. Gandhi, nella sua formazione, era stato influenzato dal pacifismo assoluto a cui era giunto, nei suoi ultimi anni di vita, il grande scrittore russo Leone Tolstoi (che aveva, a sua volta, subito l’influenza delle esperienze “comunitaristiche” avviate, e poi fallite, negli Stati Uniti, nella seconda metà dell’ottocento, ad opera dei membri di quel club trascendentalista che aveva avuto in Henry David Thoureau, l’autore del saggio La disubbidienza civile, il suo principale esponente).

3. Pacifismo e non violenza, spesso intrecciati fra loro, rispuntano, quindi, come un fiume carsico, in periodi e luoghi diversi, con caratteristiche assai diversificate, ma anche con alcuni tratti comuni. Si tratta, di volta in volta, di testimonianze singole, di opere di scrittori e artisti (che esercitano una grande influenza a livello di opinione pubblica), di lotte di madri e di spose (che si sdraiano anche sui binari per impedire che il treno porti via, a combattere, i loro figli e mariti), di scioperi e di azioni di massa che ripropongono la solidarietà operaia e proletaria al di là di ogni frontiera, di interventi animati da una profonda religiosità, di iniziative umanitarie che cercano di alleviare le sofferenze nel mezzo dei conflitti, di forme di disubbidienza e di resistenza passiva che tentano di ostacolare il passo agli armamenti, di movimenti – di scienziati, di intellettuali, di persone comuni – che sostengono la via del disarmo e della convivenza pacifica, di reazioni spontanee agli orrori della guerra. Si hanno canti, saggi, opere di letteratura, di teatro, di cinema, di altre arti visive, che hanno nel pacifismo la loro principale fonte di ispirazione e che si contrappongono alle produzioni che esaltano i valori e gli orgogli nazionalistici, patriottici, militari, i furori guerreschi, gli “eroi” delle imprese belliche. Dell’arte e degli artisti pacifisti sono simboli riconosciuti a livello mondiale Pablo Picasso, con la sua “colomba della pace” e con Guernica, e Bertolt Brecht, con numerose poesie contro la guerra e con il detto «Beato il paese che non ha bisogno di eroi». È un inno alla pace anche l’orazione finale del film Il grande dittatore, del 1940, dove Charlie Chaplin impersona sia Adenoid Hynkel, modellato su Adolf Hitler, sia un piccolo barbiere ebreo che gli assomiglia e che, per una serie di circostanze fortuite, ne prende il posto, pronunciando, appunto, il discorso umanitario conclusivo.

Va sottolineato che la nonviolenza come fattore attivo di trasformazione (e non rassegnata accettazione dell’esistente) ha avuto un suo spazio anche durante il grande movimento europeo di Resistenza al nazifascismo (un movimento che pure fu in gran parte lotta armata). Si possono citare in proposito gli episodi avvenuti in Danimarca (dove si riuscì, con un ampio coinvolgimento della popolazione, durante l’occupazione tedesca, a mettere in salvo, con il trasferimento nella vicina Svezia, non occupata, gran parte degli ebrei residenti e dove, a Copenaghen, tutti i commercianti misero nei propri negozi il simbolo imposto ai negozianti ebrei) e in Norvegia (dove gli insegnanti si rifiutarono in blocco di usare i testi che i nazisti avevano ordinato di adottare sino a che, alla fine, gli occupanti fecero marcia indietro rispetto a tale ingiunzione). Ma anche gli scioperi operai del 1943 in Italia (nel territorio della cosiddetta Repubblica di Salò), il sostegno popolare ai prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, l’appoggio dato a ebree ed ebrei per impedire che fossero catturati e deportati nei lager, si inseriscono in tale filone. E l’azione armata dei gruppi partigiani fu resa possibile dal cibo fornito loro dai contadini, dal fatto cioè che le bande sui monti erano l’espressione combattente di un sentimento diffuso di ostilità ai nazi-fascisti: tale sentimento si manifestò con modalità diverse, anche, fra l’altro, attraverso la diffusione di una stampa clandestina con cui si incitava alla lotta e si proponeva una società del tutto diversa. Un esempio significativo di tale tipo di resistenza lo troviamo rappresentato poeticamente in un libro francese, Il silenzio del mare di Vercors, diffuso, su direttiva di De Gaulle, nella Francia occupata: un anziano signore e la sua giovane nipote, costretti a ospitare un ufficiale tedesco, si rifiutano per mesi di rivolgergli la parola; nonostante tutti i suoi sforzi di attaccare discorso, parlando di musica, di arte, di letteratura, delle bellezze della Francia essi si oppongono all’invasore con il muro del silenzio.

Posizioni e movimenti diversi. Per lo più minoritari. E, tuttavia, una storia radicata nei secoli e nei millenni.

L’articolo è il primo di tre scritti sul tema. Gli altri due seguiranno a breve


A vent’anni dal Social Forum del 2002

Autore: e

Si sono concluse domenica 13 novembre le quattro giornate, dense di iniziative, di incontri, di confronti, svoltesi a Firenze in occasione del ventennale del Social Forum Europeo che coinvolse positivamente la città a un anno di distanza dai tragici avvenimenti di Genova (l’uccisione di Carlo Giuliani, gli attacchi polizieschi ai cortei, i pestaggi e le torture della Scuola Diaz e di Bolzaneto). Certo, non si è avuta una partecipazione come quella di allora, quando oltre 70.000 persone, provenienti dai vari paesi dell’Europa e anche da altri continenti, nonché moltissimi/e fiorentini/e furono presenti, nell’arco dei quattro giorni, negli ampi spazi della Fortezza da Basso, e una straordinaria manifestazione pacifista, con la presenza di un milione di persone, inondò i viali di Firenze. Oggi le presenze sono state di alcune migliaia e si è trattato, più che altro, di delegazioni di realtà associative europee che hanno cercato di coordinarsi e di organizzarsi su obiettivi comuni, specifici e generali. La città ha vissuto l’evento in maniera diversa, con presenze più limitate nei quattro giorni, ma con un percorso di iniziative, promosse da soggetti associativi locali, che nelle settimane precedenti hanno cercato di sensibilizzare la cittadinanza su quello che sarebbe stato il ventennale, socializzandone i contenuti.

Fra i temi al centro delle assemblee e delle riunioni particolarmente importanti quelli della pace, del razzismo, del fascismo risorgente in varie parti d’Europa. Stiamo vivendo, infatti, in tempi bui, in cui il neo-liberismo, il prevalere delle multinazionali e del capitale finanziario, i diktat del mercato sono sempre più accompagnati e sostenuti da regimi sovranisti e, in alcuni casi, apertamente fascisti. Una delle caratteristiche principali di tali regimi è quella di essere “portatori attivi” di razzismo, com’è dimostrato dai provvedimenti adottati dall’Ungheria e dalla Polonia a proposito della chiusura delle frontiere. L’Italia del Governo Meloni non è da meno, con le persone ridotte a “carichi residuali” (secondo le dichiarazioni del Ministro degli Interni Piantedosi), le distinzioni di Giorgia Meloni fra naufraghi e migranti (come se, nel caso in cui chi naufraga sia un migrante, non si dovessero rispettare le regole del mare che prescrivono l’approdo delle navi che salvano nel porto sicuro più vicino), la “guerra” contro le navi delle ONG che operano per salvare vite umane, la dichiarazione (sempre di Giorgia Meloni) che indica tale “guerra” come un atto per la difesa dei sacri confini della patria, il rinnovo dei vergognosi accordi con la Libia (risalenti al ministro Marco Minniti) perché impedisca l’immigrazione verso l’Italia, il continuo dichiarare, da parte di chi è al governo, “prima gli italiani”. Si tratta di dichiarazioni e di atti che suscitano indignazione e necessitano di risposte decise da chi sa ancora distinguere fra umano e disumano. Tutto ciò aggiunge un di più di “cattivismo”, ma rientra appieno nelle politiche europee: è l’Europa, infatti, a finanziare il sultano/dittatore Erdogan (quello che fa la guerra alla popolazione curda) perché blocchi, non importa con quali metodi, l’immigrazione. Certo, ultimamente, vari paesi hanno espresso critiche verso l’Italia, ma non si è proceduto, a tutt’oggi, a un cambiamento di rotta nelle politiche verso i migranti (a cominciare dal superamento dell’accordo di Dublino, secondo cui il primo paese ospitante chi arriva sul suolo europeo è quello che prende in carico la sua istanza di rifugiato politico), all’adozione per tutti/e delle regole che valgono per coloro che arrivano dall’Ucraina, alla possibilità per ogni persona di chiedere asilo, sulla base dei trattati internazionali e, per quanto riguarda l’Italia, anche della Costituzione (art. 10).

È proprio perché si assiste a un preoccupante diffondersi di opinioni e sentimenti razzisti che occorre sviluppare un’azione di contrasto volta a mettere in moto tutti gli anticorpi presenti nella società. Il razzismo è un male sottile, che si insinua cogliendo le fratture che si determinano fra i vari settori sociali (fra gli “ultimi” e i “penultimi”, ad esempio), fra le diverse nazionalità e fra la cosiddetta “normalità” e le “differenze” sul piano del genere, dei comportamenti sessuali, del colore della pelle, delle abitudini e dei comportamenti. Esso può portare, com’è accaduto in passato e come continua oggi, a situazioni di oppressione, di discriminazione, di ingiustizia. Occorre non abbassare mai la guardia: coniugando la lotta al razzismo con quelle per i diritti civili, per i diritti sociali, per l’ambiente, per l’eguaglianza; intrecciando i movimenti contro la guerra e contro il razzismo; dando loro continuità; facendo di entrambi una priorità nei programmi politici. Contro la guerra occorre riaffermare l’azione consistente in campagne per una drastica riduzione delle spese militari, per la riconversione delle fabbriche d’armi, per uno stop deciso al commercio degli armamenti (a cominciare dalla vendita delle armi ai paesi in guerra), per l’adesione dell’Italia al TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari), per l’inclusione della difesa disarmata e nonviolenta fra quelle ufficialmente riconosciute, praticabile da chi obietta rispetto all’uso delle armi. Anche alla lotta al razzismo occorre, come si è già accennato, dare continuità. Oltre alle manifestazioni, ai cortei, che riaffermano, in modo evidente e pubblico, la volontà di parti notevoli della società di dire NO al razzismo, è essenziale attivare organismi di contrasto alle discriminazioni, in grado di intervenire sui casi che si verificano quotidianamente (con particolare attenzione agli atti, alle situazioni, alle opinioni diffuse discriminanti nei confronti della popolazione Rom), portare tale tematica nelle istituzioni, perché si attrezzino in modo adeguato, promuovere confronti e dibattiti nelle scuole, perché tutto ciò sia al centro dei processi formativi. Da atti, anche piccoli, di intolleranza possono nascere processi che portano a situazioni di grave pericolo per la convivenza civile. Per questo occorrono una vigilanza continua, la capacità di agire tempestivamente, collegamenti internazionali in grado di rendere più efficaci le azioni di contrasto al razzismo.

Chi partecipò al Social Forum del 2002 dichiarò di essere, prima di tutto, contro le barbarie del neo-liberismo e della guerra, che erano i punti essenziali del documento conclusivo dell’evento. Oggi, visto che le forme di intolleranza, invece di essere ridotte e marginali, sono cresciute, e che vi sono governi, di chiaro stampo fascista, che le alimentano, occorre aggiungere fra le priorità la lotta al razzismo e al fascismo. Non vi potrà essere, infatti, un “altro mondo possibile (e sempre più necessario)”, se non si riusciranno ad estirpare dalle istituzioni e dalla società pensieri, atti, comportamenti che provocano situazioni di discriminazione. Per questo il NO al razzismo deve costituire un punto di fondamentale importanza per ogni programma politico in sintonia con quanto prevedono la Costituzione, esplicitamente antifascista, e diverse dichiarazioni e trattati internazionali. Anche su questi punti dal ventennale del Social Forum deve venire una spinta per il rilancio delle lotte e dei movimenti. Altrimenti iniziative come quella di Firenze del 10-13 novembre rischiano di essere solo delle belle parentesi che non riescono a incidere sulle situazioni che viviamo quotidianamente.


Perché votare Unione popolare

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A due settimane dalle elezioni del 25 settembre i giochi sembrano fatti. I sondaggi hanno già stabilito quali saranno i risultati. L’unica incertezza riguarda la possibilità per la destra di avere una maggioranza in grado di cambiare la Costituzione senza che tale cambiamento debba essere confermato da un referendum. Un accordo tecnico, e non programmatico, fra tutti i soggetti che si oppongono alla destra, avrebbe impedito, o comunque ridimensionato, il quasi sicuro successo, nei collegi uninominali, dell’unico rappresentante della destra, a cui si contrappongono più candidati – quelli del centro, del centro-sinistra, della sinistra. Costituzionalisti e politologi hanno sollecitato in più occasioni un accordo del genere (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/08/03/per-una-coalizione-demergenza-nel-maggioritario/), ma il PD ha scelto di muoversi in maniera schizofrenica, da un lato andando alla ricerca di un accordo programmatico con Calenda su posizioni indigeribili per altri possibili alleati, ma anche per il PD medesimo, se non rinnegando in parte le sue posizioni sull’ambiente e sulle questioni sociali (un accordo rifiutato poi da Calenda stesso un secondo dopo averlo sottoscritto), dall’altro proponendo alleanze a difesa della Costituzione contro la minaccia Meloni, con l’esclusione però dei Cinque Stelle, colpevoli di lesa maestà nei confronti di Draghi, da tale arco costituzionale.

Il PD ricorre all’appello al voto utile, usato già in altre occasioni, per convogliare più voti possibili sui suoi candidati. Ma può darsi che si riveli un’arma spuntata e che vi sia un forte aumento delle astensioni. Va ribadito che risulta assolutamente suicida il rifiuto piddino di un accordo con i Cinque Stelle, assieme ai quali il PD è stato al Governo e che risultano essenziali, anche dopo la forte riduzione dei consensi di quest’ultimo periodo, per un forte schieramento anti-destre. Il contrasto alle destre – destre di cui è ormai capofila riconosciuta Giorgia Meloni – ma anche ai centristi di Calenda e Renzi, probabili alleati delle destre perlomeno su alcune scelte, non va condotto solo per un sacrosanto rifiuto del fascismo, come da Costituzione, ma per le scelte devastanti contenute nei loro programmi, e cioè: il rilancio delle grandi opere, compreso il ponte sullo Stretto, il contrario di ciò che andrebbe fatto per opporsi alla crisi climatica e ambientale; la riproposta del nucleare, nonostante la bocciatura espressa attraverso un referendum, per far fronte alla crisi energetica – invece di impegnarsi a fondo sul terreno delle rinnovabili; la riduzione delle tasse attraverso la flat tax, che in effetti riduce le tasse ai redditi medio-alti, attaccando la progressività della tassazione prevista dalla Costituzione, con conseguenze gravi nella erogazione, già pericolosamente ridotta, dei servizi sociali da parte delle istituzioni; politiche inumane contro i migranti; il presidenzialismo, cioè l’elezione diretta del presidente della repubblica da parte dei cittadini-delle cittadine e non più ad opera del Parlamento, una misura populista che intacca il sistema parlamentare su cui si basa il nostro ordinamento; l’autonomia differenziata, che aumenta il divario fra le regioni più ricche di risorse e quelle più svantaggiate; la propensione a criminalizzare il dissenso e ad adoperare la forza per reprimerlo, con un uso di classe del carcere e una visione per cui l’istituzione deve essere debole con i forti e forte con i deboli; l’opposizione ai diritti civili secondo una visione bigotta e reazionaria della società, ostacolando il cammino dei movimenti delle donne e lgbtq; l’intreccio fra populismo e neo-liberismo, che produce governi come quello di Orban in Ungheria; la disponibilità a seguire le indicazioni della NATO, anche quando producono situazioni di guerra, senza la ricerca ostinata e continua di soluzioni pacifiche ai conflitti; l’impegno a potenziare le forze armate per renderle più efficienti, senza provvedimenti che limitino invece la produzione e il commercio delle armi.

Ce n’è abbastanza per essere decisamente contrari a quanto le destre propongono – e che, in alcuni casi, si ritrova anche nei programmi del centro-sinistra. E ce n’è anche abbastanza per non dare per scontato il loro prevalere alle prossime elezioni. Abbiamo argomenti forti da mettere in campo per motivare al voto anche coloro che, sfiduciati, si sono rifugiati nell’astensione o nella scheda bianca. Occorre cercare con convinzione di ricollegare le rilevanti attività in campo sociale sul terreno della solidarietà e della difesa dei diritti con l’impegno elettorale, in modo che vi sia una loro rappresentanza parlamentare.

All’interno di questa opera di contrasto alle destre è necessaria anche la ricerca di una presenza di sinistra, non subalterna al PD, nel prossimo Parlamento. Seppure per la costruzione di una sinistra visibile ed efficace nel nostro Paese occorrano tempi lunghi, una presenza del genere può costituire un punto di riferimento per l’indispensabile processo di rifondazione. Perciò voterò convinto Unione Popolare, di cui va sollecitato un ancor più forte impegno programmatico sul tema della pace (contro l’acquisto degli F35, per l’adesione dell’Italia al TPNA, per il sostegno a sistemi di difesa non armata e nonviolenta etc.), nella speranza di una condivisione diffusa di tale convinzione da parte di molte persone che avvertono la mancanza di una sinistra e che sono disponibili a sostenere l’inizio di un cammino comune. È evidente che il gioco si sta facendo sempre più duro e che il pericolo del predominio delle destre – destre in cui è centrale la componente fascista – è altissimo. Ma non dobbiamo comunque dimenticare ciò che dice John Belushi nel film Blues Brothers: «È quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare».


Per la pace: rilanciare l’obiezione fiscale e l’impegno dei Comuni  

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Molte sono le forme con cui manifestare la nostra decisa contrarietà alla guerra, un NO “senza se e senza ma”: le manifestazioni, le iniziative pubbliche, le prese di posizione, il rifiuto di servirsi di banche che finanziano le industrie degli armamenti e di votare partiti che contribuiscono allo sviluppo dei conflitti armati inviando armi ai contendenti. Ma non è ancora sufficiente. Nella seconda metà del secolo scorso si svilupparono delle vere e proprie campagne che coinvolsero migliaia di persone e decine di enti locali.

Mi riferisco alla campagna per l’obiezione di coscienza alle spese militari e a quella con cui gli enti locali si dichiaravano “comuni denuclearizzati”.

La prima partiva dal presupposto che è giusto e doveroso pagare le tasse – sono lo strumento essenziale per garantire a tutte/i lo stato sociale –, ma che è altrettanto giusto non voler essere complice dello Stato quando investe in armamenti. Perciò chi praticava questa forma di obiezione detraeva dal suo versamento fiscale una quota corrispondente alla percentuale di bilancio dedicata alle forze armate. Ciò era abbastanza semplice per chi pagava direttamente il suo contributo, diveniva più complicato per coloro ai-alle quali venivano detratte le imposte fiscali sulla busta della paga o della pensione. In questo secondo caso si inviava una lettera all’Ufficio delle Imposte con cui si richiedeva la restituzione della quota delle tasse relativa agli armamenti. Naturalmente questo non accadeva, ma l’obiettore, per manifestare appieno la propria volontà, destinava la parte che non avrebbe voluto versare allo Stato a un’“impresa di pace”. A quelli che invece pagavano direttamente venivano requisiti, dopo un certo periodo di tempo, a cura del Comune, dei beni per un valore corrispondente alla somma non versata. Ricordo che a Firenze Sandro Targetti e Alberto L’Abate trasformavano tali situazioni in occasioni pubbliche per dare risonanza alla causa dell’obiezione – a Sandro un anno furono requisite decine di copie di un libro di Capanna, a quei tempi militante di Democrazia Proletaria, come Sandro, copie che si trovavano, guarda caso, in casa sua, e Alberto durante le requisizioni, coinvolgeva diverse altre persone tramite la vendita di quadri e libri da cui ricavare la somma da dare al fisco –. Pur se non diventò mai una pratica di massa, l’obiezione fiscale alle spese militari riguardò un certo numero di persone impegnate attivamente contro la guerra ed ebbe anche una certa risonanza.

Risonanza che acquisì anche, su un altro versante, la campagna che riguardava gli enti locali e che consisteva nel loro dichiararsi “territorio denuclearizzato”. Ancora oggi ne rimangono tracce – cartelli che annunciano a chi arriva nel Comune “denuclearizzato” di trovarsi, appunto in una zona che non ospita, e non ospiterà mai, armi nucleari –. Si inseriva, questa seconda campagna, in una tradizione di impegno dei comuni per la pace che veniva da lontano. Aveva visto infatti, negli anni ‘50, il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira condurre azioni efficaci in tal senso, con gli incontri internazionali che avevano coinvolto città di tutto il mondo e con i Colloqui Mediterranei, particolarmente centrati sul conflitto fra Israele e i Paesi Arabi, e, nel 1961, Aldo Capitini promuovere la Marcia per la pace Perugia-Assisi, che prosegue ancor oggi, protagonisti principali proprio gli enti locali. Negli anni ‘80 Firenze si è dichiarata “città operatrice di pace”, con atto formale del Consiglio Comunale, su ispirazione di Ernesto Balducci e in piena sintonia con la Tenda della pace che veniva montata, dalle diverse realtà pacifiste cittadine, in piazza San Giovanni allo scoppiare delle guerre – del Golfo, dei Balcani… –. E nel 2002, alla grande manifestazione conclusiva del Social Forum – un milione in piazza contro la guerra – erano presenti moltissimI gonfaloni di Comuni, con tanto di primi cittadini dotati di fascia tricolore.

Penso che in questo periodo, in cui la guerra ha ripreso pieno campo e ha fatto scatenare gli impulsi bellicisti di gran parte dei mass media e dei soggetti politici, anche se nell’opinione pubblica prevale il desiderio di pace, occorra riprendere l’iniziativa come realtà pacifiste, ampliando le modalità d’intervento e rilanciando quelle che avevano caratterizzato i movimenti del secolo scorso, e cioè l’obiezione fiscale alle spese militari e la campagna per la denuclearizzazione del territorio, con riferimento anche al nucleare civile, campagna che potrebbe intrecciarsi con quella per l’adozione in Italia dello jus soli – due aspetti, che, seppur diversi, hanno in comune quel senso di umanità, a cui si dovrebbero ispirare gli atti, i comportamenti, i provvedimenti di un popolo civile –. Le persone del futuro «o saranno persone di pace o non saranno». All’affermazione di Ernesto Balducci aggiungerei «o saranno persone meticce, cooperanti, solidali o non saranno». Perché il futuro dell’umanità sta appunto nel meticciato, nella cooperazione, nel superamento di ogni forma di sovranismo e nazionalismo, nel riconoscimento che «nostra patria è il mondo intero», come affermava un canto anarchico ottocentesco, e nella condivisione dei beni comuni, di un impegno diffuso ad affrontare la crisi energetica e la riconversione ecologica, di modalità veramente nuove di relazionarsi fra le persone, fra i popoli, con la natura e l’ambiente, non più nel segno della competizione, del profitto, del mercato, ma in quello della convivenza civile, della solidarietà, dell’impegno collettivo.

Occorrono cambiamenti radicali, nelle politiche delle istituzioni, ma anche nei comportamenti individuali. Prendendo finalmente coscienza che il tempo utile per salvare il senso di umanità, e l’umanità stessa, si sta riducendo sempre di più.


Vent’anni dopo il Social Forum del 2002

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Nel romanzo di Dumas Vent’anni dopo i prodi moschettieri, a distanza di un ventennio dalle loro imprese giovanili, proseguivano nel loro impegno per le buone cause. Similmente, nel ventennale del Social Forum occorre ribadire la volontà di molti/e, in varie parti del mondo, a battersi per “un altro mondo possibile”. Le iniziative fiorentine per il ventennale in preparazione avranno un ruolo significativo se riusciranno a ricostruire legami, collegamenti, tensioni verso obiettivi comuni fra le esperienze e i movimenti che continuano ad esistere, nei vari paesi, ma vanno avanti in modo del tutto scollegato, riducendo così la loro efficacia, la loro capacità di incidere e di procedere verso cambiamenti reali. Sarà questo il tema centrale degli incontri e delle assemblee che si susseguiranno dal 10 al 13 novembre.

Ma avrà la sua importanza anche la ricostruzione di ciò che accadde vent’anni fa, per ricordarlo a chi lo visse allora, e magari se n’è dimenticato, e per fare memoria storica per chi è arrivato dopo all’impegno solidale, sociale e politico. Si veniva dalle drammatiche giornate di Genova dell’anno prima, in cui vi era stato il tentativo di annullare con la violenza poliziesca le analisi, le elaborazioni, le proposte che provenivano dall’incontro fra realtà molto diverse fra loro, accomunate però dall’idea di cambiare il mondo nel nome di principi essenziali quali la pace, la solidarietà, la cooperazione. Il ricordo della Genova del 2001 determinava un clima di paura, alimentato dalla stampa cittadina, con una campagna terroristica partita da lontano, che prospettava il ripetersi a Firenze di quanto era avvenuto nella città ligure, e cioè il susseguirsi di violenze – provocate, secondo una vulgata diffusa, da chi partecipava al Social Forum – che avrebbero messo a soqquadro la città. Ignoravano, o fingevano di ignorare, i benpensanti di turno, che le azioni violente genovesi, come sa bene chi fu presente alle manifestazioni di quei giorni, chi si trovò alla Scuola Diaz, chi venne rinchiuso a Bolzaneto, erano state opera delle forze di polizia, quelle che avrebbero dovuto garantire l’ordine. E tutto ciò è stato ampiamente dimostrato anche in sede giudiziaria.

Nelle settimane precedenti il Social Forum fiorentino non ci si limitò ad esprimere a parole i propri timori. Molti negozi provvidero, anche con notevoli spese, a dotarsi di strutture per difendersi dai temuti, e temibili, assalitori. Un buon numero di persone sostenne che quel matrimonio, fra Firenze e il Social Forum, non si sarebbe dovuto fare perché metteva a rischio la sicurezza di tutte e di tutti. Fortunatamente, dopo uno sbandamento iniziale, vennero fuori gli anticorpi, volti a contrastare la paura e le campagne terroristiche. Le istituzioni, a cominciare dal presidente della Regione Claudio Martini, seguito poi dal sindaco di Firenze Leonardo Domenici, sostennero le ragioni del Social Forum e l’opportunità di farlo a Firenze. L’ARCI si adoperò perché, a partire dalle sue strutture, ci fosse piena disponibilità all’accoglienza, tanto che diverse case del popolo si dissero disponibili ad ospitare i partecipanti che sarebbero arrivati da tutta Europa e non solo – anche quelli che la campagna terroristica indicava come pericolosi, tipo le “tute bianche” di Casarini.

Sempre l’ARCI, insieme alla Comunità dell’Isolotto, alla FIOM, alla Fondazione Michelucci, con la collaborazione della Consulta per l’Immigrazione dell’ANCI Toscana, dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana e con il sostegno – anche finanziario – della Regione stessa, della Provincia di Firenze, del Consiglio di Quartiere 4 del Comune di Firenze, produsse una pubblicazione, in italiano e in inglese, intitolata “Tracce di un’altra storia”, in cui si presentavano ‒ come si scrisse nell’introduzione al fascicolo ‒ «pezzi di storia, tante volte dimenticati, rimossi o negati e altrettante volte riscoperti, ricuciti e integrati in nuovi cicli di lotta e speranza di cambiamento». Stampata in 20.000 copie, la pubblicazione fu usata per comunicare ai-alle partecipanti al Social Forum che esisteva una Firenze solidale disponibile ad accoglierli-le, contrariamente a quanto risultava dagli organi d’informazione che andavano per la maggiore, con La Nazione in prima linea. Il fascicolo fu successivamente ampliato e trasformato in un libro che prese il titolo di “Firenze crocevia di culture” e che fu distribuito essenzialmente nelle scuole.

La sera prima dell’avvio dei lavori alla Fortezza da Basso, Enzo Mazzi, della Comunità dell’Isolotto, diede il benvenuto in piazza Santa Croce a quanti-e arrivavano a Firenze da tutto il mondo. Lo fece a nome, appunto, della Firenze solidale ed accogliente, che si stava impegnando per ospitare le migliaia di partecipanti, nei Circoli e nelle Case del Popolo, come s’è già accennato, e in strutture come le Baracche Verdi della Comunità dell’Isolotto, ma anche in abitazioni private. In pochi giorni si riuscì a rovesciare l’impostazione che aveva prevalso fino ad allora. Progressivamente, accoglienza e solidarietà divennero egemoni nel panorama cittadino – si può dire che in questo caso, in contrasto con i principi dell’economia, la moneta buona scacciò la cattiva –, come fu dimostrato da una eccezionale partecipazione di fiorentine-i alle giornate alla Fortezza da Basso (dove furono presenti, fra l’altro, intere scolaresche) e dalla straordinaria manifestazione conclusiva per la pace, che vide centinaia di migliaia di persone sfilare per i viali (dalla Fortezza a Campo di Marte) benevolmente sostenute dalle-dagli abitanti delle case circostanti, che in molti casi applaudivano e fornivano l’acqua da bere ai-alle manifestanti. Unica nota in sintonia con il clima precedente di paura, i molti negozi chiusi – alcuni dei quali blindati, come s’è accennato in precedenza –, che si ritrovarono davanti i cartelli con scritto «chiuso per ignoranza». Il che, comunque, fece la fortuna dei pochi aperti, che ebbero una affluenza altissima.

È bene ricordare il percorso che portò al Social Forum del 2002 e il suo svolgimento perché dimostrano come sia possibile, con azioni incisive e coerenti, sul piano culturale, sociale, politico, determinare cambiamenti sostanziali, nel clima diffuso, nell’orientamento complessivo, nell’opinione pubblica. Oggi, probabilmente, vi è da contrastare, più che un clima di paura, una situazione generale d’indifferenza e di chiusura, dovuta anche alla pandemia, dei singoli nel proprio guscio. Occorre allora, anche localmente, partire dalle esperienze esistenti. Tanto per fare alcuni esempi, in campi diversi, penso ai lavoratori e alle lavoratrici della GKN, alla “fattoria senza padroni” di Mondeggi e a “contadino clandestino”, alle pratiche sportive alternative del Lebowski. Più in generale, a Fridays for future, a Non una di meno, alle realtà lgbtq+, a iniziative per la convergenza delle diverse esperienze come la Società della Cura e la Costituente della Terra, cioè a movimenti in grado di portare nel Social Forum le tematiche ambientali, femministe etc. non sufficientemente presenti in passato.

È soltanto in un’ottica del genere che il Social Forum del ventennale può costituire davvero una tappa importante nel processo di ricostruzione di un fronte unitario e composito di soggetti che lottano “per un altro mondo possibile e sempre più urgentemente necessario”. Avendo chiaro che in una situazione di guerre diffuse e di rischi di conflagrazioni atomiche la pace costituisce un obiettivo prioritario. È l’indispensabile premessa dell’altrettanto indispensabile riconversione ecologica.