“Salviamo il Servizio Sanitario Nazionale”. Un appello di medici e scienziati

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Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il SSN in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che il sistema è in crisi: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali.

Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato il SSN, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del PIL (meno di vent’anni fa).

Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato. Progredire su questa china, oltre che in contrasto con l’Art.32 della Costituzione, ci spinge verso il modello USA, terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di sei anni). La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute.

È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del SSN e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema. Ancora, l’SSN deve recuperare il suo ruolo di luogo di ricerca e innovazione al servizio della salute.

Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940.

Ma il grande patrimonio del SSN è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza. È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea).

Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli.

La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante – delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche dei limiti della medicina moderna.

Molto, quindi, si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del SSN agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del PIL), ed è urgente e indispensabile, perché un SSN che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla coesione sociale.

Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis


«In solidarietà con il popolo e gli scrittori palestinesi non parteciperemo al PEN World Voices Festival»

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Il Poet Essayist Novelist o PEN, fondato nel 1922 e con sede a New York, è un’organizzazione storica che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tutela della libertà di espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso la promozione della letteratura e dei diritti umani. PEN America è il più grande degli oltre 100 centri PEN in tutto il mondo che insieme compongono PEN International. L’attività di advocacy di PEN America si estende alla censura in ambito educativo, alla libertà di stampa e alla sicurezza degli scrittori, alla libertà di parola nei campus, alle molestie online, alla libertà artistica e al sostegno alle regioni del mondo in cui la libertà di espressione è messa a dura prova. PEN America si batte anche per singoli scrittori e giornalisti imprigionati o minacciati per il loro lavoro e presenta ogni anno il PEN/Barbey Freedom to Write Award.
Fulcro della programmazione annuale di PEN America è il PEN World Voices Festival, uno degli eventi letterari di più alto profilo al mondo che celebra per unintera settimana la letteratura internazionale e si svolge a New York e Los Angeles ogni aprile-maggio dal 2005. La sua ventesima edizione, tuttavia, rischia di essere la più difficile mai registrata, dal momento che negli ultimi tre mesi l’organizzazione è rimasta impantanata nelle polemiche. A gennaio, due importanti scrittori hanno tagliato i ponti con il PEN America per la sua decisione di schierare la controversa attrice e dichiarata oppositrice del cessate il fuoco in Palestina Mayim Bialik a un evento PEN Out Loud a Los Angeles. La scrittrice palestinese-americana Randa Jarrar è stata poi allontanata con la forza da tale evento il 31 gennaio. Una settimana dopo, un gruppo di 600 scrittori e poeti ha firmato una lettera aperta per condannare il relativo silenzio del PEN su Gaza. La lettera ad oggi è stata firmata da oltre 1300 scrittori, tra cui Roxane Gay, Lauren Groff, Marie-Helene Bertino, Kiese Laymon, Saeed Jones, Carmen Maria Machado, Solmaz Sharif, Tommy Pico, Laura van den Berg e Nana Kwame Adjei-Brenyah. A queste iniziative segue la lettera aperta qui pubblicata, sottoscritta, tra gli altri da Naomi Klein, Hisham Matar e Maaza Mengiste che invita altri scrittori e scrittrici a riconsiderare la loro partecipazione al PEN World Voices Festival del 2024(la redazione)


Ognuno di noi è stato invitato a partecipare al festival PEN World Voices di quest’anno a New York, come relatore, moderatore e come co-presidente onorario. Abbiamo deciso di non partecipare. Questa lettera spiega perch
é la nostra coscienza non ci lascia altra scelta.

Avremmo accolto con piacere la prospettiva di riunirci con i nostri colleghi di tutto il mondo per condividere intuizioni e unire le nostre forze, che è il motivo per cui la maggior parte di noi ha accettato l’invito a partecipare al PEN World Voices Festival quando è stato inizialmente esteso. Pur sapendo che il PEN America è stato spesso assente quando il discorso palestinese era sotto attacco, speravamo che la situazione stesse cambiando. Tuttavia, nei mesi successivi a quell’invito iniziale, abbiamo concluso che la partecipazione al festival di quest’anno sarebbe servita solo a contribuire all’illusione che il PEN America sia veramente dedito alla «difesa della libertà di parola al centro della lotta dell’umanità contro la repressione», come ha affermato. Nel contesto della guerra in corso a Gaza da parte di Israele, riteniamo che il PEN America abbia tradito l’impegno per la pace e l’uguaglianza per tutti e per la libertà e la sicurezza degli scrittori ovunque professato dall’organizzazione.

Lo statuto del PEN, adottato nel 1948, afferma che è dovere dei membri del PEN «fare del proprio meglio per dissipare tutti gli odi e sostenere l’ideale di un’unica umanità che viva in pace e uguaglianza in un unico mondo». Purtroppo, è diventato dolorosamente chiaro che, per il PEN America, la Palestina continua a rappresentare un’eccezione a questo ideale. I poeti, gli studiosi, i romanzieri, i giornalisti e i saggisti palestinesi hanno rischiato tutto, comprese le loro vite e quelle delle loro famiglie, per condividere le loro parole con il mondo. Eppure il PEN America sembra non essere disposta a schierarsi con loro con fermezza contro le potenze che li hanno oppressi ed espropriati negli ultimi 75 anni.

Come sapete, attualmente è in corso un’implacabile campagna genocida contro i palestinesi di Gaza, un orrore che è stato filmato quotidianamente e trasmesso in diretta in tutto il mondo. Più di 100.000 persone sono state ferite e più di 30.000 uccise, tra cui oltre 12.000 bambini. Più del 70% delle case di Gaza sono state danneggiate o distrutte, lasciando più di un milione di persone senza casa in una terra dove nessun luogo è al sicuro dai droni, dai missili, dalle bombe e dai proiettili di Israele, in parte pagati e forniti dal Governo degli Stati Uniti. A gennaio, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto plausibile che l’assedio di Israele a Gaza possa equivalere a un genocidio e ha ordinato «misure immediate ed efficaci» per proteggere i palestinesi nei territori occupati, garantendo un’assistenza umanitaria sufficiente e consentendo i servizi di base. Dopo la sentenza della Corte internazionale di giustizia, altre migliaia di adulti e bambini palestinesi sono stati uccisi; Israele non solo si è rifiutato di facilitare aiuti adeguati, ma li ha addirittura ostacolati. Centinaia di migliaia di persone sono a rischio di carestia e un numero crescente di bambini e anziani muore per malnutrizione e disidratazione anche dopo essere sopravvissuto al bombardamento delle proprie case. Nonostante tutto questo, il PEN America ha rifiutato di unirsi alle altre principali organizzazioni per i diritti umani e ai funzionari delle Nazioni Unite nella richiesta di un cessate il fuoco immediato e incondizionato.

Questa mancanza è particolarmente sorprendente alla luce dello straordinario tributo che questa catastrofe ha richiesto in ambito culturale. Israele ha ucciso, e a volte deliberatamente preso di mira e assassinato, giornalisti, poeti, romanzieri e scrittori di ogni genere. Ha distrutto quasi tutte le forme di infrastrutture culturali che sostengono la pratica della letteratura, dell’arte, dello scambio intellettuale e della libertà di parola, bombardando e demolendo università, centri culturali, musei, biblioteche e centri stampa. Interrompendo l’accesso alla comunicazione digitale, Israele ha anche impedito ai palestinesi di condividere ciò che hanno visto e vissuto e di raccontare la verità su ciò che sta accadendo loro. Tutti coloro che usano il potere della penna e della libertà di parola per fare appello alla coscienza del mondo sono a rischio. In meno di cinque mesi, Israele ha ucciso quasi cento giornalisti e operatori dei media, più che nei due decenni di guerra in Afghanistan e più che nell’anno più letale della guerra in Iraq. Israele ha anche ucciso quasi cento accademici e scrittori. Se organizzazioni come PEN America si aggrappano all’illusione della neutralità politica di fronte a un chiaro tentativo di distruggere vita e cultura palestinesi, ci si può solo chiedere se a Gaza rimarranno scrittori in grado di raccontare la storia della loro apocalisse, o delle cui parole e discorsi fidarsi, quando finalmente le uccisioni finiranno. O se rimarrà qualche traccia della storia che hanno vissuto.

Gli studiosi cercano sempre più spesso parole nuove per descrivere la portata del genocidio culturale di Israele. Parole come “scolasticidio” vengono invocate per descrivere l’eliminazione dei sistemi di istruzione ed “epistemicidio” per descrivere la cancellazione dei sistemi di conoscenza. Al contrario, PEN America ha impiegato quattro mesi e mezzo per pronunciare la parola “cessate il fuoco”, e solo con una vaga “speranza” per un “accordo reciproco”, piuttosto che con un chiaro appello. Ci aspettiamo di più da un’organizzazione che esiste con lo scopo esplicito di proteggere la libertà di parola e di pensiero e di promuovere una visione della nostra comune umanità.

Altrettanto preoccupante è il fatto che PEN America condanni gli autori che scelgono di accogliere l’appello palestinese per un boicottaggio culturale e accademico delle istituzioni israeliane complici della loro oppressione, accusandoli di ostacolare «il libero flusso delle idee». Ci sembra che questo violi diversi principi che sono alla base della missione del PEN. Per cominciare, l’idea per cui il BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni), che non boicotta singoli scrittori o studiosi, possa impedire il «libero flusso delle idee» in Israele-Palestina presuppone che tale flusso esista. In realtà, si tratta di una fantasia crudele finché i palestinesi vivranno sotto un regime basato sulla segregazione razziale e sull’adozione di gerarchie etniche, sull’assedio e sulle punizioni collettive, le stesse condizioni a cui il BDS cerca di porre fine. In secondo luogo, condannare gli autori che scelgono di sostenere il BDS contraddice il mandato stesso del PEN di proteggere la libertà di espressione, poiché contribuisce a creare un ambiente neo-maccartista in Nord America e in Europa, in cui il crescente sostegno al BDS è sempre più criminalizzato. In terzo luogo, l’opposizione al BDS trascura la lunga e orgogliosa storia del boicottaggio come strumento efficace e non violento di liberazione collettiva. Proprio come il boicottaggio è stato uno degli strumenti principali utilizzati per porre fine con successo all’apartheid politico in Sudafrica, così si dovrebbe accettare che alcuni siano liberi di adottarlo come strumento vitale nel movimento di resistenza nonviolenta contro l’impunità di Israele oggi.

Siamo consapevoli che PEN America ha pubblicato una serie di dichiarazioni che esprimono preoccupazione per vari avvenimenti a Gaza. Abbiamo anche seguito i tentativi dell’organizzazione di placare l’ondata di critiche da parte di centinaia di scrittori indignati rilasciando una dichiarazione che auspica la pace. Ma, se da un lato contestiamo l’astoricità e le false equivalenze nella rappresentazione della guerra e delle sue cause da parte del PEN, dall’altro la nostra domanda principale è questa: dove sono le azioni che seguono queste preoccupazioni dichiarate? Il PEN America non ha avviato alcuna iniziativa di sostegno coordinato e sostanziale, né ha pubblicato alcun rapporto che evidenzi l’entità e la portata degli attacchi agli scrittori di Gaza o, più in generale, al discorso e alla cultura palestinesi. Il PEN America ha fatto ben poco per mobilitare o ispirare i suoi numerosi membri, a differenza delle sue recenti campagne contro la guerra in Ucraina e il suo impatto sulla cultura, o il “Giorno dei Morti” del PEN International in onore dei giornalisti uccisi in America Latina.

Sappiamo che alcuni sosterranno che, scegliendo di non partecipare al PEN World Voices Festival, ostacoliamo la libertà di parola, o che pensiamo che il PEN debba promuovere solo gli scrittori con cui siamo d’accordo. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Chiediamo solo che il PEN America si attenga con coerenza ai suoi principi e al suo statuto e che sia all’altezza del suo mandato principale, che consiste nel difendere con chiarezza e coraggio gli scrittori più a rischio per la repressione e la minaccia di essere assassinati. Se l’organizzazione non riesce a farlo, altri scrittori si organizzeranno inevitabilmente per colmare i suoi silenzi, anche in modi che disturbano il PEN stesso. Quando si verificano questi momenti, è moralmente vacuo puntare il dito contro coloro che dicono la verità al potere in modo dirompente. Siamo costernati dal fatto che non siano state presentate scuse alla scrittrice palestinese Randa Jarrar per l’atto scioccante di trascinarla fuori da un evento a cui partecipava un’attrice hollywoodiana anti-palestinese e favorevole alla guerra, mentre Jarrar leggeva i nomi degli scrittori palestinesi assassinati.

La rete globale delle sezioni del PEN e del PEN International ha una lunga storia come porto sicuro per gli artisti sotto assedio. Non solo ha salvato delle vite evacuando scrittori da zone pericolose (inclusa Gaza), ma ha creato spazi di incontro in cui gli scrittori sotto attacco possono sentire il calore di una sincera solidarietà da parte della comunità letteraria globale. Gli scrittori palestinesi meritano questo tipo di sollievo. Invece, molti di loro si sono trovati nella oltraggiosa posizione di dover combattere contro PEN America per chiedere a gran voce che le bombe finanziate dagli Stati Uniti smettano di cadere. Sono stati costretti a sottolineare, più e più volte, che se l’attuale attacco fosse stato diretto contro qualsiasi altro popolo, ci sarebbero state chiare condanne dei crimini e sostegno a tutte le forme di resistenza nonviolenta contro l’oppressione, oltre a eventi incentrati sugli artisti che sono i più vulnerabili al mondo.

Abbiamo visto che PEN America può essere aperta alle critiche e ha risposto aggiungendo nuove pagine al suo sito web e rilasciando nuove dichiarazioni. Tutto ciò è apprezzabile, ma non è ancora sufficiente e purtroppo è troppo tardi perché il PEN World Voices Festival di quest’anno sia all’altezza di questo critico momento storico. Speriamo che la nostra decisione di non partecipare si aggiunga agli sforzi in atto per produrre un cambiamento concreto e duraturo in un momento che richiede il coraggio morale di tutti noi.

13 marzo 2024

Michelle Alexander, autrice di The New Jim Crow
Zaina Arafat, autrice di You Exist Too Much
Kristen Arnett, autrice di With Teeth
Simone Brown, autrice di Dark Matters: On the Surveillance of Blackness
Kay Gabriel, direttrice editoriale di The Poetry Project
Isabella Hammad, autrice di Enter Ghost
Balsam Karam, autrice di The Singularity
Dima Khalidi, direttrice di Palestine Legal
Naomi Klein, autrice di Doppelganger
Hisham Matar, autore di My Friends
Maaza Mengiste, autrice The Shadow King
Lorrie Moore, autrice di I Am Homeless if This Is Not My Home
Susan Muaddi Darraj, autrice di A Curious Land
Neel Mukherjee, autore di The Lives of Others
Ani Kayode Somtochukwu, autore di And Then He Sang a Lullaby
Kayla Upadhyaya, autrice Helen House
I membri della Worker Writers School anonimi (a causa della preoccupazione di essere perseguitati dalle autorità israeliane)

Se sei un autore che è stato invitato a partecipare al PEN World Voices Festival di quest’anno e vuoi aggiungere il tuo nome a questa lettera, scrivi a 2024voices4gaza@gmail.com.

La traduzione in italiano della lettera è di Sabrina Di Carlo


Una richiesta dal mondo accademico: sospendere l’accordo di cooperazione Italia-Israele

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Come accademiche e accademici, ricercatrici e ricercatori impegnate nei centri di ricerca e nelle università in Italia e all’estero, assistiamo con enorme sgomento alla brutalità degli eventi che, dall’ottobre 2023, interessano la Striscia di Gaza. In seguito agli attacchi di Hamas il 7 ottobre 2023, lo stato di Israele ha risposto con una violenza militare che ha oggi causato la morte di quasi 30.000 palestinesi, in larga parte minori, il trasferimento forzato di circa due milioni di palestinesi all’interno della Striscia, più di un milione dei quali vivono oggi in tende a Rafah senza sapere quale sarà il loro destino, e il pressoché totale annichilimento delle infrastrutture civili (dalle case agli ospedali e le scuole) necessarie alla sopravvivenza umana a Gaza. Nel nord della Striscia, centinaia di migliaia di palestinesi sono a rischio di morire di fame a causa del blocco agli aiuti imposto dall’esercito israeliano. Come il report compilato dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine, il Health in Humanitarian Crises Centre e il John Hopkins Center for Humanitarian Health dimostra, nei prossimi sei mesi a Gaza potrebbero morire tra le 60.000 e le 75.000 persone a causa dell’assenza di cibo, acqua e di minime condizioni igieniche che impediscano la diffusione di malattie ed epidemie. Ciò a cui stiamo assistendo è una catastrofe umanitaria e configura, come denunciato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani operanti nella zona, una grave violazione del diritto umanitario da parte di Israele.

Lo scorso gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un’ordinanza nella quale si riconosce che vi è un rischio plausibile che Israele stia commettendo il crimine di genocidio a Gaza, e ha indicato sei misure cautelari urgenti atte a impedire che questo avvenga. Secondo Human Rights Watch, diverse misure non sono state rispettate da Israele. Il 22 febbraio 2024, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani ha comunicato al Parlamento Europeo che la fornitura di armi a uno stato sospettato di commettere genocidio può configurare la complicità nel crimine, anch’essa proibita ai sensi della Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio del 1948.

A fine febbraio 2024, apprendiamo che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale annuncia il bando per progetti congiunti di ricerca sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele. Sottolineiamo che il finanziamento potrebbe essere utilizzato per sviluppare tecnologia dual use, ovvero a impiego sia civile che militare, e che la terza linea di finanziamento delle tecnologie ottiche potrebbe essere utilizzata per sviluppare devices di sorveglianza di ultima generazione (detectors) anche a uso bellico. Questo aggraverebbe le responsabilità internazionali del nostro Paese poiché, nonostante le rassicurazioni del governo, l’Italia non sembra aver interrotto l’esportazione di armi verso Tel Aviv dal 7 ottobre 2023.

Viste queste premesse, chiediamo che la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani venga sospesa, con lo scopo di esercitare pressione sullo stato di Israele affinché si impegni al rispetto del diritto internazionale tutto, come è giustamente richiesto a tutti gli stati del mondo.

Avanziamo questa richiesta anche per proteggere le istituzioni italiane dall’accusa di non aver adempiuto al dovere inderogabile di prevenzione di genocidi, ovunque ve ne sia il pericolo, che è un obbligo per gli stati membri delle Nazioni Unite secondo la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio, o di essere complici di crimini di guerra, attualmente all’indagine della Corte penale internazionale. Il bando MAECI non protegge le istituzioni italiane perché può includere lo sviluppo di tecnologie e devices dual use. La nostra richiesta è in linea con la dichiarazione, datata 23 febbraio 2024, di numerosi esperti delle Nazioni Unite, secondo i quali gli stati membri dovrebbero astenersi immediatamente dal trasferire armi e tecnologia militare verso Israele, quindi anche ricerca e know how a possibile impiego bellico, poiché c’è il rischio ineludibile che esse vengano utilizzate per violare obblighi consuetudinari di diritto internazionale umanitario. Inoltre, le collaborazioni che chiediamo di interrompere appaiono in grave contrasto con il Piano di Azione Nazionale su impresa e diritti umani su cui il Governo stesso dichiara di vigilare. Sarebbe paradossale chiedere alle imprese di rispettare diritti che si ritengono secondari o violabili nell’azione di enti pubblici e di ricerca, che hanno il dovere di conformarsi all’ordinamento costituzionale repubblicano (che include quello internazionale come sua parte integrante).

Molti dei nostri colleghi, unendo le loro voci a studenti e lavoratori in tutto il mondo, chiedono che le università riesaminino le collaborazioni intrattenute con le istituzioni e le aziende israeliane complici della violenza in corso e/o del mantenimento dell’occupazione nei territori occupati. Molte università stanno agendo in questa direzione. Nel febbraio del 2024, l’Università della California Davis ha disinvestito 20 milioni di dollari dalla collaborazione con aziende complici dell’occupazione e dell’assalto militare in corso, e lo stesso hanno fatto quattro università norvegesi.

Tali richieste di disinvestimento, sospensione e boicottaggio delle collaborazioni istituzionali vengono avanzate su due basi argomentative. Innanzitutto, l’impegno morale al e il dovere giuridico di rispetto dei diritti umani di tutti e del diritto internazionale. È nostra convinzione che non sia più possibile ignorare le gravi violazioni dei diritti fondamentali della popolazione palestinese da parte di Israele e la gravissima situazione in cui versa Gaza. Le violazioni del diritto internazionale, molte delle quali integranti probabili crimini di guerra e altri gravi crimini internazionali, non sono certo iniziate il 7 ottobre 2023, come appare evidente nel contesto del caso in discussione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e delle indagini in corso della Corte Penale Internazionale, a conclusione di indagini preliminari gravemente indizianti. La velocità con cui la macchina militare israeliana ha annichilito un territorio, le sue infrastrutture civili (tra cui il sistema educativo, come illustriamo più avanti in questa lettera) e una popolazione intera restano tuttavia eccezionali e senza precedenti e richiedono una presa di coscienza e responsabilità immediata. 

Inoltre, la richiesta di sospensione della cooperazione alla ricerca e universitaria è motivata dalla volontà di non essere complici delle gravi violazioni in atto. Le conseguenze per uno stato ritenuto complice di crimini di guerra e/o contro l’umanità, o ancor più di genocidio, sono gravi e potrebbero esserlo anche per l’Italia. Pur con delle differenze, ne è un esempio l’Olanda, ove i giudici della Corte d’appello hanno ordinato al governo l’immediata sospensione e cessazione di qualsiasi export di armi verso Israele a causa della possibile complicità nelle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e nei probabili crimini di guerra perpetrati a Gaza. Con le dovute differenze, un altro esempio è la causa che rischia l’Eni a causa della sua partecipazione a progetti a conduzione israeliana per l’estrazione di gas a Gaza.

Inoltre, vogliamo portare all’attenzione del Ministero il fatto che nella Striscia di Gaza, a causa delle operazioni militari israeliane, assistiamo a un vero e proprio scolasticidio, ovvero la sistematica, totale e intenzionale distruzione del sistema educativo locale e uccisione di massa di studenti, ricercatori e docenti. Come evidenziato da numerosi report, negli ultimi quattro mesi il sistema educativo di Gaza, che comprendeva prima dell’ottobre 2023 oltre 625.000 studenti e circa 23.000 insegnanti e professori, è stato annientato. Al 24 gennaio 2024, Israele ha ucciso 4.327 studenti e ferito 8.109, oltre a 231 insegnanti e amministratori (feriti 756). Il numero di studenti e personale scolastico uccisi in un periodo così breve non ha precedenti nella storia della regione. Gli studenti e gli insegnanti che non sono stati uccisi sono tra gli oltre 1.7 milioni di persone sfollate e rimosse con la forza che oggi vivono in rifugi sovraffollati e antigienici o dormono all’aperto. Come il resto della popolazione di Gaza, essi corrono il rischio di morire di fame e di malattie, senza accesso al cibo, all’acqua potabile, all’elettricità, al riscaldamento o alle medicine.

Israele ha sistematicamente distrutto tutte le università di Gaza. Il 17 gennaio, Israele ha fatto saltare in aria l’Università Al-Israa, l’ultima università rimasta in piedi a Gaza. Il filmato condiviso dalla BBC mostra l’università completamente distrutta. L’Università Islamica e la Facoltà Universitaria di Scienze Applicate sono state bombardate rispettivamente l’11 e il 19 ottobre. Il 4 novembre, le forze israeliane hanno bombardato l’Università di Al Azhar, la seconda università più grande di Gaza, seguita dalla distruzione dell’Università di Al Quds il 15 novembre. Il 10 dicembre è stata bombardata la facoltà di medicina dell’Università Islamica, mentre sono stati gravemente danneggiate anche l’Università di Al-Aqsa e il Palestine Technical College. Oltre alla distruzione delle università, la maggior parte degli edifici scolastici di Gaza sono danneggiati. I soldati israeliani hanno filmato alcuni dei loro atti di distruzione, incluso un video che mostra il momento in cui l’esercito israeliano ha fatto saltare in aria una scuola delle Nazioni Unite a Beit Hanoun, nel dicembre 2023. A seguito della distruzione delle scuole di Gaza, centinaia di migliaia di bambini che sono già stati privati dell’istruzione per diversi mesi, non avranno in futuro una scuola in cui tornare. Inoltre, le forze israeliane hanno attaccato diverse scuole che fungevano da rifugi temporanei per i civili, uccidendo i palestinesi che vi avevano trovato rifugio. Ad esempio, nel novembre 2023 le forze israeliane hanno attaccato le scuole Al-Fakhoura e Al-Buraq, gestite dall’UNRWA, uccidendo almeno 40 persone e ferendone molte altre, mentre nel dicembre 2023 hanno ucciso 15 palestinesi negli attacchi alla scuola Shadia Abu Ghazala. Anche la situazione in Cisgiordania peggiora ogni giorno, con un significativo aumento degli attacchi militari ai campus e degli arresti di colleghi e studenti dal 7 ottobre 2023.

Di fronte a questa realtà, al risalente uso illegale di risorse idriche e agricole della popolazione sotto occupazione da parte della potenza occupante, ai probabili crimini internazionali a mezzo di sistemi di sorveglianza e carcerazione arbitraria di massa, consideriamo particolarmente gravi le linee di finanziamento del bando MAECI, che si concentrano sullo sviluppo di tecnologie idrauliche e di gestione della distribuzione dell’acqua, di tecniche e tecnologie agricole, e sullo sviluppo di tecnologie ottiche volte alla messa a punto della nuova generazione di detectors. Queste linee suggeriscono che la morte di migliaia di palestinesi a causa della fame, della sete e della tecnologia usata a scopo militare, e la distruzione del sistema scolastico locale, siano dei dettagli trascurabili. Tali linee di finanziamento, inoltre, sono in indifendibile contraddizione con le recenti misure adottate per analoghe, gravi violazioni dell’integrità territoriale, dell’autodeterminazione e delle protezioni della popolazione civile da parte di altre potenze occupanti.

In conclusione, ribadiamo la nostra richiesta di sospensione della cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani e invitiamo il MAECI a estendere la cooperazione con le università palestinesi, attraverso l’apertura di linee di finanziamento dedicate e l’istituzione di programmi di visiting professorship per i colleghi e le colleghe che si trovano in situazioni di pericolo letale e di sofferenza, come è stato fatto in occasione di precedenti conflitti e crisi umanitarie.

Qui la lettera con l’indicazione (in via di aggiornamento) dei docenti e ricercatori di Università italiane firmatari (773 il 1° marzo)


Gaza: voci ebraiche contro la guerra, anche in Italia

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Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.

E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro.

Si può ragionare per ore sul significato della parola «genocidio», ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie.

Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso. Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio.

Abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della Memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.

Il 27 gennaio 2024 è stato una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?

Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra. Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subìto un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.

Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.

Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme.

Primi firmatari:

Fabrizio Albert, Rachele Alberti, Marina Ascoli, Massimo Attias, David Calef, Valeria Camerino, Giorgio Canarutto, Lucio Damascelli, Beppe Damascelli, Enrico De Vito, Annapaola Formiggini, Saby Fresko, Paola Fresko, Bice Fubini, Nicoletta Gandus, Adriana Giussani, Bella Gubbay, Joan Haim, Hassan Massimo, Cecilia Herskovitz, Francesca Incardona, Stefano Levi Della Torre, Annie Lerner, Gad Lerner, Stefano Liebman, Samuele Menasce, Raffaella Molena Tassetto, Bruno Montesano, Guido Ortona, Bice Parodi, Laura Pesaro, Simone Rossi del Monte, Renata Sarfati, Stefano Sarfati, Eva Schwarzwald, Gavriel Segre, Simona Sermoneta, Shmuel Sermoneta Gertel, Susanna Sinigaglia, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Deborah Taub, Jardena Tedeschi, Mario Tedeschi, Massimo Gentili Tedeschi, Sara Tedeschi Falco, Fabrizia Termini, Alessandro Treves, Claudio Treves, Roberto Veneziani, Serena Veneziani, Marco Weiss.

Hanno aderito:

Edith Bruck, Lucilla Ravà, Micael Zeller, Gavriel Segre, Manlio Massa, Raffaella Molena Tassetto, David Calef, Samuele Menasce, Federico Fubini, Gabriele Aronov, Livia Tagliacozzo, Simonetta Heger, Dima Platz-Fontanive, Grazia-Borrini-Feyerabend, Scilla Sonnino, Carlo Ginsburg, Simona Forti, Giacomo Ortona, Andrea Fubini, Nathan Levi, Emilio Sacerdoti, Giorgio Mieli, Emily Rosner, Sergio Ottolenghi, Tamar Pitch, Paola Canarutto, Piergiorgio Minazzi, Anna Canarutto, Bianca Maria Gabrielli, Nicoletta Alberio, Liliana Madeo, Saverio Benedetti, Paola Cavallari, Patrizia Bortolini, Maria Teresa Callegari, Luca Colaiacomo, Giovanna Tornello, Daniela Radaelli, Pietro Jona, Paolo Mascilli, Andrea Corbella, Riccardo Rosetti, Alessandra Elda Falcone, Andrea Lombardi, Laura Ottolenghi, Susanna Fresko, Renato Scuffietti, Magda Mercatali, Francesca Ceccherini Silberstein, Paola Pasqua Di Bisceglie, Pierpaolo Mastroiacovo, Elena Maria Milazzo Covini, Marzia Cattaneo, Tiziano Carradori, Francesca Romana Fiore, Luigi Mancuso, Paolo Mascilli, Claudia Beltramo Ceppi Zevi, Antonella Caterina Attardo, Franco Bernardi, Antonella Caterina Attardo, Lucilla Ravà, Daniele Santini, Paola Colombino, Josette Molco, Fiorenza Cavicchioli, Claudia Zaccai, Alberto Fiz, Gianfranco De Nisi, Gianni Gregoris, Piero Morpurgo, Rita Beatrice Cauli, Ludovica Muntoni, Piero Nissim, Cecilia Del Fa, Irene Agovino, Chiara Milano, Francesca Castelli, Giuseppe Ciaurro, Gaddo Morpurgo, Piero Pelù, Elide Chiampi, Renata Spiezio Isabelle Dehais, Giuseppe Gibin, Enrico Franco, Daniela Scotto di Fasano, Francesca Rambaldi

Per ulteriori adesioni:
maiindifferenti6@gmail.com


Centinaia di intellettuali ebrei americani: «La critica a Israele non è antisemitismo»

Autore:

Nella lettera qui pubblicata un gruppo di intellettuali ebrei, tra i quali L, Judith Butler e Tony Kushner, denuncia la scorrettezza della risorgente affermazione secondo cui criticare Israele è antisemita. La lettera, che ha raccolto in pochi giorni centinaia di adesioni, è stata pubblicata sul sito n+1 dopo che diverse testate statunitensi, su consiglio dei loro legali, ne hanno rifiutato la pubblicazione. Nella lettera, oltre a confutare l’interessata confusione tra antisemitismo e presa di distanza dal Governo di Israele, si chiede l’immediato cessate il fuoco a Gaza. (la redazione)

Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano contestare la narrazione diffusa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita. Israele e i suoi difensori hanno a lungo usato questo espediente retorico per mettere Israele al riparo dalle sue responsabilità, per dare copertura morale agli investimenti miliardari degli Stati Uniti a sostegno dell’esercito israeliano, per oscurare la realtà mortale dell’occupazione e per negare la sovranità palestinese. Ora questo insidioso bavaglio alla libertà di parola viene utilizzato per giustificare i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza e per delegittimare le critiche della comunità internazionale.

Noi condanniamo tutti i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi e piangiamo la perdita di vite umane. E siamo addolorati e inorriditi nel vedere la lotta all’antisemitismo usata come pretesto per crimini di guerra dal dichiarato intento genocida.

L’antisemitismo è una parte dolorosa del passato e del presente della nostra comunità. Le nostre famiglie sono sfuggite a guerre, molestie, pogrom e campi di concentramento. Abbiamo studiato la lunga storia di persecuzione e violenza contro gli ebrei e prendiamo sul serio l’antisemitismo attuale che mette a rischio la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo. Lo scorso ottobre è stato il quinto anniversario del peggior attacco antisemita mai commesso negli Stati Uniti: l’assassinio, nella sinagoga di Tree of Life – Or L’Simcha a Pittsburgh, di 11 fedeli da parte di un uomo armato che sosteneva teorie complottiste sulle colpe degli ebrei per l’arrivo dei migranti centroamericani, disumanizzando così entrambi i gruppi. Rifiutiamo l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quando si maschera da critica al sionismo o alle politiche di Israele. Ma rileviamo che, come ha scritto il giornalista Peter Beinart nel 2019, «l’antisionismo non è intrinsecamente antisemita, e sostenere che lo sia sfrutta la sofferenza ebraica per cancellare l’esperienza palestinese».

Troviamo questo espediente retorico antitetico ai valori ebraici, che ci insegnano a riparare il mondo, a mettere in discussione l’autorità e a difendere gli oppressi dagli oppressori. È proprio a causa della dolorosa storia dell’antisemitismo e delle lezioni dei testi ebraici che sosteniamo la dignità e la sovranità del popolo palestinese. Rifiutiamo la falsa alternativa tra la sicurezza degli ebrei e la libertà dei palestinesi, tra l’identità ebraica e la fine dell’oppressione dei palestinesi. Crediamo, infatti, che i diritti degli ebrei e dei palestinesi vadano di pari passo. La sicurezza di ciascuno dei due popoli dipende dall’altro. Non siamo certamente i primi a dirlo, e ammiriamo coloro che hanno dato forma a questa linea di pensiero pur in presenza di tanta violenza.

La confusione tra l’antisemitismo e la critica di Israele o del sionismo ha delle ragioni precise. Per anni, decine di paesi hanno sostenuto la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. La maggior parte degli 11 esempi di antisemitismo in essa contenuti riguarda giudizi sullo Stato di Israele e alcuni di essi limitano di fatto l’ambito delle critiche accettabili. Inoltre, la Lega Anti-Defamation classifica l’antisionismo come antisemitismo, nonostante i dubbi di molti dei suoi stessi esperti. Queste definizioni hanno favorito l’intensificarsi delle relazioni del Governo israeliano con forze politiche di estrema destra e antisemite, dall’Ungheria alla Polonia agli Stati Uniti e oltre, mettendo in pericolo gli ebrei della diaspora. Per contrastare queste definizioni generiche, un gruppo di studiosi dell’antisemitismo ha pubblicato, nel 2020, la Dichiarazione di Gerusalemme, che offre linee guida più specifiche per identificare l’antisemitismo e distinguerlo dalla critica e dal dibattito su Israele e sul sionismo.

Le accuse di antisemitismo di fronte alla minima obiezione alla politica israeliana hanno a lungo permesso a Israele di mantenere in vita un regime che organizzazioni per i diritti umani, studiosi, giuristi e associazioni palestinesi e israeliane hanno definito di apartheid. Queste accuse hanno un effetto spaventoso sulla nostra politica. Ciò ha comportato la soppressione politica dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, dove il Governo israeliano confonde l’esistenza stessa del popolo palestinese con l’odio per gli ebrei di tutto il mondo. Nella propaganda interna rivolta ai propri cittadini e in quella esterna rivolta all’Occidente, il Governo israeliano afferma che le rivendicazioni dei palestinesi non riguardano la terra, la mobilità, i diritti o la libertà, ma piuttosto l’antisemitismo. Nelle ultime settimane, i leader israeliani hanno continuato a strumentalizzare la storia del trauma ebraico per disumanizzare i palestinesi. Nel frattempo, degli israeliani vengono arrestati o sospesi dal lavoro per post sui social media in difesa di Gaza e giornalisti israeliani temono conseguenze per aver criticato il loro governo.

Definire tutte le critiche a Israele come antisemite, inoltre, schiaccia, nell’immaginario collettivo, il popolo ebraico su Israele. Nelle ultime due settimane negli Stati Uniti, abbiamo visto sia democratici che repubblicani difendere l’identità ebraica sulla base del sostegno a Israele. Una lettera molto vaga firmata da decine di personalità e pubblicata il 23 ottobre ha riproposto il Presidente Biden come sostenitore del popolo ebraico sulla base del suo appoggio a Israele. La 92NY, nel rinviare un evento con l’autore Viet Thanh Nguyen, che aveva firmato una lettera in cui chiedeva la fine degli attacchi di Israele a Gaza, ha sottolineato la propria identità di “istituzione ebraica”. Come altri hanno osservato, i tentativi di contestualizzare gli attacchi del 7 ottobre sono visti come negazione della sofferenza ebraica piuttosto che come necessari strumenti per comprendere e porre fine alla violenza.

L’idea che tutte le critiche a Israele siano antisemite diffonde la visione che palestinesi, arabi e musulmani siano intrinsecamente sospetti, agenti dell’antisemitismo finché non affermano esplicitamente il contrario. Dal 7 ottobre, i giornalisti palestinesi hanno dovuto affrontare una repressione senza precedenti. Un cittadino palestinese di Israele è stato licenziato dal lavoro in un ospedale israeliano per un post su Facebook del 2022 che citava il primo pilastro dell’Islam. I leader europei hanno vietato proteste a favore della Palestina e criminalizzato l’esposizione della bandiera palestinese. A Londra, un ospedale ha tolto dei disegni realizzati da bambini di Gaza dopo che un gruppo pro-Israele ha affermato che essi facevano sentire i pazienti ebrei «vulnerabili, molestati e vittimizzati». Persino dei disegni di bambini palestinesi vengono associati a un’allucinazione di violenza.

I leader statunitensi alimentano ulteriormente la confusione schiacciando la tutela della sicurezza degli ebrei sul finanziamento militare incondizionato e costante di Israele, senza alcuna intenzione di fare la pace. Il 13 ottobre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha diffuso una nota interna per esortare i funzionari a non utilizzare espressioni come “de-escalation/cessate il fuoco”, “fine della violenza/spargimento di sangue” o “ripristino della calma”. Il 25 ottobre, Biden ha messo in dubbio il numero di morti palestinesi e lo ha definito il “prezzo” della guerra di Israele. Questa logica crudele continuerà a favorire l’antisemitismo e l’islamofobia. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale si sta preparando a fronteggiare un aumento dei crimini d’odio contro ebrei e musulmani, che è già iniziato.

Per ciascuno di noi, l’identità ebraica non è un’arma da brandire nella lotta per il potere dello Stato, ma una fonte di saggezza che dice: “Giustizia, giustizia, perseguirai” (Tzedek, tzedek, tirdof). Ci opponiamo allo sfruttamento del nostro dolore e al silenzio dei nostri alleati.

Chiediamo un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi trattenuti a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione israeliana. Chiediamo inoltre ai governi e alla società civile degli Stati Uniti e dell’Occidente di opporsi alla repressione del sostegno alla Palestina. E ci rifiutiamo di permettere che tale sostegno, urgente e necessario, vengano represso in nostro nome. Quando diciamo “mai più”, lo diciamo sul serio.

2 novembre 2023

Leah Abrams, scrittore
Tavi Gevinson, scrittore e attore
Rebecca Zweig, scrittrice e regista
Nan Goldin, artista e attivista
Naomi Klein
Tony Kushner, scrittore
Deborah Eisenberg, scrittrice
Sarah Schulman, scrittrice
Vivian Gornick
Annie Baker, drammaturgo e regista
Hari NeIf, attore e scrittore
Judith Butler, scrittrice
seguono centinaia di altre firme.

La traduzione dall’inglese è stata curata dalla redazione

Post scriptum. Dopo la pubblicazione della lettera ci è stato segnalato dalla redazione di “Erbacce” un elemento conoscitivo importante di cui diamo volentieri atto (scusandoci con i lettori e le lettrici per la traduzione, tutta impropriamente declinata al maschile). La lettera è stata redatta da tre scrittrici femministei, ebree statunitensi, Leah Abrams, Tavi Gevinson e Rebecca Zweig, che l’hanno poi condivisa con amiche e amici, tra cui Judith Butler, Naomi Klein, Nan Goldin e altre femministe che ci sono care, chiedendo di farla circolare nelle loro reti per incoraggiare le persone ad aderire. Ringraziamo “Erbacce” per la preziosa precisazione.

In homepage foto di Naomi Klein


Per Iolanda Apostolico. E per i diritti di tutte e tutti

Autore:

L’attacco del Governo, e in particolare del ministro Matteo Salvini, alla giudice Iolanda Apostolico per la mancata convalida – ampiamente motivata sulla base del diritto e della giurisprudenza europea – della privazione della libertà di tre migranti decisa dal questore, è un’aperta aggressione a due fondamentali principi della Costituzione repubblicana. Il primo principio è quello della separazione dei poteri e dell’indipendenza della giurisdizione: si può criticare il provvedimento giudiziario, soggetto come tutti a impugnazione, ma non è tollerabile, in uno stato di diritto, che il potere politico aggredisca il/la giudice che lo ha emesso, con insulti e minacce dotate di una carica intimidatoria senza precedenti nel pur lungo e penoso conflitto tra politica e giustizia che avvelena il nostro paese da oltre trent’anni. Il secondo principio, aggredito purtroppo non solo dal ministro Salvini e dalla maggioranza ma da gran parte della stampa, è la libertà di riunione esercitata dalla cittadina Apostolico con la sua partecipazione – documentata con l’ausilio di un’illegittima operazione di dossieraggio – a una manifestazione di protesta contro le pesanti lesioni dei diritti dei migranti. È evidente che questa seconda aggressione, mirata oggi contro Iolanda Apostolico, minaccia potenzialmente l’esercizio dei diritti politici di tutti e tutte.

L’aspetto più preoccupante di questa vicenda è l’inconsapevolezza, condivisa e ostentata dall’intera maggioranza di governo, dell’estrema gravità di questa scomposta aggressione ai due classici limiti costituzionali – la separazione dei poteri e i diritti fondamentali – ai poteri dell’esecutivo. Una conferma della refrattarietà della destra nata nel ’94, in tutte le sue articolazioni, ad accettare i limiti costituzionali alla pretesa assolutezza del potere politico.

Non solo. La convalida giudiziaria dei provvedimenti polizieschi che limitano la libertà personale è un’elementare garanzia di un diritto fondamentale stabilita dall’articolo 13 della nostra Costituzione. Lo stupore e addirittura lo sdegno per questa mancata convalida fanno supporre che i nostri governanti ne ignorino l’ovvia legittimità e normalità e diano per scontata la subalternità dei magistrati, in deroga a quei due limiti costituzionali, ai poteri sulle libertà dei migranti comunque esercitati dalle forze di polizia dipendenti dal potere esecutivo.

Luigi Ferrajoli, Università Roma3, Roma
Tamar Pitch, Dir. Studi sulla questione criminale
Ida Dominijanni, giornalista – CRS
Maria Luisa Boccia, Presidente CRS
Lorenzo Coccoli, Università di Catania
Valentina Pazé, Università di Torino
Giulio De Petra, Centro studi per la riforma dello Stato
Fausto Caggia, Università Kore di Enna
Chiara Giorgi, Università La Sapienza di Roma
Claudio De Fiores, Vicepresidente CRS
Valerio Pocar, già Università Milano-Bicocca
Maria Rosaria Marella, Università Roma 3, Roma
Alessandro Somma, Università La Sapienza, Roma
Maurizio Di Masi, Università di Perugia
Enrica Rigo, Università Roma 3
Laura Bazzicalupo, Università di Salerno
Alessandro Montebugnoli, Vicepres. CRS
Michele Prospero, Università La Sapienza, Roma
Alfonso Gianni, Direttore “Alternative per il socialismo”
Paolo Napoli, Directeur d’études EHESS
Domenico Gallo, già Pres. di sezione Corte di cassazione
Alessandra Facchi, Università di Milano
Livio Pepino, già magistrato, Pres. Ass.ne Studi giuridici “Giuseppe Borrè”
Maria Grazia Giammarinaro, ex Magistrata
Michelangelo Bovero, Università di Torino
Alessandra Algostino, Università Torino
Giuseppe Salmè, già Pres. di sezione Corte di cassazione
Simone Silvestri, Giudice Tribunale di Lucca
Sergio Foà, Università di Torino
Francesco Pallante, Università di Torino
Lorenzo Trucco, Avvocato, Pres. ASGI
Sergio Labate, Università di Macerata
Riccardo De Vito, Giudice, già presidente di Magistratura democratica
Elisabetta Grande, Università del Piemonte Orientale
Grazia Zuffa, Pres. La Società della Ragione
Franco Corleone, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Udine
Isabel Fanlo Cortés, Università di Genova
Luisa Simonutti, CRS Toscana
Teresa Degenhardt, Queen’s University, Belfast
Davide Petrini, Università del Piemonte Orientale
Maria Virgilio, Avvocata
Vincenzo Scalia, Università di Firenze
Ilaria Baraldi, Cons. com. Ferrara
Barbara Carsana, Avvocata
Giusi Furnari, La Società della Ragione
Ginevra Bompiani, Scrittrice
Piero Ignazi, Università di Bologna
Michele Passione, Avvocato
Anna Paola Peratoner, Ass.ne OIKOS
Paola Ronfani, Sociologa del diritto
Michela Cerimele, Università La Sapienza, Roma
Mariapia Scarciglia, Ass.ne Antigone
Stefania Pellegrini, Università di Bologna
Pietro Pellegrini, Dip. Salute mentale Parma
Sonia Ciuffoletti, Università di Firenze
Stefano Vecchio, Pres. Forum Droghe
Patrizia Meringolo, Università di Firenze
Annalisa Bani, Psichiatra
Franco Prina, Università di Torino
Claudio Sarzotti, Università di Torino
Chiara Gabrielli, Università di Urbino
Roberto Lamacchia, Avvocato, Pres. Associazione Giuristi Democratici
Ivan Novelli, Pres. Greanpeace Italia
Massimo Brianese, Ass.ne La società della ragione
Susanna Ronconi, Forum Droghe
Marco Bouchard, già Magistrato
Maria Vittoria Ballestrero, Università di Genova
Paolo Comanducci, già Rettore Università di Genova
Pierluigi Chiassoni, Università di Genova
Riccardo Guastini, Università di Genova
Alessandra Sciurba, Università di Palermo
Aldo Schiavello, Università di Palermo
Andrej Kristan, Università di Genova
Gianbattista Ratti, Università di Genova
Laura Longo, già Giudice di sorveglianza, Roma
Vincenzo Castelli, Antropologo
Valeria Ferraris, Università di Torino
Tiziana Bianchini, Area Tratta Cooperativa Lotta contro l’emarginazione
Stefania Scarponi, Università di Trento
Simona Filippi, Avvocata
Riccardo Maggi, Deputato
Paola Degani, Università di Padova
Monia Giovannetti, CITTALIA
Nazzarena Zorzella, ASGI
Omid Firouzi Tabar, Università di Padova
Mariapia Covre, Comitato per i diritti civili delle prostitute
Letizia Palumbo, Istituto Universitario Europeo
Giorgia Serughetti, Università di Milano-Bicocca
Gabriella Libero, EcST
Francesca Nicodemi, Avvocata
Francesca Vianello, Università di Padova
Dario Melossi, Università di Bologna
Chiara Santi, Avvocata
Claudia Mantovan, Università di Padova
Antonio Cavaliere, Università Federico II, Napoli
Anna Maria Marin, Avvocata
Maria Grazia Gianichedda, Pres. Ass.ne Franco e Franca Basaglia
Gabriella Friso, Ass.ne Certi diritti
Mariuccia Salvati, Università di Bologna
Francesco Riccobono, Università di Napoli
Monica Toraldo Di Francia, La Società della Ragione
Stefania Amato, Avvocata
Zelia Gallo, Sociologa del diritto
Maria Teresa Semeraro, Avvocata
Fabio Sorgoni, Gruppo ECST
Luca Baccelli, Università di Camerino
Amedeo Cottino, Università di Torino
Gastone Cottino, Università di Torino
Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)
Associazione Giuriste d’Italia (GIUDIT)
Associazione Studi Giuridici Giuseppe Borrè
Centro studi per la riforma dello Stato (CRS)
La Società della Ragione Onlus
Volere la luna
Coordinamento Democrazia Costituzionale


“La Via Maestra”. Una grande manifestazione il 7 ottobre

Autore:

Il 7 ottobre si terrà a Roma la grande manifestazione nazionale de “La Via Maestra” indetta, tra gli altri, dalla Cgil e a cui hanno aderito centinaia di organizzazioni (tra cui Volere la Luna): due cortei (il primo da piazza della Repubblica, il secondo da piazzale Ostiense) confluiranno alle 15.00 a piazza San Giovanni dove parleranno i rappresentanti della Cgil e gli esponenti delle associazioni e delle campagne. Per sottolineare l’importanza della manifestazione pubblichiamo l’appello su cui è stata organizzata. (la redazione)

La Costituzione italiana – nata dalla Resistenza – delinea un modello di democrazia e di società che pone alla base della Repubblica il lavoro, l’uguaglianza di tutte le persone, i diritti civili e sociali fondamentali che lo Stato, nella sua articolazione istituzionale unitaria, ha il dovere primario di promuovere attivamente rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Per questo rivendichiamo che i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione tornino ad essere pienamente riconosciuti e siano resi concretamente esigibili ad ogni latitudine del Paese (da nord a sud, dalle grandi città alle periferie, dai centri urbani alle aree interne), a partire da:

il diritto al lavoro stabile, libero, di qualità – fulcro di un modello di sviluppo sostenibile fondato su nuove politiche industriali – superando la precarietà dilagante, contrastando il lavoro povero e sfruttato, aumentando i salari, col rinnovo dei contratti, e le pensioni oltre al superamento della Legge Fornero. È il momento di introdurre il salario minimo, dare valore generale ai contratti, approvare la legge sulla rappresentanza, strumenti essenziali per contrastare i contratti pirata;

il diritto alla salute e un Servizio Sanitario Nazionale e un sistema socio sanitario pubblico, solidale e universale, a cui garantire le necessarie risorse economiche, umane e organizzative, per contrastare il continuo indebolimento della sanità pubblica, recuperare i divari nell’assistenza effettivamente erogata, a partire da quella territoriale, e valorizzare il lavoro di cura; investimento sul personale con un piano straordinario pluriennale di assunzioni che vada oltre le stabilizzazioni e il turnover, superi la precarietà e valorizzi le professionalità; sostegno alle persone non autosufficienti; tutela della salute e sicurezza sul lavoro, rilanciando il ruolo della prevenzione. Solo così si garantisce la piena applicazione dell’articolo 32 della Costituzione;

il diritto all’istruzione, dall’infanzia ai più alti gradi, e alla formazione permanente e continua, perché il diritto all’apprendimento sia garantito a tutti e tutte e per tutto l’arco della vita.

il contrasto a povertà e diseguaglianze e la promozione della giustizia sociale, garantendo il diritto all’abitare e un reddito per una vita dignitosa. Il Governo va in altra direzione e cancella il reddito di cittadinanza lasciando tante persone senza alcun sostegno;

il diritto a un ambiente sano e sicuro in cui vengono tutelati acqua, suolo, biodiversità ed ecosistemi. Per questo è grave aver tolto dal PNRR le risorse sul dissesto idrogeologico, tanto più a fronte delle alluvioni che hanno colpito alcune regioni del Paese e di una crisi climatica che va affrontata con una transizione ecologica fondata sulla difesa e valorizzazione del lavoro e di un’economia rinnovata e sostenibile;

una politica di pace intesa come ripudio della guerra e con la costruzione di un sistema di difesa integrato con la dimensione civile e nonviolenta.

Questi diritti possono essere riaffermati e rafforzati solo attraverso una redistribuzione delle risorse e della ricchezza che chieda di più a chi ha di più per garantire a tutti e a tutte un sistema di welfare pubblico e universalistico che protegga e liberi dai bisogni, a cominciare da una riforma fiscale basata sui principi di equità, generalità e progressività che sono oggi negati tanto da interventi regressivi – come, ad esempio, la flat tax – quanto da una evasione fiscale sempre più insostenibile. Inoltre, giustizia sociale e giustizia ambientale e climatica devono andare di pari passo nella costruzione di un modello sociale che sia «nell’interesse delle future generazioni», come recita l’art. 9 della nostra Costituzione.

Questo modello sociale – fondato su uguaglianza, solidarietà, accoglienza, e partecipazione – costituisce l’antitesi del modello che vuole realizzare l’attuale maggioranza di Governo con le prime scelte che ha già compiuto e, soprattutto, con le misure che si appresta a varare, a partire da quelle che – se non fermate – sono destinate a scardinare le fondamenta stesse dell’impianto della Repubblica, come:

l’autonomia differenziata, rilanciata con il disegno di legge Calderoli, che porterà alla definitiva disarticolazione di un sistema unitario di diritti e di politiche pubbliche volte a promuovere lo sviluppo di tutti i territori;

il superamento del modello di Repubblica parlamentare attraverso l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (presidenzialismo, semi-presidenzialismo o premierato che sia) che ridurrà ulteriormente gli spazi di democrazia, partecipazione e mediazione istituzionale, politica e sociale, rompendo irrimediabilmente l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

La Costituzione antifascista nata dalla Resistenza – nel riconoscere il lavoro come elemento fondativo, la sovranità del popolo, la responsabilità delle istituzioni pubbliche di garantire l’uguaglianza sostanziale delle persone, i diritti delle donne, il dovere della solidarietà, la centralità della tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – ha delineato un assetto istituzionale che, attraverso la centralità del Parlamento, fosse il più idoneo ad assicurare questi principi costitutivi e a realizzare un rapporto tra cittadini/e e istituzioni che non si esaurisce nel solo esercizio periodico del voto ma si sviluppa quotidianamente nella dialettica democratica e nella costante partecipazione collettiva della rappresentanza in tutte le sue declinazioni politiche, sociali e civili.

Per contrastare la deriva in corso e riaffermare la necessità di un modello sociale e di sviluppo che riparta dall’attuazione della Costituzione, non dal suo stravolgimento, ci impegniamo in un percorso di confronto, iniziativa e mobilitazione comune che – a partire dai territori e nel pieno rispetto delle prerogative di ciascuno – rimetta al centro la necessità di garantire a tutte le persone e in tutto il Paese i diritti fondamentali e di salvaguardare la centralità del Parlamento contro ogni deriva di natura plebiscitaria fondata sull’uomo o sulla donna soli al comando.

Per queste ragioni e a sostegno dell’insieme delle proposte indicate, ci impegniamo a realizzare il 7 ottobre una grande manifestazione nazionale a Roma per il lavoro, contro la precarietà, per la difesa e l’attuazione della Costituzione, contro l’autonomia differenziata e lo stravolgimento della nostra Repubblica parlamentare.

Per tutto il materiale: collettiva.it/speciali/la-via-maestra

Per aderire: adesioni7ottobre@collettiva.it


Per Julian Assange

Autore:

È in corso già dal 2019 in Inghilterra il procedimento per l’estradizione negli Stati Uniti d’America di Julian Assange, il giornalista fondatore di Wikileaks, nato in Australia. Oltreoceano egli è accusato di 18 reati contestatigli in larghissima parte in base alle disposizioni dell’Espionage Act del 1917 che punisce, in particolare, le interferenze con le relazioni internazionali e commerciali degli Stati Uniti e le attività di spionaggio: in caso di condanna Assange rischia una pena fino a 175 anni di reclusione.

Come ha dettagliatamente precisato nei suoi rapporti Nils Melzer, dal 2016 al 2022 relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Assange è stato sottoposto ad una lunga e durissima tortura soprattutto psicologica di cui sono a suo avviso responsabili:

gli Stati Uniti, che lo perseguono per crimini inesistenti, dopo avere a lungo segretato le indagini;

la Gran Bretagna, che lo detiene dall’ 11 aprile 2019 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, noto come la “Guantanamo britannica”, dopo avere “assediato” militarmente l’Ambasciata ecuadoriana in cui si era prima rifugiato;

la Svezia, che ha favorito l’arresto in U.K. di Assange, chiedendone l’estradizione – ma al fine di favorire quella successiva verso gli USA – per un’indagine per violenze sessuali, tenuta a lungo aperta ed alla fine archiviata per assenza di prove;

l’Ecuador, che il 16 agosto 2012 ha concesso asilo e cittadinanza ad Assange per decisione del presidente Correa, ospitandolo nell’Ambasciata londinese dal 19 giugno 2012, ma revocandoli entrambi l’11 aprile 2019, per scelta del nuovo presidente Moreno, e consentendo alla polizia inglese di farvi irruzione ed arrestarlo.

In particolare, Assange è stato sottoposto a tortura psicologica, almeno dalla fine del 2017 (allorchè si trovava ancora nell’ambasciata dell’Ecuador) con confinamento in spazi ristretti, video controllo permanente anche nel bagno, divieto per un certo periodo di usare cellulari e connessioni al web, controllo di ogni suo movimento, inclusi i pochi incontri autorizzati con amici ed avvocati, al punto da non poter neppure organizzare la sua difesa dinanzi alle autorità inglesi per non essere estradato prima in Svezia e poi negli Stati Uniti.Trasferito dopo l’arresto nel penitenziario di Belmarsh, vi è detenuto in cella di minime dimensioni, con restrizioni e controlli ancora più accentuati, al punto che medici specializzati hanno rilevato, anche in ambulatorio, sintomi tipici della esposizione prolungata alla tortura psicologica con rischio di suicidio o comunque di morte.

L’accusa ad Assange di avere violato segreti di Stato americani  lede la libertà di stampa, un diritto-dovere proprio di ogni vera democrazia, previsto anche nel primo emendamento della Costituzione americana e nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo:  nell’ “enciclopedia digitale” che lui ha fondato sono state rese note notizie riscontrate e di pubblico interesse, anche se segrete e di fonti anonime (i cd. “whistleblower”). Assange e WikiLeaks, infatti, decisero nell’aprile del 2010 di far conoscere a tutto il mondo un video segreto chiamato “Collateral murder”, che documentava lo sterminio di civili, inclusi due giornalisti dell’agenzia di stampa internazionale Reuters e due bambini gravemente feriti, a Baghdad nel 2007 ad opera delle truppe americane, e poi altri filmati e documenti che, come gli “Afghan war logs” tratti dai database del Pentagono e del Dipartimento di Stato e fornitigli dal soldato Bradley, ora Chelsea Manning, consentirono di svelare altri crimini contro l’umanità commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan, nonché nel lager di Guantanamo ed in altre parti del mondo.

Tra l’altro, contrariamente alle accuse, Assange non ha leso fondamentali interessi degli Stati Uniti, perché, prima di far conoscere tramite Wikileaks alcuni dei nomi degli autori di così gravi crimini contro l’umanità (perché di questo si tratta), aveva accertato che si trattava di nomi ampiamente già noti, nel contempo lavorando con un team di giornalisti internazionali per proteggere quelli sconosciuti. Di fatto, a tredici anni dalla pubblicazione di quei documenti, l’amministrazione americana non ha mai fornito un solo nome di persona uccisa, ferita, incarcerata a causa di quelle rivelazioni.

Wikileaks, come è noto e come è stato riconosciuto anche dalla stessa giurisprudenza inglese, è un’organizzazione giornalistica operante nel mondo con il dichiarato scopo di proteggere dissidenti interni, fonti d’informazione e blogger da rischi legali o di altra natura connessi alla pubblicazione di documenti attestanti la commissione da parte di esponenti di singoli stati di fatti criminosi altrimenti sottratti alla conoscenza pubblica. Sin dalla sua nascita nel 2006, ad esempio, Wikileaks ha pubblicato anche altri importanti documenti riguardanti attività di spionaggio nei confronti della Commissione europea ed interferenze nelle elezioni presidenziali francesi.

Assange, dunque, è oggi, e da oltre 4 anni, detenuto nel citato carcere inglese di massima sicurezza di Belmarsh in attesa di una pronuncia definitiva da parte della High Court circa la domanda di estradizione formulata dal governo USA. La domanda è stata già accolta con un provvedimento recepito dal governo inglese adesso oggetto di reclamo davanti ad un diverso Collegio della High Court. Proprio all’inizio di giugno del 2023, la stessa High Court, in formazione monocratica, ha rigettato un precedente reclamo contro l’ordine di estradizione.

Si è, quindi, alla vigilia della decisione finale circa il destino di Julian Assange. Gli argomenti finora spesi dalla sua difesa appaiono della massima importanza perché attengono a temi fondamentali negli ordinamenti a base democratica. In particolare, si tratta di stabilire se l’attività pubblicistica propria del giornalismo d’inchiesta che, posta in essere da Assange, ha consentito la rivelazione di gravi crimini commessi da singoli stati anche in occasioni belliche, rientri (come è stato affermato nelle autorevoli deposizioni rese  in anteriori fasi del procedimento di estradizione inglese, del Professor Paul Rogers, insigne autore di studi sulla pace, e del Professor Noam Chomsky, prestigioso linguista e filosofo) nel principio della libertà di espressione e di opinione, riconosciuta dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo del 1950, e vada inoltre considerata di natura politica: circostanze, queste, decisive in quanto, se accertate dai giudici inglesi, impedirebbero, ai sensi dell’ Extradition Act britannico del 2003, l’estradizione.

Ma vi è un ulteriore e basilare tema di indagine, affrontato con esiti alterni nei gradi precedenti: quello della sussistenza o meno di pericoli per la vita e l’incolumità del giornalista australiano nel caso di detenzione, a seguito di condanna, in strutture penitenziarie statunitensi. Né può sfuggire ad un’attenta valutazione giudiziale la condizione di grave prostrazione psicologica di Assange a causa della protratta privazione della libertà: condizione tanto grave da aver indotto il giudice inglese, Vanessa Baraitser, chiamato a pronunciarsi in primo grado sull’estradizione negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a negare l’estradizione per il timore che il giornalista potesse cedere a pulsioni suicide. Tale decisione fu riformata nel grado successivo del giudizio da un Collegio che ritenne si potesse concedere l’estradizione sulla semplice base delle assicurazioni fornite dal governo USA circa l’eventuale detenzione in stabilimenti dotati di adeguate strutture sanitarie, specializzate anche nei trattamenti di natura psicologica. Proprio sulla base di questa pronuncia il ministro inglese dell’interno ha emanato l’ordine di estradizione che, come si è detto, dopo un primo sommario rigetto dell’impugnazione proposta da Assange, sarà prossimamente e di nuovo esaminato dalla High Court.

La rilevanza della vicenda, per le sue implicazioni di principio e per i suoi gravissimi riflessi sul piano della persona di Assange, è di tale drammatica evidenza da impegnare l’opinione pubblica in genere e la comunità dei giuristi in specie a contribuire a un dibattito aperto e costruttivo per la riaffermazione del principio di trasparenza cui ogni forma di esercizio del potere pubblico deve essere ispirata.

Non può, infatti, negarsi che l’estradizione di Julian Assange, oltre che ad elementari ragioni umanitarie imposte dalla sue provatissime condizioni psico-fisiche e dai ragionevoli timori circa il futuro regime carcerario, costituirebbe un terribile esempio di soffocamento della libera informazione orientata al disvelamento degli abusi di potere e si risolverebbe, in ultima analisi, nel definitivo inaridimento delle fonti di conoscenza di cui la collettività deve continuare a poter godere.

Sono queste le ragioni che inducono i sottoscrittori di questo documento, nella loro qualità di giuristi e cittadini sensibili al mantenimento della democrazia informativa, a diffonderlo e, confidando nella futura pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ad auspicarne la condivisione da parte dell’opinione pubblica.

luglio 2023

primo firmatario Gaetano Azzariti.
Segue elenco, ancora aperto alle adesioni, di 217 firmatari professori di diritto, avvocati e magistrati


Un appello per l’Ucraina. Cessate il fuoco: la parola alla diplomazia

Autore:

1. Dal convegno “Guerra o pace?”, svoltosi in una sala del Senato il 30 giugno scorso, sono emerse le conclusioni riflesse in questo documento, con il quale si intende contribuire a dare rappresentanza sociale e politica ai sentimenti di pace che percorrono l’opinione pubblica e raccogliere le adesioni di coloro che ne condividano il contenuto.

2. Nel perdurare del conflitto in Ucraina, ci rivolgiamo ai parlamentari italiani per promuovere un cessate-il-fuoco presidiato da forze dell’ONU con la supervisione dell’OSCE e il simultaneo avvio di negoziati per una conferenza di pace e sicurezza in Europa. Il protrarsi della guerra, infatti, rischia di aggravarsi fino al confronto nucleare, alla possibile destabilizzazione della Russia e alla caduta in mani incontrollabili del suo arsenale atomico. L’opzione proposta scongiurerebbe tali rischi, affronterebbe con gli strumenti della diplomazia le spine all’origine del conflitto, aprirebbe la via a nuove architetture di sicurezza nel nostro continente e permetterebbe di riportare la Russia nel consesso europeo in un quadro di collaborazione che eviti futuri confronti e prevenga il consolidarsi di sentimenti antioccidentali. Inoltre, offrirebbe all’Europa l’opportunità di farsi capofila della propria sicurezza, nella lealtà atlantica e con la dovuta attenzione alle azioni in corso da parte del Vaticano e di altri importanti interlocutori internazionali.

3. È urgente, quindi, dar luogo a un’iniziativa parlamentare che ispiri il Governo italiano, e gradualmente tutti i membri dell’Unione Europea e dell’Alleanza, a una visione lungimirante per l’Europa, in modo da non distogliere energie dai temi planetari della nostra epoca e scongiurare l’infausta prospettiva di lasciare alle giovani generazioni un mondo devastato dall’odio. L’avvio di un negoziato – e di una visione – di pace si avvarrebbe di cultura e strumenti già disponibili e praticati in passato: i principi di Helsinki; le regole fondative dell’OSCE; le iniziative di cooperazione emerse dagli anni Novanta in poi nella stessa Alleanza Atlantica. Lo scopo finale sarebbe la costruzione, in Europa, di un sistema di garanzie reciproche che nessuno avrebbe interesse a scardinare. La ricostruzione dell’Ucraina farebbe ovviamente parte del progetto.

4. Questo documento si propone di tradurre in iniziativa politica il diffuso e crescente desiderio di pace che attraversa l’Italia e l’Europa. Attorno a esso intendiamo raccogliere componenti del Parlamento e della politica, al fine di indirizzare un chiaro messaggio all’Italia, all’Europa e agli Stati Uniti per la stabilità del nostro continente. Anche perché senza ampi correttivi da mettere subito in atto, le nuove adesioni alla NATO apportano ben pochi vantaggi; anzi, irrigidiscono ancor più il confronto globale. Perciò auspichiamo che nel prossimo Vertice di Vilnius non siano adottate precipitose decisioni sul futuro status dell’Ucraina che priverebbero il negoziato di un importante elemento di trattativa.

5. Chiediamo a chi condivida questo documento di aderire e rendersi disponibile a un coordinamento interparlamentare per gli obiettivi indicati. Non sarà un cammino facile, né breve. Tuttavia, è il solo che appare ragionevole, nel generale interesse.

Roma, 3 luglio 2023

Giorgio Maria Baroncelli, Diplomatico A/R
Elena Basile, Diplomatica A/R
Mauro Beschi, Presidenza Coordinamento Democrazia Costituzionale
Mario Boffo, Diplomatico A/R
Rocco Cangelosi, Diplomatico A/R
Giuseppe Cassini, Diplomatico A/R
Guido Cerboni, Diplomatico A/R
Enrico De Maio, Diplomatico A/R
Tommaso di Francesco, Giornalista
Biagio Di Grazia, Generale
Domenico Gallo, Presidenza Coordinamento Democrazia Costituzionale
Giovanni Germano, Diplomatico A/R
Alfonso Gianni, Direttore di Alternative per il Socialismo
Alfiero Grandi, Vicepresidente vicario Coordinamento Democrazia Costituzionale
Raniero La Valle, Giornalista
Silvia Manderino, Vicepresidente Coordinamento Democrazia Costituzionale
Roberto Mazzotta, Diplomatico A/R
Gian Giacomo Migone, Presidente Commissione Esteri Senato 1994-2001
Fabio Mini, Generale
Enrico Nardi, Diplomatico A/R
Alberto Negri, Giornalista
Angelo Persiani, Diplomatico A/R
Antonio Pileggi, Presidenza Coordinamento Democrazia Costituzionale
Michelangelo Pipan, Diplomatico A/R
Armando Sanguini, Diplomatico A/R
Barbara Spinelli, Giornalista
Massimo Spinetti, Diplomatico A/R
Vittorio Tedeschi, Diplomatico A/R
Massimo Villone, Presidente Coordinamento Democrazia Costituzionale
Vincenzo Vita, Presidente Associazione Rinnovamento della Sinistra

Per adesioni scrivere a  susanna.braccia@gmail.com indicando la città di residenza o di sede del’associazione e, in caso di adesione individuale, la professione o l’attività svolta.

L’immagine della homepage riproduce la sciarpa creata da Pablo Picasso per il Festival mondiale dei giovani e degli studenti per la pace a Berlino, 1951

 


Dopo il 25 aprile in difesa della Costituzione. Un appello

Autore:

Il 78° anniversario della Liberazione dal nazifascismo si è svolto, quest’anno, a sei mesi di distanza dall’insediamento del governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana. Il Governo Meloni, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani (ma solo il 43% dei votanti e il 26% degli elettori), si è legittimamente insediato alla guida del nostro Paese grazie alla combinazione perversa di due fattori: un fattore istituzionale, rappresentato dall’iniqua quota maggioritaria prevista dalla pessima legge elettorale vigente, e un fattore politico, determinato dalla divisione e dalle ambiguità del cosiddetto “campo progressista” a fronte di una sostanziale unità del “campo reazionario”.

Tutti i primi atti del Governo Meloni e della maggioranza parlamentare che lo sostiene rivelano – pur tra pasticci e correzioni successive, dovute a dilettantismo, contraddizioni interne alla maggioranza o a veti europei – un disegno di restaurazione autoritaria sul piano socio-economico, istituzionale e culturale, che punta, più o meno esplicitamente, a stravolgere la nostra Costituzione: dalla scelta dei Presidenti di Camera e Senato, ai discorsi programmatici della Presidente del Consiglio e alle continue indifendibili esternazioni dei ministri Valditara, Piantedosi, Lollobrigida e del Presidente La Russa; dal decreto di regolamentazione delle ONG per ostacolarne le attività di salvataggio dei migranti alle mai chiarite responsabilità del drammatico naufragio di Cutro e al successivo decreto che, lungi dal prevenire analoghe tragedie e dal colpire i veri trafficanti, punta a restringere i criteri di assegnazione della protezione speciale; dal decreto anti-rave alla dichiarazione dello stato di emergenza per gli sbarchi; dalla manovra di bilancio al Documento di Economia e Finanza (DEF), che riducono la spesa per la sanità e per l’istruzione.

La Presidente del Consiglio ha ribadito più volte come obiettivo prioritario di questa legislatura una forma di presidenzialismo plebiscitario, che per sua natura tende a subordinare al potere esecutivo il potere del Parlamento e il potere giudiziario. Non a caso la riforma della giustizia prefigurata dal ministro Carlo Nordio tende a smantellare le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura, per non parlare del grave abbassamento della guardia sul contrasto alla mafia e alla corruzione, conseguente al ridimensionamento delle intercettazioni, al nuovo codice degli appalti, alla disincentivazione dei collaboratori di giustizia e alla cancellazione dei reati commessi dai colletti bianchi, a riprova di un falso “garantismo” utilizzato strumentalmente in difesa delle classi dirigenti. Le norme antimafia, conquistate negli anni a caro prezzo, dopo gli omicidi e le stragi mafiose dei nostri martiri, vanno difese e applicate nel rispetto dell’art. 27 della Costituzione («Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»), e qualsiasi riforma della giustizia non deve intaccare il delicato equilibrio previsto nel titolo IV della Costituzione, che nel complesso garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere e lo svolgimento di un “giusto processo”. D’altra parte la riforma fiscale prefigurata dalla flat tax contraddice il principio costituzionale di progressività del sistema tributario, esasperando le già crescenti disuguaglianze sociali, acuite dall’irragionevole cancellazione del “reddito di cittadinanza” e dagli incentivi all’evasione fiscale (condoni e innalzamento del tetto all’uso del contante); mentre il regionalismo differenziato che chiede maggiori risorse e maggiori poteri per le regioni più ricche e più forti, accentua le disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud del Paese, rompe il modello universalistico e solidaristico del welfare, che secondo il dettato costituzionale dovrebbe garantire “pari dignità sociale” (sanità, istruzione, lavoro, sicurezza sociale) per tutti i cittadini.

Inoltre le suddette politiche sull’immigrazione stravolgono anche i diritti umani fondamentali, quindi non solo dei cittadini italiani ma anche degli stranieri e dei migranti, per i quali la Costituzione prevede «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», oltre che il rispetto delle norme e dei trattati internazionali. A completare il quadro, il progetto meloniano di un “europeismo conservatore”, condizionato, per un verso, dal sovranismo nazionalista condiviso con i suoi alleati del Gruppo di Visegrad (il sostegno italiano all’Ungheria che discrimina le persone Lgbtq ne è un indicatore), e, per l’altro, dalla totale subordinazione al Patto Atlantico e agli USA, contraddice lo spirito della Costituzione, che «ripudia la guerra» e «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (cioè tipo l’ONU e l’UE, ma non tipo la NATO). Ma sul punto, per la verità, non si può non rilevare che il problema della dubbia compatibilità con l’art. 11 della Costituzione della partecipazione dell’Italia agli “interventi armati a fini umanitari” (Kosovo, 1999), alle guerre di difesa “globale” (Afghanistan, 2001) o “preventiva” (Irak, 2003), ed oggi all’invio di armi all’Ucraina (che si difende legittimamente dall’aggressione russa), non riguarda certamente solo l’attuale governo di destra, ma anche quelli di diverso colore politico che l’hanno preceduto.

Questo disegno complessivo di stravolgimento della Costituzione mette in pericolo la nostra democrazia. Il rischio non ci pare quello di un ritorno al fascismo storico, anche se Giorgia Meloni ed altri esponenti di spicco di Fratelli d’Italia – partito che rivendica l’eredità del MSI – non sembrano aver fatto, fino in fondo, i conti con la storia di quel partito e con i suoi intrecci col neofascismo eversivo, che ha indiscutibilmente svolto un ruolo importante in quel magma di servizi deviati italiani e stranieri, massoneria, mafie e referenti istituzionali e politici che ha dato vita alla “strategia della tensione” che ha insanguinato l’Italia, con il precedente di Portella della Ginestra nel 1947, da piazza Fontana fino alle stragi del ’92-’93. Ma il rischio concreto che corriamo oggi è quello di una trasformazione strisciante del nostro sistema democratico in senso autoritario, in una “democratura” simile a quella polacca o ungherese. Come ha scritto il costituzionalista Gaetano Azzariti, «la destra al potere dà seguito alla sua storia e l’accoppiata elezione diretta del Presidente della Repubblica (obiettivo perseguito sin dal tempo del MSI) e autonomia differenziata (versione temperata delle tendenze secessioniste della originaria Lega bossiana) rappresenta il naturale e decisivo traguardo».

Per queste ragioni riteniamo che le forze democratiche e progressiste, già da tempo divise e in crisi identitaria, debbano convergere nella battaglia di opposizione a questo disegno. L’elezione diretta di un uomo o di una donna solo/a al comando, sia nella versione presidenzialista (USA) che in quella semipresidenzialista (Francia), ha già dimostrato la sua fragilità democratica di fronte alle tendenze populiste e nazionaliste del “trumpismo” o del “lepenismo”. Così come l’idea che l’obiettivo della governabilità e della stabilità dei governi possa essere raggiunto, secondo i sistemi elettorali maggioritari, a scapito della rappresentatività dei parlamenti, si è già rivelata fallimentare non solo nell’ormai lunga transizione italiana, successiva alla crisi della “prima repubblica”, ma persino nel consolidato “modello Westminster” britannico. Se a queste considerazioni di merito, aggiungiamo il fatto che il governo Meloni vorrebbe fare dei cambiamenti così importanti della Costituzione, quali la forma di governo e la forma di Stato, in un Parlamento così poco rappresentativo, magari con l’appoggio di qualche pezzo dell’opposizione (la proposta del Sindaco d’Italia di Azione-Italia Viva già lo prefigura), per tentare di raccattare la maggioranza dei due terzi ed evitare il ricorso al referendum popolare, l’allarme non dovrebbe essere sottovalutato da nessun sincero democratico.

Ma è importante sottolineare che non si tratta di una battaglia puramente difensiva. Nello scorso settembre, durante la campagna elettorale, nella Lettera aperta ai delusi dalla politica della sinistra si auspicava che «le forze progressiste, nonostante le attuali divisioni, dovranno combattere una battaglia comune non solo per la difesa della Costituzione ma per una sua piena attuazione, per lo sviluppo di una democrazia progressiva che rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale consenta la realizzazione di un’effettiva uguaglianza dei cittadini». Anche noi riteniamo, come ha detto Liliana Segre nel discorso del 13 ottobre al Senato, che «la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma […] se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice». E condividiamo l’appello rivolto dopo la sconfitta elettorale a tutte le forze di sinistra e di progresso, da un gruppo di elettrici ed elettori di differenti culture, storie politiche e civili (tra cui Rosy Bindi, Vannino Chiti, Domenico De Masi, Gad Lerner, Tomaso Montanari, Giulia Rodano ecc.) per proporre di «assumere quale comune stella polare, ideale e programmatica, l’ancoraggio ai valori della Costituzione, la dignità del lavoro, la giustizia sociale e ambientale, la pace e il disarmo, la lotta contro le disuguaglianze, la cittadinanza dei ‘nuovi italiani’. Convinti come siamo che astensione ed esito del voto sono frutto di un divario profondo tra la vivacità del paese e la sua traduzione nella politica organizzata, consideriamo urgente fornire un solido riferimento politico alle istanze serie e radicali di cambiamento che vengono espresse da tante realtà civiche e sociali, in particolare delle donne e dei giovani».

Per tutte queste ragioni, da semplici cittadini, il 25 aprile abbiamo manifestato con l’ANPI, l’ARCI e la CGIL per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione nata dalla resistenza antifascista. E, adesso, vogliamo rivolgere un appello a tutti coloro che condividono lo spirito e i contenuti di questo documento perché contribuiscano alla realizzazione di momenti di confronto e convergenza tra tutte le espressioni dell’associazionismo e del volontariato laico e religioso, che già operano nei territori, per attuare concretamente i valori della Carta. Crediamo, infatti, che questa battaglia non potrà svolgersi soltanto nelle istituzioni, ma dovrà essere sostenuta da una partecipazione dal basso, dal conflitto sociale indispensabile a mantenere e sviluppare quel modello di democrazia progressiva configurato dalla nostra Costituzione, per farla vivere nei territori, partendo dalle “esperienze esemplari”, dalle “buone pratiche” già esistenti per diffonderle e generalizzarle ovunque sia possibile.

Palermo, maggio 2023

Giovanni Abbagnato, Leo Alagna, Riccardo Alessandro, Marina Allotta, Mario Azzolini Tommaso Baris, Giovanni Bellia, Augusto Cavadi, Beppe Cipolla, Gaetano Cipolla, Maria Adele Cipolla, Enrico Colajanni, Mari D’Agostino, Raffaella De Pasquale, Alessandra Dino, Vincenzo Gervasi, Filippo Grippi, Antonella Leto, Jesse Marsh, Ernesto Melluso, Giancarlo Minaldi, Francesco Petruzzella, Antonio Riolo, Claudio Riolo, Rosana Rizzo, Pippo Russo, Gaetano Sabatino, Alessandra Sciurba, Bonaventura Zizzo

Prime adesioni: Enzo Abbinanti, Monica Bacchi, Giuseppe Cabibbo, Rosanna Cataldo, Salvatore Cavaleri, Salvatore Cernigliaro, Rosanna Cataldo, Saverio Cipriano, Amalia Collisani, Giacomo Costadura, Andrea Cozzo, Clara Denaro, Pippo Di Falco, Daniela Dioguardi, Gabriella Filippazzo, Marina Gaziano, Maximo Ismael Ghioldi, Alfonso Maurizio Iacono, Fabio Lanfranca, Anna Leone, Renato Li Donni, Santo Lombino, Liborio Martorana, Alfio Mastropaolo, Calogero Messina, Clara Monroy, Daniela Musumeci, Giuseppe Nicolaci, Katia Orlando, Leoluca Orlando, Antonina Palazzotto, Manoela Patti, Dino Paternostro, Leonardo Aldo Penna, Vincenzo Pinello, Carmelo Piparo, Marco Pomar, Anna Puglisi, Rosario Rappa, Rossella Reyes, Giuseppe Riccio, Mario Ridulfo, Elio Rindone, Maria Concetta Rindone, Francesca Riolo, Francesco Paolo Riolo, Umberto Santino, Salvatore Saporito, Gioacchino Scaduto, Adele Sciacca, Giuseppe Silvestri, Nicola Sinopoli, Armando Sorrentino, Dario Sulis, Sandra Teroni, Pino Toro, Chiara Venturella, Roberto Zampardi

Per sottoscrivere il documento inviare una mail a difesaattuazionecostituzione9@gmail.com