Come ti privatizzo i servizi pubblici locali

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«Andrà tutto bene!» avevano annunciato i governi quando un minuscolo essere vivente, il Coronavirus-2, inceppando tutti i meccanismi della globalizzazione, aveva rinchiuso in casa più di metà della popolazione mondiale e bloccato tutti i flussi economici, produttivi, dei trasporti e della comunicazione. È andata così bene che, dopo oltre 500 milioni di contagi, 6 milioni di morti e due anni di restrizioni della vita sociale, siamo precipitati dentro una guerra al centro dell’Europa, provocata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma alimentata da molteplici attori statali e istituzionali, nessuno dei quali sembra volervi mettere fine e che rischia di precipitare tutte e tutti dentro l’orizzonte di una terza guerra mondiale. Pandemia e guerra si innestano altresì dentro un tempo che sembra ormai solo scandito da periodi che, a partire da un evento scatenante, dischiudono orizzonti emergenziali globali. Come in un tempo sospeso, in questi ultimi quindici anni siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi sociale, da una pandemia a una guerra, senza soluzione di continuità. E sullo sfondo, ma in maniera ormai non più rimovibile, ci troviamo immersi in una crisi eco-climatica che rischia di pregiudicare nell’arco di un tempo sempre più prossimo le stesse condizioni della vita umana sulla Terra. Mentre lo scenario descritto dovrebbe spingere a una riflessione collettiva sugli elementi sistemici di questo susseguirsi di “crisi” e di “emergenze” e aprire l’orizzonte a profondi cambiamenti sociali ed ecologici, il modello liberista lo utilizza per proseguire sulla medesima strada di sempre, costruendovi intorno un telaio istituzionale ancor più autoritario.

È il caso del Disegno di Legge sulla Concorrenza e il Mercato, attualmente in discussione al Senato. Di che cosa si tratta? Di una delle cosiddette “riforme abilitanti” concordate con l’Unione Europea per avere accesso ai fondi previsti dal Next Generation Eu, attraverso l’approvazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Che cosa prevede? Già la premessa è tutta un programma, laddove si afferma che il provvedimento ha lo scopo di «promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati […] per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini».

Se dalle finalità generali passiamo al testo, scopriamo come un insieme molto ampio di settori viene sottoposto a (ulteriori) processi di liberalizzazione: dalla sanità all’attività portuale, dal servizio taxi alle concessioni balneari. Ma il cuore del provvedimento risiede nell’art. 6 che riguarda i servizi pubblici locali. Su questo punto va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza nessuna esclusione; come si evince dall’unico passaggio – paragrafo d – in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica, in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per l’estensione dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questo allargamento del perimetro normativo valga il richiamo (paragrafo o) alla necessità di armonizzazione del testo con il Codice del Terzo Settore, che ovviamente riguarda i servizi sociali, culturali e sportivi.

Ribaltando di 180 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti storicamente svolto dai servizi pubblici locali, il DDL Concorrenza (paragrafo a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza e ne separa (paragrafo b) le funzioni di gestione da quelle di controllo. I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di rovesciamento della realtà. Mentre all’affidatario privato viene richiesta – buon per lui – una semplice relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune nel caso in cui scelga la gestione in proprio di un servizio pubblico locale: dovrà produrre «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato» (paragrafo f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (paragrafo g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (paragrafo i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione. Non soddisfatto di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il governo prevede anche (paragrafo q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro «anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione delle proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente». In questo contesto, il richiamo – paragrafo t – alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la beffa una volta determinato il danno.

Come si evince dall’insieme delle norme, si tratta del tentativo di mettere una pietra tombale sul referendum che, nel giugno del 2011, aveva portato oltre 27 milioni di persone – la maggioranza assoluta del popolo italiano – a pronunciarsi contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, per il riconoscimento dell’acqua come bene comune e per la sottrazione della sua gestione alle leggi del mercato. Il DDL Concorrenza comporta un feroce attacco all’uguaglianza e universalità dei diritti delle persone, ai beni comuni e alla democrazia di prossimità, riproponendo il trittico ideologico “crescita, competitività, concorrenza” come faro delle scelte politiche ed economiche, legato al mantra, ripetuto alla nausea, che «il benessere delle imprese determina il benessere della società».

Contro il decreto è stata avviata una campagna che ha coinvolto moltissime realtà associative, di movimento, sindacali e politiche e che, a metà maggio, ha prodotto un’importante giornata di mobilitazione in decine di territori. Contemporaneamente, molte grandi città – Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna – e decine di altri Consigli Comunali si sono pronunciati per lo stralcio dell’art.6. Una lotta importante che ha fatto retrocedere il governo: il testo dell’art. 6 è stato modificato e, benché non sappiamo ancora l’esito definitivo, è possibile che, anche questa volta, lo scenario di una privatizzazione senza ritorno possa essere scongiurato.

Naturalmente, se un attacco è forse respinto, siamo ancora lontani dall’aver invertito la rotta. Come la crisi plurima – climatica, finanziaria, sanitaria, sociale, culturale e politica – del modello capitalistico ci insegna, è radicalmente altra la strada da percorrere. Occorre abbandonare l’economia del profitto e costruire l’orizzonte di una società della cura – di sé, degli altri e delle altre, del vivente e del pianeta – per approdare a un modello sociale che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

L’articolo è pubblicato anche come editoriale del numero di maggio del mensile “LavoroeSalute”.


I nuovi licei Ted, cavallo di Troia delle imprese

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La cifra del rovesciamento operato da quattro decenni di modello liberista è resa evidente dalla relazione tra scuola e lavoro. Negli anni ’70 del secolo scorso operai e studenti conquistavano le 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori, un monte ore retribuito e contrattualizzato per corsi di formazione e un titolo di studio. In questo modo, il mondo del lavoro si appropriava della scuola. Dal 2005 questo rapporto si è rovesciato: con l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, questa volta sono gli studenti a entrare in azienda: manodopera gratuita per l’impresa, della quale vanno imparate regole, gerarchie e disciplinamento. Un rovesciamento di valori che nella morte da stage del giovanissimo Lorenzo rivela ferocia e cinismo. Un rapporto di potere ben evidenziato dalle cariche della polizia alle manifestazioni studentesche di questi giorni.

La relazione tra scuola e lavoro così concepita si appresta a breve a fare un ulteriore salto di qualità. Sono appena stati inaugurati i nuovi Licei Ted (Transizione Ecologica e Digitale), per ora come corsi sperimentali in 28 scuole, ma che già dal prossimo anno dovrebbero diventare oltre mille. Ma di cosa si tratta? Leggiamo direttamente dal sito del Consorzio Elis: «Il Liceo sperimentale Ted propone un percorso di formazione in quattro anni, che sappia coniugare la tradizione umanistico-scientifica con un metodo capace di dare ai giovani gli strumenti per vivere da protagonisti la transizione digitale ed ecologica in atto».

Entusiasta il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi: «È un salto per tutto il sistema educativo italiano e per il paese. Il liceo quadriennale Ted è un percorso di trasformazione dell’intero sistema educativo. La sostenibilità e la transizione ecologica e digitale sono temi centrali nella nuova scuola che stiamo costruendo per le nostre studentesse e i nostri studenti, così come è fondamentale il ruolo delle discipline Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Ringrazio tutti i protagonisti di questo progetto, a cominciare dalle scuole. Una sinergia con un ottimo risultato per gli obiettivi e le sfide del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano RiGenerazione Scuola».

In fondo la transizione ecologica è il tema del nostro tempo e l’innovazione digitale è il contesto quotidiano dei ragazzi e delle ragazze in formazione; che diventi un corso di studi liceali è quasi fisiologico. Eppure: perché il ministro della scuola pubblica benedice e ringrazia ma non promuove? E cos’è il Consorzio Elis? Si tratta di oltre 100 grandi imprese, che collaboreranno attivamente nell’ideazione e realizzazione dei programmi d’insegnamento, offrendo «conoscenze aggiornate e l’opportunità di verificarle sul campo attraverso tirocini e altri modelli di didattica esperienziale». Di questa nobile impresa di filantropia imprenditoriale fanno parte campioni del settore armamenti (Leonardo), dell’energia fossile (Snam, Eni), della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici (Acea, A2A, Iren), delle telecomunicazioni (Tim, Vodafone), dell’informatica (Microsoft) e poi Toyota, Atlantia, Autogrill, Manpower, Campari (magari per un aperitivo a fine lezioni).

Ed ecco il salto di qualità: l’azienda non deve più solo entrare nella scuola, la progetta e la realizza, insegnando tre principi fondamentali: il benessere della società può derivare solo dal benessere dell’impresa, pertanto la scuola deve porsi al suo servizio; la crisi climatica è un problema tecnico, nessuno spazio a considerazioni di tipo ecologico, sociale e politico, che mettano in discussione il sistema e che costringano le aziende ad assumersi le proprie responsabilità; l’innovazione digitale è la risposta e, di conseguenza, serve una generazione specializzata, formata all’intoccabilità degli interessi delle imprese, alle loro gerarchie e disciplinamenti.

«Disoccupate le strade dai sogni. Sono ingombranti, inutili, vivi» cantava Claudio Lolli nel 1977. È quello che cercano di dire a studenti e studentesse le manganellate di questi giorni. Che il coraggio li aiuti a non smettere di osare.

L’articolo è tratto da il manifesto del 2 febbraio


Draghi all’assalto dei servizi pubblici locali

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Servizi locali

Era atteso da tempo. Faceva parte delle stringenti «condizionalità» richieste dalla Commissione Europea per accedere ai fondi del Next Generation Eu. Era uno degli assi portanti per i quali Draghi è stato definito da Confindustria «l’uomo della necessità». Era fortemente voluto dalle lobby finanziarie. Ed è arrivato. Il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni.

Mentre i media mainstream ancora una volta dirottano l’attenzione (tassisti, stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento, concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni. Un provvedimento vergognoso che, sin nelle finalità espresse all’art. 1, sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.

Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di «promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini».

Se dalle finalità generali passiamo allo specifico articolo sui servizi pubblici locali, va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna esclusione. Come si evince dall’unico passaggio -paragrafo d- in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per la globalità dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questa estensione, valga il richiamo (par. o) alla normativa relativa al Terzo Settore.

Ribaltando a 360 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo. I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di ribaltamento della realtà.

Mentre all’affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato» (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.

Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche (par. q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente. In questo contesto, il richiamo (par. t) alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.

Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali. Di questo si tratta. Fatto da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.

«La zavorra dei vincoli e del debito ci impedisce qualunque movimento. Non avere alcuna agibilità sul bilancio significa impattare enormemente sulla qualità di vita dei cittadini. E’ impossibile governare la città se non possiamo mettere risorse». Così ha tuonato pochi giorni fa Gaetano Manfredi, nuovo sindaco di Napoli.

La risposta del governo Draghi è che non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.

 

L’articolo è stato pubblicato sul Manifesto del 6 novembre 2021


Costruire la società della cura

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Il documento “Volere la Luna che fare? Un confronto aperto” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) coglie le criticità che attraversano questo tempo e che richiedono a ciascuna realtà un “’di più” di analisi e di azione. Colgo volentieri l’invito a dare il mio contributo.

Siamo dentro una situazione che ha aspetti paradossali: gli uomini più ricchi del mondo fanno a gara per lanciarsi con voli privati nello spazio e, nel contempo, un minuscolo e invisibile essere vivente ha messo in scacco, da quasi due anni, la società della globalizzazione, provocando, ad oggi, cinque milioni di morti e costringendo miliardi di persone all’autoreclusione o a misure di restrizione della vita personale e relazionale. Siamo di fronte a una polarizzazione culturale. Da una parte ci sono le grandi imprese, la grande finanza, i sistemi bancari, le multinazionali e i ricchi che propongono una lettura della pandemia basata sull’incidente di percorso, peraltro benvenuto perché ha permesso di nascondere le profonde crisi sistemiche che attraversano da anni il modello capitalistico e perché consente una riorganizzazione della società sulle stesse basi di prima, ma dentro un telaio molto più autoritario (la recente condanna di un uomo buono come Mimmo Lucano ne è solo l’esempio più eclatante: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/01/non-e-giustizia/). Dall’altra c’è un mondo di persone, di realtà sociali, di esperienze e pratiche che della pandemia ha colto i significati più profondi, comprendendone il drammatico segnale di allarme e la necessità di una radicale inversione di rotta. Sono tutte e tutti coloro che hanno sperimentato la vulnerabilità delle vite, l’interdipendenza fra le persone e fra queste e l’ambiente in cui vivono, l’importanza della riproduzione sociale senza la quale nessuna produzione economica è possibile, l’impossibilità di protezione dentro una società regolata dal mercato.

I primi stanno portando avanti con determinazione una visione contemporanea dell’antica lotta di classe: pensano che le persone debbano essere divise in vite degne e vite da scarto, che viventi e natura esistano solo come oggetti da cui estrarre valore finanziario, che l’accumulazione di profitti sia l’unico faro di un’organizzazione della società basata sul dominio. I secondi vogliono una società diversa, che metta al centro i diritti, la vita e la sua dignità, che riconosca la sua interdipendenza con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni. In mezzo a questi due poli, vive una fetta consistente di umanità dispersa, abbandonata dentro l’orizzonte della solitudine competitiva e attraversata per lo più da una grande rassegnazione, che rischia di non approdare alla rabbia creativa ma di rimanere imprigionata nel rancore individuale.

Se il mondo dei potenti, consapevole della profonda fragilità di un sistema basato non più sul consenso ma sul dominio, si sta adeguatamente organizzando, fino ad aver trasformato la democrazia in un’oligarchia tecnocratica, occorre che il mondo dal basso faccia un grande salto di qualità, sapendo che sui soggetti intermedi sociali e politici ‒ dai partiti ai sindacati, alle storiche associazioni sociali ‒ non si può fare riferimento, o perché attraversati da una crisi profonda o perché definitivamente allineati al modello proposto dai potenti. Su cosa si sostanzia questo necessario salto di qualità? A mio avviso, su tre elementi fondamentali.

Il primo è un pensiero nuovo che riponga in cantina uno dei capisaldi del ’900, la gerarchia delle contraddizioni e delle lotte. Sembra evidente come il capitalismo non sia solo un sistema economico, bensì un sistema sociale e antropologico e che la sua pervasività non lasci alcuno spazio fuori di sé. Questo significa che ogni contraddizione aperta e ogni vertenza messa in campo è parte essenziale e imprescindibile di un puzzle per comporre un altro modello di società. Ne è un chiaro esempio la straordinaria lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN di Firenze. Che cosa ha permesso loro di farla diventare una vertenza nazionale? Il fatto che non hanno rispettato il copione classico. Non sono andati dai vertici sindacali a pietire mediazioni, non sono andati dalle istituzioni a chiedere ammortizzatori sociali e illusorie promesse di reindustrializzazione. Hanno chiamato la città, il territorio e la società intera a insorgere, dichiarando la vulnerabilità della propria lotta e proponendo l’interdipendenza della stessa con tutte le altre in corso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/). Non hanno detto “stiamo male”; hanno chiesto “e voi come state?”.

Il secondo elemento è che l’insieme di lotte, vertenze, pratiche di alternativa esistenti devono uscire dalla logica della “riduzione del danno” (per quanto necessaria), e porre con forza la sfida per una alternativa di società. Occorre riaprire l’orizzonte per mettere in discussione la narrazione dominante: la drammatica crisi climatica, la profonda diseguaglianza sociale, la pandemia reclamano la dichiarazione di totale insostenibilità del capitalismo e la necessità di collocare ogni esperienza di lotta dentro la prospettiva di un altro modello sociale, economico, relazionale e antropologico.

Il terzo elemento è la convergenza, come percorso che non ha né l’obiettivo di una reductio ad unum verso una sintesi omologante né la costruzione astratta di qualcosa di esogeno che lo rappresenti; chiede invece a ciascuna realtà di conservare con cura la propria storia e il proprio percorso e di metterlo a disposizione come valore aggiunto per il processo collettivo. Qualcosa di molto più profondo del mettersi in rete ‒ le reti uniscono i nodi ma lasciano buchi attraverso i quali la società liquida passa ‒ perché l’obiettivo è costruire tessuti, ovvero esperienze e pratiche che sedimentino dentro ogni territorio suggestioni di un’alternativa di società.

Sono tutti e tre elementi che hanno permesso, in piena pandemia, quando tutto spingeva alla solitudine e all’isolamento, di produrre un filo rosso fra realtà associative (oggi più di 400) e persone attive individualmente (oggi oltre 1500) reciprocamente riconosciutesi nella sfida per un’alternativa di società, che non è stata solo auspicata, ma anche nominata, liberando l’orizzonte. Sto parlando del percorso di convergenza «contro l’economia del profitto e per la società della cura», che propone il nuovo paradigma del prendersi cura contro un sistema basato sull’incuria nei confronti delle persone, dei viventi e del pianeta e sulla noncuranza per le sorti della vita e della dignità per tutte e tutti. Un percorso in itinere, guidato dalla lenta impazienza, ma che ha contribuito all’emersione di lotte in questo inizio autunno che hanno le caratteristiche dell’intersezionalità e dell’intreccio fra pezzi di società sinora poco comunicanti fra loro. Si tratta di un percorso difficile, inedito e non scontato. Ma potenzialmente capace di farci lanciare, tutte e tutti insieme, il cuore oltre l’ostacolo.


Genova. Una stagione ribelle da declinare al futuro

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1.

Il vertice del G8 di Genova giunse in una fase di grande forza del movimento dei movimenti e l’appuntamento del luglio 2001 rappresentava il primo momento di rilevanza globale in cui l’orizzontalità della speranza di un altro mondo possibile costruita dalle lotte si confrontava con la verticalità dei poteri forti che tutto determinava, in totale separatezza “medievale” dai popoli. «Voi G8, noi 6 miliardi» era lo slogan che riassumeva la profondità dell’antagonismo politico e culturale.

Tutte e tutti conosciamo quale fu la risposta dei diversi poteri alle istanze portate avanti dal movimento dei movimenti: «La più grande violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra ad oggi» fu la sintesi che ne fece Amnesty International. Il movimento fu scientificamente e ferocemente attaccato, e, dentro quelle giornate, fu costretto ad abbandonare prematuramente la propria infanzia, sperimentando, accanto all’entusiasmo della speranza che ne costituiva la cifra, la tragicità della morte, con l’uccisione di Carlo Giuliani, della tortura a Bolzaneto, del massacro alla scuola Diaz. L’obiettivo era chiaro: terrorizzare quel movimento nascente per spingere le aree più pacifiste e più legate al cattolicesimo sociale a tornare a casa e colpire le aree più radicali per trascinarle dentro un conflitto più violento e poterle di conseguenza ghettizzare.

Di quei giorni, facendo parte, come rappresentante di Attac Italia, del Consiglio dei Portavoce del Genoa Social Forum, ricordo ancora adesso l’intensità delle emozioni individuali e collettive e la drammaticità delle scelte da proporre a centinaia di migliaia di persone. Ricordo soprattutto la straordinaria intelligenza collettiva che quel movimento seppe mettere in campo, non cadendo nella trappola, rimanendo unito e capace di attraversare l’enormità della violenza che gli era stata scaricata contro. Fu quel movimento, unito, che poco più di un anno dopo, realizzò il Forum Sociale Europeo a Firenze (novembre 2002) e che partecipò, con la più grande manifestazione nazionale di sempre (tre milioni di persone), alla più grande manifestazione globale di tutti i tempi contro la guerra nel febbraio 2003.

Ma la mobilitazione contro la guerra in Iraq segnò l’apice della mobilitazione sociale di quella stagione e contemporaneamente ne avviò il declino.

Se un movimento così ampio, forte e plurale non era riuscito a determinare neppure lo spostamento di un giorno dell’avvio dell’attacco armato all’Iraq, voleva dire che lo stesso modello capitalistico si era trasformato e, dal lancio della “guerra globale permanente” seguito all’attacco delle Torri Gemelle, stava progressivamente divorziando dalla democrazia, per quanto formale. Quel modello, non potendo più contare sul consenso, scelse l’imposizione autoritaria. Un secondo elemento di declino fu determinato dalle caratteristiche di quel movimento, che era soprattutto a vocazione globale e internazionale, ma senza una declinazione territorialmente consolidata. Una volta che i poteri forti decisero di sospendere la sovra-esposizione dei grandi vertici – vere e proprie manifestazioni di potere ostentato – sostituendoli con incontri altrettanto dannosi ma formalmente più sobri, la chiamata alla mobilitazione verso quegli appuntamenti perse molta dell’intensità precedente. Contemporaneamente, la scelta del Partito della Rifondazione Comunista, l’unico partito che coraggiosamente aveva accettato la sfida del movimento dei movimenti standone all’interno con intelligenza e generosità, di abbandonare il campo dell’alternativa per entrare nel governo Prodi, acuì il disorientamento sociale.

Quel movimento pian piano si disperse, ma, contrariamente a quanto sostenuto dalla narrazione dominante, non scomparve: quelle migliaia di attiviste e di attivisti tornarono, ciascun* con il proprio zainetto ricco di esperienza, a far politica nei territori, traducendo nella quotidianità le analisi globali e provando a intervenire nei conflitti territoriali. Fino a produrre risultati straordinari: dieci anni dopo Genova, una inedita esperienza di partecipazione popolare, reticolare e diffusa, portò alla vittoria dei referendum per l’acqua pubblica e contro la sua privatizzazione, coinvolgendo la maggioranza assoluta del popolo italiano. L’esperienza del movimento per l’acqua non fu ovviamente un risultato diretto del movimento dei movimenti che aveva realizzato Genova, ma senza Genova non avrebbe mai potuto nascere. Così come moltissime, e altrettanto egregie, lotte territoriali che, da allora ad oggi, continuano ad attraversare il paese, nel nome del paradigma dei beni comuni e della democrazia partecipativa.

2.

Sono passati due decenni da quelle giornate e le analisi e le proposte messe in campo da quel movimento si sono dimostrate per certi versi profetiche: la finanziarizzazione dell’economia e della società ha portato alla crisi globale del 2007-8; la totale non considerazione della relazione uomo-natura ha comportato la crisi climatica, fino all’arrivo della pandemia da Covid-19, nella quale siamo immersi da ormai due anni.

Proprio la pandemia – che sarebbe più corretto definire sindemia, essendo stretta l’interrelazione fra il problema sanitario e le condizioni economiche, sociali e ambientali in cui è maturato – ha evidenziato in maniera esponenziale le insuperabili contraddizioni del modello capitalistico e la sua totale insostenibilità. La pandemia ci ha posto davanti a un bivio. E se la strada sinora intrapresa dai grandi poteri economico-finanziari e dai governi ha puntato a chiuderne la faglie per riproporre l’ineluttabilità del modello capitalistico, noi sappiano che quella direzione rende irreversibile la crisi ambientale e climatica e cristallizza la diseguaglianza sociale, dividendo il mondo fra vite degne e vite da scarto. E abbiamo consapevolezza di come un sistema siffatto possa proseguire solo se incardinato dentro un telaio iper autoritario e di ulteriore espropriazione della democrazia.

È esattamente per questo che torna d’attualità ciò che venti anni fa ha mosso il movimento dei movimenti: la necessità di non limitarsi alla difesa dell’esistente in termini di diritti e beni comuni, ma di porre, oggi come allora, la sfida al livello dell’alternativa di società, facendo proprie le faglie aperte dalla pandemia nella narrazione liberista e trasformandole in fratture per la costruzione di un altro modello sociale. Una società basata sulla cura, che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

Venti anni fa un movimento ampio, inclusivo e globale osò sovvertire il perimetro dato e, dichiarando «un altro mondo è possibile», pronunciò l’indicibile e sfidò i potenti della Terra. Oggi quell’orizzonte è ancora più necessario se si vuole garantire una vita degna a tutte e tutti. La stagione ribelle che ha aperto il millennio propose una direzione: è giunto il momento di rimettersi in cammino.

Una versione più ampia dell’articolo è pubblicata sul n. 47, luglio-agosto 2021, di Granello di Sabbia – periodico di Attac Italia, con il titolo 20 anni di lotta e di speranza  (https://www.attac-italia.org/granello-di-sabbia-n-47-2021-20-anni-di-lotta-e-di-speranza/).


Chi coordinerà gli interventi nell’economia? I liberisti, naturalmente!

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Parallelamente all’arrivo della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per benedire il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo italiano, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha attivato una nuova struttura “tecnica” per la gestione dei fondi che dovranno arrivare. Si chiamerà Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica e, per i cultori della leggenda di un Draghi neo-keynesiano, ansioso di riscoprire gli insegnamenti adolescenziali del compianto Federico Caffé, l’impatto non sarà senza conseguenze.

I fab five che parteciperanno alla struttura sono Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro, economisti della più stretta cerchia liberista, per i quali varrebbe da subito la domanda: «Perché assegnare la valutazione sugli investimenti pubblici a persone che pensano che lo Stato non dovrebbe esercitare alcun ruolo nell’economia, se non quello di facilitarne l’apertura ai mercati?». Fra questi – tutti maschi, of course – la figura su cui vorremmo concentrarci è quella di Carlo Stagnaro, fondatore e ora direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni.

Cosa sia questo istituto lo dice chiaramente la sotto-denominazione dello stesso, “Idee per il libero mercato”, e la definizione della mission: «dare il contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta». Se qualcuno vuole meglio comprendere di che si tratta, proviamo a spaziare fra alcune delle loro analisi.

Ecco per esempio, come sintetizzano la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua: «In questi dieci anni non c’è stato spazio per una operazione verità sul reale contenuto dei quesiti e sull’ingannevolezza della retorica che li ha circondati e animati e che fatto letteralmente deragliare il dibattito pubblico. Sarebbe sbagliato dire che il populismo è nato in quelle giornate di giugno, ma i referendum sull’acqua ne hanno rappresentato una poderosa prova di forza» (https://www.brunoleoni.it/dieci-anni-referendum-acqua-populismo). Dall’acqua alla crisi climatica, ed ecco l’Istituto Bruno Leoni dileggiare a più riprese Greta Thunberg e i movimenti ecologisti come Fridays For Future («priva di ogni modestia intellettuale, la liceale Thunberg ha già deciso che esiste un riscaldamento globale di origine antropica»: https://www.brunoleoni.it/ragazzi-per-salvare-il-clima-non-scioperate-ma-studiate); ospitare e sostenere analisi di negazionisti climatici («Le basi scientifiche del global warming sono ancora controverse e gli effetti dell’attività umana sul clima sono motivo di accesi dibattiti. L’organismo preposto a informare e consigliare i governi sulle politiche climatiche (l’IPCC) si è dimostrato parziale e tendenzioso»: https://www.brunoleoni.it/report-civil-society-report-on-climate-change); fino ad aderire alla Cooler Heads Coalition (http://www.globalwarming.org/2004/06/08/fraser-institute-and-istituto-bruno-leoni-join-cooler-heads-coalition/), una coalizione conservatrice internazionale, dedita esclusivamente ad affermare il negazionismo climatico. E che dire di un ricco pamphlet pubblicato dallo stesso Carlo Stagnaro nel 2003 intitolato Una società armata è una società libera (https://www2.units.it/etica/2003_2/stagnaro.pdf) sul diritto di possedere armi (naturalmente contro il monopolio dello Stato), con tanto di citazione di Adolf Hitler in apertura?

Se Stagnaro è la figura più impresentabile, anche il quartetto degli altri nominati condivide l’impostazione di fondo, che, di fatto, rappresenta la cifra culturale dello stesso Draghi: il mercato è il fulcro della società, sono i profitti delle imprese a determinare il benessere sociale, è il privato a garantire efficienza e solidità.

Con questo team di economisti, Draghi si prefigge l’obiettivo di chiudere definitivamente tutte le faglie aperte dalla pandemia nella narrazione liberista e di dare il via a una nuova stagione di espropriazione sociale guidata dai grandi capitali della finanza, dell’impresa e della rendita.

È una dichiarazione di guerra a tutte e tutti coloro che in questo anno e mezzo hanno detto chiaramente come la pandemia non fosse un incidente di percorso, bensì un eccezionale evidenziatore di tutte le insuperabili contraddizioni del modello capitalistico e come fosse necessario mettere in campo la sfida per un’alternativa di società, che opponesse il “noi” all’”io”, la cura alla competizione, l’interdipendenza alla predazione, l’uguaglianza al dominio.

Forse è giunto il momento di dire a chiare lettere tanto al Governo, quanto a un Parlamento unanimemente allineato, che non siamo stati chiusi un anno e mezzo per farci riportare a una normalità che abbiamo da subito considerato il problema e non la soluzione.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, da Comune-info


Covid. Il profitto non è la cura giusta

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Dall’inizio della pandemia, e senza soluzione di continuità fra Governo Conte e Governo Draghi, le misure messe in atto per fronteggiarla hanno seguito sei precise traiettorie:
a) ridurre al minimo le restrizioni all’attività delle imprese che, quasi ovunque, hanno continuato a produrre senza vincoli;
b) intervenire con sussidi, il 70% dei quali per sostenere le imprese stesse e il restante 30% per tamponare in qualche modo la disperazione sociale;
c) nessun intervento sul sistema sanitario, che ha continuato ad essere privo di ogni intervento territoriale e ad essere focalizzato sull’ospedalizzazione come risposta al bisogno di cura, determinandone la saturazione a ogni nuova ondata di contagi;
d) nessun intervento sul sistema dei trasporti pubblici locali, che hanno continuato ad essere veicoli di contagio per le persone costrette a utilizzarli;
e) focalizzazione delle scuole come problema, con la sostanziale chiusura per due anni scolastici di scuole superiori e università, e chiusure continue, in alcune regioni continuative, anche delle scuole dell’obbligo;
f) narrazione colpevolizzante dei comportamenti individuali, raccontati come la causa primaria di ogni aumento dei contagi.

La narrazione che sottende l’insieme di queste traiettorie si basa sull’idea che il benessere delle imprese determina il benessere della società e che, di conseguenza, quest’ultima deve adattarsi alle necessità delle stesse. È una narrazione che, al di là di tatticismi politici contingenti, ha visto l’adesione di tutte le forze politiche, non a caso approdate al governo di unità nazionale.

Una domanda tuttavia sorge spontanea: c’è qualcuno che, a un anno distanza dall’arrivo dell’epidemia, ha l’onestà intellettuale di fare un bilancio serio sull’efficacia delle misure prese, a partire dal disastroso bilancio di oltre 105.000 morti (ad oggi) e da un trend di decessi giornalieri di tre-quattro centinaia? Non si direbbe. E, mentre l’eccellenza lombarda raggiunge quotidianamente nuovi traguardi di cinismo e ferocia, un commissario vestito da alpino annuncia fantasmagorici dati sui futuri vaccini e il ministro della salute cerca invano di corrispondere al suo cognome. Se questo è il quadro, alcune parole di verità sulle misure finora prese vanno dette, a partire da dati inequivocabili.

Partiamo dai dati sulle imprese che dimostrano, ancora una volta, come l’unica strategia che alberga in Confindustria sia il “chiagn’e fotte”. Secondo i dati di Eurostat (marzo 2021), la produzione industriale da dicembre scorso è in continua crescita, mentre il dato di gennaio 2021 è inferiore a quello di gennaio 2020 solo del 2,4%, un dato che assomiglia molto più a una normale oscillazione congiunturale che non all’esito di un anno di pandemia. E che spiega molto più di mille analisi perché nei distretti più industrializzati d’Europa (Bergamo e Brescia) la pandemia si sia trasformata in una carneficina. Dunque l’industria, se non proprio bene, male non sta. Vale lo stesso per la società? Non si direbbe proprio, a partire dal mercato del lavoro che, nonostante il blocco dei licenziamenti, nel 2020 ha registrato il record di 456mila posti di lavoro persi.

Nel frattempo la povertà ha fatto un balzo in avanti senza precedenti e, secondo i dati dell’Istat sul 2020, ha registrato un milione di nuovi poveri, che porta il totale delle persone in stato di profondo disagio a 5,6 milioni (una su dieci). Tra questi, 1 milione e 346mila sono bambini (209mila in più). Facile intuire come la gran parte di questi effetti sia stata scaricata sulle donne, che sono le prime a perdere il posto di lavoro e a doversi far carico del lavoro di cura familiare in condizioni di isolamento e di fortissimo disagio economico, sociale, relazionale (come dimostra l’aumentato numero di violenze subite all’interno delle mura domestiche). Nel frattempo, per poter permettere alle imprese di continuare indisturbate nella produzione, si sono prese di mira le scuole, additate a più riprese come i luoghi principali del contagio (e non come i luoghi del sicuro tracciamento dello stesso), consegnando un’intera generazione di giovani e bambini a una vita sospesa davanti a un computer, priva di sogni e di socialità. Anche su questo versante i dati sono più che allarmanti, con un aumento tra il 30 e il 40% del disagio psicosociale fra  bambini e adolescenti. In un anno di interventi, una generazione (gli anziani) è stata falcidiata, un’altra è stata consegnata all’isolamento e al disagio (infanzia e adolescenza), mentre l’insieme delle famiglie è stato costretto alla precarietà, scaricandone gli effetti in particolare sulle donne.

Tutto questo per evitare quello che avrebbe dovuto essere fatto già all’inizio: un vero, completo e molto più breve lockdown, a cui far seguire una strategia di tutela delle fasce più fragili della società, con un reddito di emergenza per tutti, investimenti massicci per una sanità pubblica e territoriale, per una scuola aperta e sicura, per trasporti locali degni. Questo avrebbe messo in discussione le priorità del modello economico-sociale in cui viviamo, mettendo al centro il prendersi cura al posto dei profitti, la coesione sociale al posto del “Bergamo is running”, l’interdipendenza fra le persone al posto della solitudine competitiva. Proprio per evitare tutto questo, si è costruita e si continua ad alimentare una narrazione di colpevolizzazione dei comportamenti individuali che, al netto di casi deprecabili ma quantitativamente insignificanti, sono stati additati come la ragione unica della diffusione del virus e della moltiplicazione delle sue varianti, indicando ogni volta l’untore di turno.

Un anno dopo, possiamo prendere atto che non sono i profitti delle imprese a determinare il benessere della società? Possiamo lasciar chiagnere Confindustria (è il suo mestiere) ma evitare per una volta di farci fottere? Possiamo dire che è l’economia a doversi mettere al servizio dell’ecologia e della società e non il contrario? Possiamo scendere nelle piazze e urlare che non abbiamo bisogno di alcun Recovery Plan che rilanci l’esistente, ma di un Recovery PlanET per progettare assieme una diversa società?

L’articolo è tratto dal sito di Comune-info, con cui è in atto un accordo di collaborazione


La Società della cura e il Recovery Plan

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La Società della cura (https://societadellacura.blogspot.com/) moltiplica i suoi interventi sulla scena politica. Dopo la diffusione, nel dicembre scorso, di un documento contenente “proposte per uscire ora dall’emergenza, condivise da 350 realtà collettive e da oltre 1200 persone attive individualmente” (https://volerelaluna.it/materiali/2020/12/22/il-nostro-dono-di-natale/) ha attivato un confronto pubblico, in corso in questi giorni, con l’obiettivo di definire, entro il 10 febbraio, «un piano di radicale conversione ecologica, sociale, economica e culturale della società» seguendo la strada indicata «dalle lotte, dal mutualismo, dalla solidarietà e dalla Costituzione». Si colloca in questo quadro la discussione organizzata il 22 gennaio introdotta dalla relazione di Marco Bersani che si pubblica di seguito. 

Per affrontare adeguatamente la discussione sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR, meglio conosciuto come Recovery Plan), occorre collocarlo nel contesto più complessivo dell’Unione Europea in questa fase. Senza questo, si rischia di credere alla narrazione mainstream di un’Unione europea improvvisamente passata dall’austerità a politiche economiche espansive, e all’arrivo di un bastimento carico di miliardi, rispetto ai quali occorre solo deciderne la destinazione.

Un chiarimento sul MES

Così appare ad esempio la discussione intorno al MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, che mette a disposizione un fondo per le spese sanitarie (per l’Italia, sono 36 miliardi). Su questo punto, divenuto sensibile anche per realtà del mondo sanitario che, lavorando quotidianamente in emergenza, rischiano di ascoltare le sirene dei fautori del MES, occorre fare chiarezza. I 36 miliardi del MES non sono risorse aggiuntive. Il MES è una delle modalità di reperimento di risorse per coprire le spese previste nel comparto sanitario, spese già approvate con la legge di bilancio, e il cui ammontare è indipendente dalle modalità con cui le si finanzia. Non ci sono 36 miliardi in più, c’è solo la possibilità di finanziare una parte della spesa deliberata per il Servizio Sanitario Nazionale (121,37 mld per il 2021) attraverso il MES, invece che con l’ordinaria emissione di titoli di Stato. Il “vantaggio” sarebbe nei tassi di interesse leggermente inferiori per quella parte; lo svantaggio, ben più considerevole, sono le condizionalità (leggi: politiche di austerità), inscritte nel Trattato e mai modificate, nonostante le dichiarazioni del Gentiloni di turno.

Le cifre reali del Recovery Plan

Proviamo a leggere meglio anche le mirabolanti cifre del Next Generation Ue, una serie di fondi europei, con in testa il cosiddetto Recovery Fund. Il governo ha in questi giorni approvato il Recovery Plan, ovvero l’insieme dei progetti per accedere a questi fondi. La prima cosa da sottolineare è che, mentre i fondi assegnati all’Italia corrispondono a 196,5 miliardi, il Governo ha predisposto un piano per 209,9 miliardi. Di questa cifra, 68,9 mld sono trasferimenti e 141 sono prestiti. Sono tutte risorse aggiuntive? No, le risorse aggiuntive sono i 68,9 mld di trasferimenti e 53,5 della quota prestiti, perché gli altri 87,5 mld di quota prestiti vanno a coprire spese già deliberate (cambia solo, come per il MES, la modalità di finanziamento). Risultato: non stanno arrivando 209,9 miliardi, ma solo 122,4 mld (di cui 68,9 senza interessi e 53,5 con tassi d’interesse leggermente inferiori) nell’arco di un periodo di sei anni (2021-2026). Si tratta dunque di 20 miliardi all’anno e anche questi soggetti alle “Raccomandazioni Ue specifiche per paese”, ovvero le cosiddette “riforme strutturali” liberiste, che, proprio in questi giorni, vengono costantemente ricordate come adempimenti obbligatori per poter ottenere i fondi assegnati.

Obiettivi di lotta sull’Unione europea

Non siamo dunque in presenza di un mutamento sostanziale del profilo dell’Unione europea, bensì dentro una fase in cui i vincoli vengono resi meno stretti per rispondere alla pandemia e rilanciare l’economia, in attesa di ripristinarli non appena l’emergenza sarà stata superata. Per questo motivo, occorre legare la battaglia sul Recovery Plan a una strategia più ampia che rompa la gabbia liberista dell’Unione europea, almeno in tre direzioni, qui velocemente sintetizzate:

  1. rompere la trappola del debito: solo per fare un esempio, prima delle spese in deficit fatte nel 2020 per rispondere alla pandemia, dei 2.400 miliardi di debito pubblico italiano, solo 266 corrispondevano a spesa in deficit, il resto era unicamente frutto del sistema perverso degli interessi sul debito, per i quali attualmente paghiamo 60 miliardi all’anno. Si tratta della terza voce di bilancio, dopo sanità e previdenza. A questo proposito, occorre rivendicare la cancellazione del debito (le forme tecniche esistono) accumulato per le spese necessarie al contrasto della crisi prodotta dalla pandemia e occorre rivendicare il principio giuridico delle “circostanze significativamente mutate” per applicare una drastica riduzione degli interessi sul debito storicamente contratto;
  2. rendere la BCE banca centrale a tutti gli effetti: la Bce oggi è l’unica banca centrale del mondo a non funzionare come una banca centrale, ovvero a essere indipendente dagli Stati e a finanziare il sistema bancario privato e ‒ quando lo fa, come in questo periodo di emergenza ‒ a finanziare solo indirettamente gli Stati e il settore pubblico. A questo proposito, se la Bce divenisse una banca centrale a tutti gli effetti, non ci sarebbe alcun bisogno di inventare meccanismi come il Recovery Fund, il MES e quant’altro, poiché sarebbe la Banca Centrale Europea stessa a garantire il debito degli Stati membri;
  3. abolire i vincoli di Maastricht: patto di stabilità, pareggio di bilancio e fiscal compact sono stati sospesi fino al 2022 per permettere agli Stati di poter spendere per rispondere alla pandemia. Ma se per curare le persone vengono sospesi i vincoli finanziari, non ci vuole Aristotele per dedurre che quei vincoli sono contro la cura delle persone. Occorre quindi rivendicarne l’abolizione per costruire dal basso un nuovo patto costituente fra i popoli dell’Europa.

Uno sguardo generale al Recovery Plan

Dette più sopra le cifre, proviamo ora dare uno sguardo d’insieme al Recovery Plan approvato dal Governo, che sarà l’oggetto del piano di lavoro generale e tematico del nostro processo di convergenza verso la società della cura. Il piano si fonda su tre assi strategici (digitalizzazione e innovazione / transizione ecologica / inclusione sociale) e su tre priorità trasversali (donne / giovani / Sud). È diviso in sei missioni, a loro volta declinate in 16 componenti e in 47 linee di intervento. Le sei missioni sono le seguenti: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,18 mld); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,90 mld); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,98 mld); Istruzione e ricerca (28,49 mld); Inclusione e coesione (27.62 mld); Salute (19.72 mld).

A una lettura generale il piano appare totalmente privo di una visione, costruito come una ordinaria legge di bilancio, dove ognuno cerca di portare a casa qualcosa per il proprio settore e i propri interessi di riferimento. È un piano costruito intorno all’idea che la pandemia sia un incidente di percorso, un evento esogeno al modello socio-economico, un accadimento estraneo, superato il quale il sistema potrà riprendere il proprio ordinario cammino. È un piano figlio della cultura liberista, basata sull’idea della trinità religiosa di competitività-concorrenza-crescita e sull’assunto che il benessere della società si fondi sul benessere delle imprese. È un piano che prova a stabilizzare e rivitalizzare il modello economico-sociale sui filoni dell’innovazione digitale e degli investimenti nel settore ambientale, prefigurando così una nuova fase di capitalismo digitale e verde. Per tutti/e noi che da tempo abbiamo evidenziato, dentro le nostre proposte, le nostre lotte e le nostre pratiche, come la pandemia sia tutt’altro che un incidente di percorso o un evento esogeno al modello capitalistico, sembra abbastanza chiaro come il nostro lavoro collettivo debba avere l’obiettivo di dare una lettura antisistemica, chiara e comprensibile del Recovery Plan e di favorire, sull’insieme e sulle singole declinazioni, da una parte l’approfondimento della sfida sull’alternativa di società (la società della cura) e, dall’altra, la convergenza delle esperienze per avviare un’ampia mobilitazione sociale.

È l’introduzione alla discussione sul Recovery Plan organizzata dalla Società della cura il 22 gennaio


Recovery Fund. Non è tutto oro quel che luccica

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Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare  il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo. Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, accarezzano da tempo l’immagine di un Paese che finalmente rialza la testa e porta a casa dei risultati per migliorare la loro condizione. E di suscitare accuse di lavorare per il nemico nei pochi, in cattiva fede, per i quali è vietato disturbare il manovratore. Ma, poiché i fatti non corrispondono al racconto che ne viene tramandato, a questi occorre attenersi e così farò.

I numeri dell’accordo

Il Recovery Fund sarà dotato di 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come trasferimenti (erroneamente definiti “a fondo perduto”) e 360 come prestiti. Rispetto alla proposta iniziale, che prevedeva 500 miliardi come trasferimenti e 250 miliardi di prestiti, l’accordo ha dunque modificato la ripartizione.
Di questa somma, l’Italia porterà a casa 81,4 miliardi di trasferimenti e 127,4 di prestiti.
Sono indubbiamente cifre importanti, ma da dove arrivano? Saranno raccolte sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond da parte della Commissione Europea, che metterà a garanzia il bilancio dell’Unione Europea. Di conseguenza, il bilancio dell’Unione Europea verrà aumentato, e, poiché, il bilancio dell’Ue è formato dai finanziamenti quota parte di ogni singolo Stato, occorre tener conto della cifra che il nostro Paese dovrà versare, per permettere l’avvio del Recovery Fund. E qui troviamo un primo dato sorprendente, perché – secondo quanto scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al Commission Staff Working Document (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final ‒ la quota parte aggiuntiva che l’Italia dovrà mettere corrisponde  a 96,3 miliardi. Riassumendo: l’Italia verserà 96,3 miliardi per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 14,9 miliardi che l’Italia mette in più rispetto a quelli che riceve come “trasferimento”, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito. A basso tasso di interesse, ma, come chiunque può constatare, Babbo Natale non esiste.

Quando arrivano i soldi

Il Recovery Fund sarà incardinato nel bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea. La Commissione potrà quindi effettuare la raccolta sui mercati finanziari a partire dal gennaio 2021. L’accordo prevede che il 70% dei fondi siano erogati nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. Tornando ai conti italiani, il nostro Paese dovrebbe quindi ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023. La parte dei soldi presa a prestito (che, come abbiamo visto, è l’unica che realmente arriverà all’Italia, dato il saldo negativo del dare-avere sulla parte legata ai trasferimenti) dovrà essere gradualmente rimborsata a partire dal 2027 e fino al 31 dicembre 2058. È previsto dall’accordo un pre-finanziamento pari al 10% ‒ per l’Italia 20,9 miliardi ‒ che deve essere utilizzato per destinazioni in linea coi programmi generali dell’Unione Europea. Stiamo di conseguenza parlando di risorse che non saranno disponibili prima della tarda primavera 2021, tempi non certo adatti ad interventi di emergenza.

Le condizionalità dell’accordo

Il pasto non è gratis, tocca ripeterlo. E per ottenere i soldi del Recovery Fund (tutti a prestito, a questo punto credo sia chiaro) il percorso è irto di ostacoli, le famose condizionalità.
Per poter accedere ai fondi Ue l’Italia, così come gli altri Stati membri, deve predisporre un Recovery Plan, un piano triennale (2021-2023), che andrà presentato in autunno. E che, se anche verrà giudicato idoneo, sarà sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche di fondi 2023.
I piani andranno predisposti, tenendo conto che il punteggio più alto di valutazione «deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese» (punto A19 dell’Accordo). Le raccomandazioni cui si fa riferimento sono quelle del 2019, essendo saltate, causa pandemia, quelle del 2020 e, per quanto riguarda l’Italia, sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito cui vanno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del Pil. Ovvero, il ritorno in grande spolvero della trappola del debito pubblico e delle politiche di austerità.
Se questa è una vittoria, meglio non pensare a quando arriverà una sconfitta.

Chi giudica e decide

Su indicazione della Commissione Europea, che avrà due mesi di tempo per valutare i piani presentati dagli Stati, sarà il Consiglio Europeo a decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione) se approvare il piano. Il via libera è un atto di esecuzione che il Consiglio adotta entro un mese dalla proposta. Ma bisogna soddisfare i target intermedi e finali. Perciò la Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario se questi target vengono conseguiti. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà interrompere l’erogazione dei finanziamenti, chiedendo di affrontare la specifica questione in una riunione apposita del Consiglio Europeo. È il famoso “freno a mano” ottenuto dal “paradiso fiscale frugale” dei Paesi Bassi per dare il via libera. Un percorso sorvegliato passo dopo passo, che per un Paese come il nostro, che già oggi ha un rapporto debito/PIL intorno al 150%, rischia di riservare più di una brutta sorpresa.

 Prima considerazione

Se è vero che in Europa si è finalmente aperto uno scontro sul profilo dell’Unione Europea, occorre constatare come tale conflitto sia rimasto totalmente all’interno di una visione liberista della dimensione europea. Prova ne è il fatto che nessuno abbia posto la necessità di affrontare il nodo principale: il ruolo della Banca Centrale Europea e la sua cosiddetta indipendenza (dall’interesse generale, non da quello dei mercati). Rivendicare un carattere pubblico della Banca Centrale Europea (analogo a quello di tutte le banche centrali del mondo), avrebbe permesso a tutti gli Stati di dotarsi delle risorse necessarie, senza ulteriori gravami sul debito pubblico e soprattutto senza le famigerate condizionalità.

Seconda considerazione

Se è vero che l’Unione Europa ha evitato il tracollo arrivando a sottoscrivere, dopo quattro giorni, un accordo, occorre constatare come tale risultato ne peggiori il profilo di comunità politico-sociale e le capacità d’intervento strategico sulle grandi sfide di questo tempo.
Sotto il profilo politico, basti la concessione ai cosiddetti Paesi di Visegrad (Ungheria e Polonia in primis) di svincolare gli aiuti finanziari dal rispetto dello stato di diritto. Dal punto di vista della strategia d’intervento, basti pensare che, con la nuova ripartizione fra trasferimenti e prestiti (che abbassa notevolmente i primi e aumenta i secondi), vengono tagliati fondi cruciali ai programmi congiunti europei, a partire da quelli relativi alla transizione eco-sostenibile. Dal punto di vista decisionale, si riafferma, di fatto, un’Unione europea come mera giustapposizione di Stati, ciascuno interessato al proprio interesse nazionale e in diretta competizione con gli altri.
Contrariamente a quanto racconta la narrazione massmediatica, non siamo di fronte a nessun cambio di paradigma nelle nostre istituzioni europee. Perché, dopo la pandemia niente sia davvero più come prima, diviene urgente, per il prossimo autunno, predisporre un Recovery Plan delle mobilitazioni sociali. 

 L’articolo è pubblicato anche sul sito di Attac (www.attac-italia.org)


Autostrade: la truffa è servita

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1. La notte dei lunghi coltelli?

Narra la leggenda di una notte infuocata, nella quale il prode Conte, sguainata la sciabola, costrinse all’angolo il malandrino Benetton, obbligandolo alla resa senza condizioni in nome del popolo italiano. Narra la realtà che il giorno successivo il titolo di Atlantia (la holding dei Benetton che controlla Autostrade per l’Italia) schizzò verso il cielo sul listino della Borsa. Più prosaicamente, si è trattato di una lunga notte nella quale entrambi i contendenti dovevano trovare un accordo, che permettesse al primo di agitare lo scalpo politico del “nemico” ai fini del consenso dei futuri elettori e al secondo di uscire dal guado senza rimetterci un euro ai fini del consenso dei presenti investitori finanziari.
Lasciando ai talk show delle prossime settimane gli accesi “dibattiti” sulla svolta nella relazione fra Stato e mercato, sull’inversione di rotta rispetto alle politiche liberiste, su neo-keynesismo o primi bagliori di un nuovo socialismo, qui ci limitiamo a chiamare l’operazione per quello che appare: un’operazione finanziaria, nella quale lo Stato investe una quota di ricchezza collettiva, senza che a questa consegua alcun vantaggio per l’interesse generale.
Anche se i termini definitivi dell’accordo saranno oggetto di ulteriore, dettagliata e non insignificante trattativa (chi stabilirà il prezzo delle azioni in mano ai Benetton?), i dati che al momento emergono parlano chiaro: lo Stato, attraverso Cassa Depositi e Prestiti (le cui risorse, mai dimenticarlo, derivano dal risparmio dei cittadini) entrerà nella compagine societaria di Aspi (Autostrade per l’Italia) al 33% con un aumento di capitale intorno ai 4 miliardi di euro; per raggiungere il 51% previsto dall’accordo, Atlantia (la società dei Benetton che controlla Aspi) cederà le ulteriori azioni a investitori istituzionali graditi a CDP (si parla insistentemente di Blackstone, uno dei più grandi fondi speculativi al mondo). Successivamente, Aspi verrà separata da Atlantia e quotata in Borsa. A quel punto i Benetton avranno una partecipazione del 12% e decideranno se vendere le loro azioni o restare con una quota di minoranza dentro la società.
Già da questo scenario si comprende come, lungi dall’essersi svolto alcun duello rusticano, si sia trattato di un rituale cavalleresco di progressiva limatura degli interessi politici ed economici dei partecipanti.

 2. Il bancomat della famiglia Benetton

Con questo accordo, si chiude in piena continuità l’epopea dello Stato italiano, trasformato in Babbo Natale in servizio permanente ad uso della famiglia Benetton.
La privatizzazione delle autostrade italiane fu avviata negli anni Novanta, dentro quell’enorme processo di svendita dei gioielli di famiglia, che ha permesso nel 2001 all’allora ministro Vincenzo Visco (centro-sinistra) di introdurre con queste parole il “Libro Bianco sulle privatizzazioni” curato dal Dipartimento del Tesoro: «Questo “Libro Bianco” sulle Privatizzazioni vede la luce al termine di una legislatura nel corso della quale tutti gli obiettivi di dismissioni che erano stati stabiliti sono stati raggiunti e superati. La legislatura si conclude, infatti, con la pressoché totale fuoruscita dello Stato dalla maggior parte dei settori imprenditoriali dei quali, per oltre mezzo secolo, era stato, nel bene e nel male, titolare».
L’acquisizione di Autostrade avvenne nell’ottobre 1999 tramite una scatola finanziaria appositamente costituita, Schemaventotto. Per aggiudicarsi il 30% di Autostrade, Schemaventotto (il cui 60% apparteneva a Edizione, la holding finanziaria dei Benetton) investì 2,5 miliardi di euro, dei quali 1,3 miliardi di mezzi propri e 1,2 miliardi presi a prestito. Nei cinque anni successivi i pedaggi aumentarono del 21%, con un incasso complessivo di oltre 11 miliardi, mentre gli investimenti venivano contenuti al minimo, appena il 16% di quanto previsto nella convenzione e nell’atto aggiuntivo.
In questo modo i Benetton si sono quindi garantiti a spese dei contribuenti un enorme polmone finanziario che ha permesso l’avvio della seconda fase.
Particolare di non poco rilievo: all’epoca della privatizzazione non fu istituito, come per altre privatizzazioni, un regolatore indipendente, che potesse vigilare sull’attuazione degli investimenti e sui profili legati alla sicurezza. Autostrade quale società statale era sempre stata «l’unico controllore di se stesso», un fatto normale finché il soggetto era pubblico, come per la concedente Anas, ma divenuto paradossale nel momento in cui la proprietà è passata in mani private. Il dato è che ‒ aldilà del giudizio che si possa dare sulle cosiddette autorità di regolazione ‒ l’ART (Autorità Regolamentazione Trasporti), è stata istituita solo nel 2011, per divenire operativa nel 2013. Ma, attenzione: con competenza solo sulle “nuove concessioni” e non su quelle precedentemente in essere.
Il secondo passaggio avvenne nel gennaio 2003, quando un altro veicolo finanziario controllato da Schemaventotto, denominato NewCo28, rilevò con un’Opa totalitaria il 54% di Autostrade per 6,5 miliardi. In tal modo, NewCo28 incorporò Autostrade, scaricandole il debito che aveva contratto per finanziare l’Offerta. Per i Benetton l’operazione si chiuse a costo zero. Schemaventotto tra il 2000 e il 2009 prelevò infatti da Autostrade 1,4 miliardi di dividendi, tutti generati da utili, e ne collocò in Borsa il 12% con un incasso di altri 1,2 miliardi. Il ricavato totale fu di 2,6 miliardi di euro.
Nel giro di quattro anni i Benetton sono pertanto rientrati dal debito e hanno recuperato i mezzi propri investiti, restando al controllo di una società con davanti ancora 30 anni di concessione e profitti attorno al miliardo l’anno: un affare strepitoso e senza il minimo rischio, che ha permesso ai Benetton di fare utili aumentando i pedaggi e risparmiando sulle manutenzioni, per dedicarsi allo shopping all’estero (la concessionaria delle autostrade spagnole Albertis e la società che gestisce il tunnel sotto la Manica)

 3. Non sono solo i gatti a cadere sempre in piedi

Aldilà di dichiarazioni a mezzo stampa che disegnano un Benetton affranto, costringendo l’amico e grande fotografo Oliviero Toscani alla dichiarazione indignata: «Luciano Benetton è la persona più onesta che abbia mai conosciuto […]. Nel 1999 la famiglia Benetton si addossò Autostrade che nessuno voleva» (!?!), è evidente come Benetton esca (sempre che esca) dalla partita autostrade senza, ancora una volta, aver sborsato un euro.
Al contrario, potrà accollare alla nuova compagine capitanata da Cassa Depositi e Prestiti i 10 miliardi di debiti accumulati, nonché l’effettuazione di investimenti sulla rete autostradale, diventati urgenti dopo il criminale crollo del ponte Morandi di Genova, per almeno altri 8 miliardi.
E soprattutto potrà farsi liquidare a buon prezzo il suo attuale 88% di Autostrade per l’Italia (10-12 miliardi) per reinvestirli altrove in una fase del ciclo economico che consente acquisti a prezzo di saldo.
D’altronde, la famiglia è così affranta dall’essere stata tagliata fuori, da essere stata lei stessa ‒ come è messo nero su bianco nel comunicato stampa successivo al consiglio dei ministri della famosa notte ‒ ad aver proposto al Governo di cedere tutta e subito la propria partecipazione in Aspi.

 4. Alcune considerazioni conclusive

a) non c’è nessuna riappropriazione sociale di un bene pubblico come l’infrastruttura autostradale. Cambia solo il predatore e il fatto che il prossimo veda all’interno una maggioranza di capitale pubblico, la dice lunga su come oggi lo Stato, lungi dall’essere il garante dei diritti fondamentali e dei servizi pubblici, sia diventato il facilitatore della penetrazione degli interessi finanziari dentro la società. D’altronde, a parte Di Maio, davvero qualcuno si immagina il rappresentante del fondo speculativo Blackstone battere i pugni sul tavolo del Consiglio di Amministrazione perché il calcestruzzo utilizzato nelle gallerie sia di qualità o perché i controlli dei viadotti siano precisi e puntuali?
b) non ci sarà alcun vantaggio pubblico: la nuova società che gestirà le autostrade sarà collocata in Borsa, dunque avrà gli utili come unico obiettivo da garantire agli azionisti. Come si possono garantire gli utili in un servizio pubblico che è strutturalmente monopolistico? Solo attraverso quattro possibilità: la riduzione del costo del lavoro (quindi riduzione e precarizzazione del personale, nonché utilizzo a mani basse del sub-appalto); la riduzione delle spese per manutenzione, e sicurezza; la riduzione degli investimenti; l’aumento delle tariffe. Notate una certa somiglianza con la gestione esistente? Certo, nel breve periodo alcuni investimenti saranno fatti (i morti innocenti di Ponte Morandi non possono ancora essere derubricati a tragedia asettica) e sicuramente ci sarà una diminuzione dei pedaggi (devo o non devo far vedere agli italiani che la musica è cambiata?) ma, molto prima di quanto si possa immaginare, l’altare della Borsa chiederà il sacrifico e i sacerdoti pubblici e privati della società officeranno il rito;
c) continua lo snaturamento di Cassa Depositi e Prestiti: l’ex-ente di diritto pubblico che, fino alla sua trasformazione in società per azioni avvenuta nel 2003, gestiva il risparmio postale dei cittadini ‒265 miliardi di euro ‒ per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali (se in Italia c’è stato qualcosa di simile a uno Stato sociale è in gran parte dovuto a questo semplice meccanismo), è stato trasformato, ormai da anni, in un fondo finanziario che opera ‒ senza alcun mandato parlamentare, come da Statuto dovrebbe ‒ su tutti i gangli dell’economia, rispondendo direttamente alle necessità “qui ed ora” del Governo di turno e anteponendo i grandi interessi finanziari al perseguimento dei bisogni della collettività.
Il grande tosatore della Patagonia (a spese dei Mapuche) avrà da ora un ruolo di secondo piano, ma il Governo, aldilà dei toni trionfanti di grillini e piddini, non esce dallo studio di Un giorno da pecora.

L’articolo è pubblicato anche sul sito di Attac (www.attac-italia.org)