Il reddito di base oltre il tempo della pandemia

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Con queste note si vorrebbe invitare a una chiamata collettiva sui possibili spazi di miglioramento di politiche pubbliche di promozione sociale, dinanzi al dibattito europeo e globale sul reddito di base al tempo della pandemia. Considerando anche che nei giorni in cui si ultimano questi appunti il nascente Governo Draghi rimane interlocutorio sulle possibili condizioni di miglioramento della legislazione intorno al reddito di cittadinanza, mentre Oltralpe Libération, celebre quotidiano della nuova sinistra francese, richiama, nella prima pagina di martedì 9 febbraio, la proposta di revenu universel sostenuta da Benoît Hamon, ex candidato socialista alle presidenziali 2017 e ora vicino ai movimenti giovanili e verdi, e quindi dedica un intero dossier online al tema del reddito di base / revenu universel / basic income.

Ottant’anni di modello sociale europeo e due anni di parodistico dibattito italiano

Come oramai sappiamo, dalla primavera 2019 anche il nostro ordinamento repubblicano ha finalmente previsto una forma di “reddito minimo” (minimum income, da noi chiamato reddito di cittadinanza), a circa ottant’anni dalle prime previsioni in questo senso proposte dal Beveridge Report (1942), successivamente introdotte dal governo laburista di Clement Attlee (1945-1948), per liberare le persone dal bisogno, e a oltre trenta dall’introduzione del revenu minimum d’insertion (RMI) nella Francia del governo socialista di Michel Rocard, cioè dalla previsione del diritto di ottenere dalla collettività sufficienti mezzi di sussistenza («droit d’obtenire de la collectivité des moyens convenables d’existence», art. 1 della legge del 1° dicembre 1988). Per ricordare il primo e l’ultimo Paese della vecchia Europa che nei decenni passati introdussero misure di questo tipo. È stato il cuore del modello sociale europeo, pensato negli Stati costituzionali pluralistici e sociali del secondo dopoguerra a partire da misure universalistiche di protezione sociale, che – accanto all’accesso all’istruzione e alla sanità di qualità – prevedeva una lotta alla povertà finalizzata alla tutela effettiva della dignità umana e alla promozione di migliori condizioni di vita e di lavoro per tutta la cittadinanza. Con sussidi diretti alle persone in particolari condizioni di rischio, vulnerabilità e/o fragilità (anziani, malati, inabili al lavoro, famiglie con figli minori, donne in gravidanza, disoccupati cronici etc.), quindi con un’assicurazione sociale di integrazione al reddito per rifiutare i ricatti del lavoro povero, perciò in favore di tutti i salariati, per i lavoratori indipendenti e autonomi con le loro libere attività in proprio, per i disoccupati, sottoccupati o giovani in cerca di prima occupazione.
Nonostante questa arcinota storia oramai quasi secolare, il dibattito politico e culturale intorno al reddito di cittadinanza (RdC introdotto ai tempi del Governo giallo-nero-verde Conte I, con decreto legge n. 4/2019 e successiva legge di conversione n. 26/2019) rimane ancora sospeso in una urticante e indegna parodia, tra sussidio di ultima istanza e di disoccupazione. Da una parte il sempre più timido sostegno da parte dei promotori di questa misura, quel Movimento 5 Stelle dell’allora Ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio che neanche due anni fa festeggiava con il retorico e sguaiato grido «abbiamo abolito la povertà». Dall’altra ci sono quegli eterni nemici di qualsiasi forma di sostegno al reddito, da loro pregiudizialmente ritenuta come un’elemosina per gli scansafatiche, propensi a prendere il reddito restando sdraiati sul divano, oppure seduti a mangiare pasta al pomodoro, come sostenne oramai quasi un decennio fa Elsa Fornero, allora Ministra del lavoro e delle politiche sociali del Governo presieduto da Mario Monti e quindi tra le principali responsabili del ritardo con cui si è arrivati a una misura del genere.
Così la legge di conversione ha incluso da subito le fantomatiche norme anti-divano con il vizio di origine, immediatamente evidenziato da Chiara Saraceno, di considerare il RdC come una politica del lavoro, confondendo politiche di sostegno al reddito con politiche attive del lavoro, generando solo confusione, false aspettative, inducendo abusi e prevedendo poi un’assai «discutibile impostazione meritocratica» della stringente condizionalità all’ottenimento del reddito, con una incredibilmente «fitta disciplina sanzionatoria, che occupa uno spazio davvero inusitato nel corpo della legge n. 26/2019 (in particolare con gli artt. 7, 7 bis, 7 ter», come osserva il giuslavorista Stefano Giubboni e come ricostruito anche nei diversi saggi contenuti nel volume collettivo di cui è curatore, Reddito di cittadinanza e pensioni: il riordino del welfare italiano, cui si rinvia per ulteriori approfondimenti.

Frammentazione e insicurezza al tempo della pandemia

La normativa adottata nella lotta alla pandemia ha allentato questi vincoli e ha poi introdotto una serie di indennità, trattamenti di integrazione salariale, bonus, reddito di emergenza, ristori etc. polverizzando le misure di sostegno al reddito in una ventina di interventi categoriali e settoriali (dall’istanza per l’emersione di lavoro subordinato irregolare, alle indennità di 600 e 1000 euro, alle indennità Covid-19 per i lavoratori domestici, al REM, ai Congedi Covid-19 retribuiti, al bonus baby sitting, bonus indennità collaboratori e istruttori sportivi etc.), generando un coacervo di strumenti sempre più parziali e occasionali, perché ogni volta una porzione della società rimaneva comunque fuori dalle tutele e garanzie previste in precedenza. Una sorta di rincorsa a tappare i buchi di un Welfare rimasto vittima della sua tradizionale impostazione categoriale, frammentata e fondamentalmente affidata all’intervento sussidiario della famiglia, anche in tempi di pandemia e conseguente sospensione di molte attività lavorative e imprenditoriali e per giunta spesso lacerati da rapporti familiari coatti, a causa dei diversi vincoli di isolamento.
Come nota il recente Rapporto DisuguItalia 2021 di Oxfam Italia, «in questo contesto, le misure di sostegno pubblico al reddito, al lavoro e alle famiglie emanate nel corso del 2020 dal Governo hanno contribuito ad attenuare gli impatti della crisi e a ridurre moderatamente i divari retributivi e reddituali. [… Ma] vecchie vulnerabilità si sono acuite e sommate a nuove fragilità, con conseguenze allarmanti per il benessere dei cittadini, l’inclusione e la coesione sociale». Tanto che altrove, anche come Basic Income Network Italia, abbiamo espressamente parlato di urgenza del reddito di base nella pandemia. Tutto ciò da un lato produce insicurezza, incertezza e risentimento nei confronti delle istituzioni pubbliche in quella porzione più debole della società, che si aspetta strumenti di protezione e tutela dai meccanismi di Welfare. Dall’altro innesca stigma e sfiducia in «quel 40% degli italiani in condizioni di povertà finanziaria, ovvero senza risparmi accumulati sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi» (per citare sempre il Rapporto DisuguItalia 2021), circa 25 milioni di persone che in realtà costituiscono una parte impoverita di quel ceto medio già precarizzato, sottoccupato, sfiduciato, ora piombato nell’assenza di lavoro, se non sommerso, grigio, occasionale etc. e da sempre tradizionalmente poco avvezzo a entrare nei meccanismi burocratici della sicurezza sociale.
Per questo è necessario indagare gli spazi pubblici di confronto per migliorare il RdC esistente, pensare tutele e garanzie che diano risposte all’altezza della situazione e immaginare il welfare del presente e del futuro.

Per un possibile cantiere comune, a partire dal reddito di base

Quelle che seguono sono solo suggestioni, quasi slogan di un primo possibile ragionare in comune, nel senso di condividere analisi, riflessioni, proposte, progetti per migliorare le istituzioni di sicurezza sociale nella prospettiva di pensare un vero e proprio ius existentiae (per riprendere, nel dibattito italiano, tra i molti e le molte, le proposte di Luigi Ferrajoli, Principia Iuris. Teoria del diritto e della democrazia, Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti e quindi Elena Granaglia e Magda Bolzoni, Il reddito di base). Un reddito di base inteso come erogazione monetaria individuale, una nuova istituzione, diritto sociale fondamentale a condurre una vita quanto più libera possibile dai ricatti, un vero e proprio investimento pubblico in favore delle persone, per farle uscire da uno stato di ricatto e minorità, per una Democrazia del reddito universale come titolava il volume manifestolibri che nel 1997 raccoglieva testi dei maggiori studiosi europei del Basic Income, come Philippe Van Parijs, Alain Caillé, Claus Offe, che si stavano confrontando con l’avvento della società digitale e della precarietà diffusa.

1. Per un dibattito sul reddito di base in Italia

Proprio il riferimento agli anni Novanta del Novecento della rivoluzione informatica e dei primi movimenti di lotta alla disoccupazione/sottoccupazione e alla precarietà oramai strutturale, ci ricorda che in quegli stessi anni in Francia si aprì un fervido dibattito culturale, sociale, politico, sindacale e accademico intorno all’urgenza di estendere e ampliare le garanzie del revenu minimum d’insertion (RMI), ricordato in precedenza e introdotto nel 1988. L’intero decennio dei Novanta fu infatti attraversato da un ricchissimo dibattito, che coinvolse forze culturali e politiche, intellettuali e studiosi, sociologi ed economisti, sindacalisti e giuristi, come Thomas Piketty e Philippe Van Parijs, lo stesso Michel Rocard con Jean-Michel Belorgey, padri dell’allora esistente misura di RMI, quindi Jean-Marc Ferry e Alain Caillé, André Gorz e Daniel Cohen. Dibattito fatto di proposte e riflessioni che provarono a utilizzare lo stesso acronimo RMI per proporre un revenu minimum inconditionnel, cioè svincolato da particolari limitazioni e condizioni di accesso e di eventuale controprestazione lavorativa, fino alla previsione di una allocation universelle, un vero e proprio reddito di base, revenu de base, universale e incondizionato, nel quadro di un necessario aggiornamento universalistico del modello sociale statuale francese, nel contesto di quello europeo. È possibile immaginare che, magari anche a partire dallo spazio e dalle reti raccolte intorno al Centro per la Riforma dello Stato, si inneschi questo plurale dibattito e confronto per contribuire a elaborare elementi di modifica del RdC nel senso di un vero e proprio diritto sociale fondamentale individuale – e non familiare – verso una prospettiva sempre più universale e meno condizionata? Il tutto proprio a partire dalle ipotesi di sperimentazione che permette la stessa legislazione esistente, magari in favore di alcuni soggetti, come i giovani nella proposta di perequazione intergenerazionale di un’eredità universale, di cittadinanza, da erogare al compimento del 18esimo anno di età, proposta dal Forum Diseguaglianze e Diversità. O anche nel senso di quel reddito di autodeterminazione, rivendicato da tempo dal movimento Non una di meno, e inteso come «garanzia di indipendenza economica e dunque concreta forma di sostegno per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente (intrafamiliari e lavorative) […] strumento di prevenzione rispetto alla violenza di genere, di autonomia e liberazione dai ricatti dello sfruttamento, del lavoro purché sia, della precarietà, delle molestie».

2. Reddito di base incondizionato, tra iniziativa dei cittadini europei e futuro dell’Europa sociale

In questa prospettiva è utile ricordare che fino al 25 dicembre 2021 si potrà sostenere e firmare (direttamente online, presso il sito istituzionale dedicato alla raccolta del milione di firme) l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), istituto previsto dall’art. 11 TUE per la partecipazione della società civile nei rapporti con la Commissione europea, in questo caso per favorire l’introduzione di forme di reddito di base incondizionato (RBI o Unconditional Basic Income – UBI) nei 27 Stati UE. Si aggiunga che in questi primi sei mesi dell’anno la presidenza portoghese del Consiglio dell’UE ha come obiettivo anche quello di lavorare intorno al tema dell’Europa sociale, a partire dal Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), dalla recente Risoluzione dell’Europarlamento su Un’Europa sociale forte per transizioni giuste (A strong Social Europe for just transitions, 17 dicembre 2020, al cui punto 36 si sottolinea che «ogni persona in Europa dovrebbe essere coperta da un regime di reddito minimo e che le pensioni dovrebbero assicurare un reddito superiore alla soglia di povertà») e dal programmato Vertice sociale europeo Social Summit di Operto del prossimo 7 maggio. Il tema del futuro dell’Europa sociale – e delle connesse transizioni ecologiche, digitali, energetiche etc. – è quindi strettamente connesso a quello del reddito minimo e di base, nell’auspicabile prospettiva che proprio la garanzia di un Basic Income possa far parte del Recovery Programme. Considerando anche che otto membri dell’Europarlamento riuniti nel gruppo Positive Money, tra i quali Guy Verhofstadt e Sandro Gozi, si sono pronunciati in favore di qualcosa di simile a un QE for the people, sulla falsariga del bazooka monetario – Quantitative Easing – attivato da Mario Draghi allora alla BCE, un helicopter money distribuito direttamente dalla BCE, che una parte dell’opinione pubblica ritenga debba erogare un vero e proprio reddito di base. Mentre nel mondo il dibattito su helicopter money e basic income va avanti oramai da tempo, ripensando a quando anche l’Economist notò come le istanze del reddito di base cominciavano a trovare sempre maggiore consenso tra sperimentazioni locali e progetti istituzionali. Del resto, nelle settimane della primavera scorsa, del primo periodo di lotta alla pandemia globale da Sars-CoV-2 e dalla connessa Covid-19, il 71% di circa 12mila cittadini europei, consultati all’interno di un’ampia ricerca accademica, si dichiarò favorevole all’introduzione di un reddito di base per tutti i cittadini europei.

3. Sperimentazioni di reddito di base: il caso finlandese in chiave post-pandemica

Negli ultimi anni si è molto discusso della sperimentazione finlandese del reddito di base, portata avanti nel 2017-2018. Promossa dal governo, coinvolse duemila persone disoccupate, estratte a sorte nelle liste dei fruitori di sussidi, che ricevettero un reddito mensile di 560 €. L’Istituto finlandese per la protezione sociale, Kela, pubblica risultati e analisi della sperimentazione, sulla spinta di Olli Kangas, padre putativo di questo progetto e direttore di ricerca al Kela stesso. Dai primi report la gran parte degli analisti nota come da questa sperimentazione potrebbero uscire risposte utili e necessarie per pensare in modo più equo e inclusivo le nostre società nell’epoca (post-)pandemica, a partire da tre punti emersi dalle condizioni vissute dai fruitori finlandesi del reddito di base: diminuzione di stress causato da insicurezza economico-finanziaria; maggiore fiducia nelle proprie aspettative future; crescita di condizioni di autodeterminazione e autonomia individuale. Tre coordinate fondamentali per pensare benessere psichico individuale, investimento sul futuro, promozione di maggiore indipendenza, tanto più nella necessaria connessione tra pandemia, lockdown e reddito di base: da una grande crisi derivano grandi cambiamenti?

4. Per un nuovo Welfare, a partire dal sostegno al reddito

«Questa situazione impone un ripensamento del welfare, in cui fare proposte innovative – e non pensare solo a dispositivi protettivi – come nuove forme universalistiche di sostegno al reddito, non come politica di emergenza, ma come nuovo approccio al welfare. In salute mentale vediamo chiaramente l’insufficienza di modelli di welfare fondati sull’asse “produttività/improduttività”». Sono parole che prendo in prestito da un importante intervento, titolato Un nuovo Welfare Comunitario per la Salute Mentale (in Welfare Oggi, n. 3/2020, 9-22), di Roberto Mezzina, già autorevole Direttore dei Servizi di Salute Mentale di Trieste, il quale, in una precedente intervista con Luca Negrogno per l’Istituzione Gian Franco Minguzzi, sottolineò l’urgenza di una presa di posizione del mondo attivo intorno alla salute mentale in favore di misure di sostegno al reddito: «è una questione sul tavolo, è necessario un dibattito pubblico innovativo». E qui il CRS potrebbe impegnarsi a favorire questo dibattito, a partire dal confronto sugli insegnamenti basagliani con il loro vero e proprio movimento di “pazienti”, psichiatri, operatori, tecnici, ricercatori, intellettuali etc., cui partecipò anche Mezzina, con l’obiettivo di tenere insieme corpo organico e corpo sociale, condizione individuale e contesto materiale. Penso in primissima battuta nella connessione con gli studi e le pratiche di Robert Castel, che è forse stato il più prezioso analista del rapporto tra questione sociale, salute mentale e benessere psico-fisico, nella prospettiva attuale dibattuta in tutto il mondo che il reddito di base possa migliorare la salute mentale di un Paese. Questo approccio diventa fondamentale dinanzi agli effetti psicologici intergenerazionali – dai giovanissimi agli anziani – prodotti dalla reclusione e dall’isolamento in tempi di pandemia, con la connessa necessità di pensare, al presente e al futuro, strumenti di inclusione, partecipazione, protagonismo delle persone oltre la dimensione “produttiva” della cittadinanza sociale.

5. Reddito di base tra società automatica, città in trasformazione e officine municipali

In quest’ottica sistemica, il reddito di base è inteso come strumento di sicurezza sociale universale per proteggere gli individui dai duraturi effetti economico-sociali della crisi sanitaria, ma anche dai cambiamenti dei sistemi di produzione e lavoro, nell’economia di piattaforma, digitale e automatizzata e nelle città in trasformazione. Questo è forse il cantiere dove il CRS è maggiormente sensibile, con la sua Scuola critica del digitale oramai attiva da tempo nella sua disamina del capitalismo digitale e di piattaforma, e i suoi progetti intorno alle Officine Municipali, intese anche come nuove istituzioni dove sperimentare e favorire incontri virtuosi tra soggetti, spesso dispersi, frammentati, sottoccupati e precari, delle diverse forme dei lavori – da remoto e in presenza – di innovatori sociali, coworking di vecchia e nuova generazione, quindi affaticata informalità dell’autorganizzazione e della cooperazione sociale e istituzioni locali più tradizionali, come Municipi, Comune, Regione, ma anche quelle scolastiche, universitarie, sportive, del tempo libero e della socialità.

Tutto questo non deve però avere il sentore di un’ennesima utopia, se non da intendersi come “indispensabile”, per dirla con le parole del sempre provocatoriamente concreto Philippe Van Parijs (Il reddito di base: un’utopia indispensabile, in Il Mulino, n. 1/2018), il quale ci ricorda con spietata lucidità, fuori da retoriche paternalistiche, caritatevoli, marginalizzanti, che «oggi è giunto il momento di elaborare e proporre un’alternativa all’utopia neoliberale della sottomissione totale delle nostre vite individuali e collettive al mercato, e un’alternativa all’utopia paleosocialista della sottomissione totale delle nostre vite allo Stato. Di questa utopia il reddito di base è un elemento centrale». Perché ci permette di pensare una vera, concreta, libertà per tutte e tutti, ora che anche all’interno delle diverse classi dirigenti comincia a balenare l’insostenibilità esistenziale, ecologica, sistemica dell’attuale modello economico capitalistico.

L’articolo è tratto dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)

* Giuseppe Allegri è socio fondatore del Basic Income Network Italia, autore del volume Il reddito di base nell’era digitale. Alcuni di questi profili sono stati approfonditi in G. Allegri, Dal reddito di cittadinanza italiano al dibattito europeo sul reddito di base. Per un nuovo Welfare nella pandemia, in Rivista Critica del Diritto Privato, n. 3/2020, 401-431, cui si rinvia, anche per i riferimenti bibliografici ivi contenuti.


Reddito di base e Helicopter money: contro e oltre l’emergenza Covid-19

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In principio fu il premio Nobel monetarista Milton Friedman nel 1948 e nel 1969 a parlare di helicopter money, descrivendo, attraverso una metafora, l’effetto inflattivo provocato dal gettare denaro dagli elicotteri ai cittadini. Poi il futuro presidente della Federal Reserve Ben Bernanke riprese l’idea dell’helicopter money, nel 2002, in relazione alle politiche di sostegno economico e finanziario attivate nella grande depressione giapponese. L’helicopter money consiste in trasferimenti a famiglie e imprese distribuiti dal Governo ma finanziate dalla banca centrale con la creazione di nuova moneta, e quindi senza alcun impatto sul debito. Evidentemente, questa ipotesi si allinea solo parzialmente con un reddito di base individuale, incondizionato e strutturale, che vada oltre un determinato periodo di emergenza, come nell’attuale quarantena contro la diffusione del Covid-19.

People’s Quantitative Easing come Basic Income

In Europa la proposta fu portata avanti da alcuni europarlamentari progressisti e, nel Regno Unito, da movimenti come Quantitative Easing for the people/People’s Quantitative Easing come alternativa al Quantitative Easing. Dato che la liquidità non arrivava all’economia reale, la campagna proponeva che il denaro fosse dato direttamente alle cittadine e ai cittadini, con l’aiuto dei Governi, sotto forma di reddito di base. Il movimento per il QE for the people è stato aiutato da Adair Turner – già presidente della Confindustria britannica, della Financial Services Authority (FSA) e dell’Institute for New Economic Thinking (INET) ‒ oltre che da diversi altri economisti. Michael Dean Woodford della Columbia in un dibattito presso il Centre for Economic Policy Research (CEPR), ha sottolineato che l’effetto fiscale del QE e dell’Helicopter money sarebbe lo stesso. Dal momento che gli interessi dei titoli di Stato comprati andrebbero poi ai Ministeri del Tesoro di riferimento, è «come se le obbligazioni non fossero state acquistate, come accade in modo esplicito nel caso dell’helicopter money». La differenza notevole è che nel primo caso (politiche monetarie e fiscali espansive) il debito pubblico di un Paese aumenta, mentre con l’helicopter money no. In risposta ai limiti del QE, da diversi anni, diversi operatori finanziari (tra cui ad esempio Ray Dalio, presidente del fondo Bridgewater che gestisce 160 miliardi di dollari), banchieri centrali ed economisti sostengono l’ipotesi dell’helicopter money. Anche il fondo Blackrock (6.000 miliardi) ha pubblicato una ricerca in favore della misura, redatta dalla direttrice del dipartimento studi dell’hedge fund Elga Bartsch, dall’ex vice-governatore della banca centrale canadese Jean Boivine, dall’ex vice-governatore della Fed e governatore della banca centrale israeliana Stanley Fischer e dall’ex governatore della banca centrale svizzera e vice-direttore di Blackrock Philipp Michael Hildebrand. Nel 2016 Mario Draghi criticò parzialmente l’ipotesi ascrivendola all’ambito delle politiche fiscali – al di fuori dal perimetro di intervento della BCE – pur riconoscendo che fosse un’idea interessante, e, alla fine del suo mandato, incalzato dall’europarlamentare Philippe Lamberts del gruppo Verde europeo, l’ha citata tra le misure non convenzionali su cui riflettere. Cemal Karakas, del servizio studi dell’Europarlamento, ne aveva scritto vagliandone la liceità giuridica. Secondo alcuni, l’helicopter money sarebbe possibile grazie all’articolo 20 del Protocollo sullo statuto della Banca Centrale Europea. Ma la Bce ha una posizione riluttante, dal momento che va contro l’articolo 123 (1) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che impedisce il finanziamento diretto della spesa pubblica. C’è inoltre il problema dell’indipendenza della banca centrale dal potere politico. Ma secondo Marcello Minenna, sarebbe possibile che il Governo mantenga «la possibilità di controllare le destinazioni di spesa», senza deciderne «né gli importi né i tempi di accesso che sarebbero determinati in funzione dell’obiettivo di inflazione», rispettando il monomandato di stabilità monetaria della BCE. 

Dentro, contro, oltre l’emergenza Covid-19

In questi mesi di conclamata pandemia globale, anche politici e Governi si sono avventurati su questo terreno. Dopo Hong Kong – che però ha finanziato l’intervento emettendo titoli di debito e non tramite un finanziamento diretto della banca centrale  – negli Stati Uniti Trump si appresta a girare 500 miliardi di dollari nelle tasche delle cittadine e cittadini US in deficit. Mentre Alexandria Ocasio-Cortez chiede esplicitamente al Governo USA un Universal Basic Income, Bernie Sanders ha proposto di versare 2.000 dollari a ogni famiglia, da accompagnare al blocco degli sfratti, a una assicurazione contro la disoccupazione più generosa e a una cancellazione del debito studentesco. Nel Regno Unito intanto una delle due candidate alla guida del Labour, la corbynista Rebecca Long Bailey, rilancia la proposta del reddito di base, coerentemente con il sostegno di Corbyn al QE for the people, mentre oltre 170 parlamentari inglesi propongono un Emergency Universal Basic Income. I media anglosassoni, invero da sempre attenti al tema, rilanciano l’idea. Il New York Times (NYT) ha spronato il governo US a dare 2.000 dollari a tutti e tutte, anche sulla scorta della campagna sul reddito di base del candidato democratico alle primarie poi ritiratosi, Andrew Yang. Il NYT invita anche a regolamentare le imprese che il Governo salverà (crocieristica e compagnie aeree in primo luogo) e a fare ingenti investimenti in sanità e infrastrutture. Interventi su altri settori dell’economia servono infatti a evitare che il reddito di base realizzi il sogno neoliberale di pocket money per molte e molti in un regime di economia deregolamentata, senza welfare e diritti, come, tra gli altri, avvertivano Christian Marazzi e Marco Bertorello. Il Financial Times, nella sezione speciale su economia e pandemia, accanto a interventi di banchieri centrali di primo piano e di opinionisti come Martin Wolf – che pure aveva sostenuto l’opzione dell’helicopter money più volte – pubblica un intervento in favore del reddito di quarantena a firma dell’economista di Oxford Daniel Susskind. Susskind sostiene che dare 1.000 sterline a ogni cittadino inglese costerebbe 66 miliardi al mese. In poco più di sette mesi le risorse per il reddito di quarantena equivarrebbero così al costo del salvataggio del sistema finanziario in Regno Unito (500 miliardi), garantendo però condizioni di vita degne ai molti. Altri strumenti di imposizione fiscale e di regolazione di monopoli produttivi e finanziari permetterebbero di reperire ulteriori risorse per finanziare un reddito di base. Se non fosse che il progetto neoliberale e nazionalista della Brexit rende queste ipotesi molto improbabili.

Per uno European Basic Income/EuroDividend

In Italia, il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico da sempre favorevole al reddito di base, ha parlato di helicopter money in un’intervista, criticando il decreto Cura Italia e proponendo un’estensione del reddito di cittadinanza che ne sopprima le condizionalità, così da realizzare un vero reddito di base, cosa che del resto chiede da tempo l’associazione Basic Income Network Italia (BIN Italia), che ha ora proposto un appello apposito per l’estensione del reddito di cittadinanza. Il Governo, dopo aver stanziato 4,7 miliardi per far fronte alle condizioni di esclusione più radicali emerse negli ultimi giorni, ragiona delle proposte del Forum Disuguaglianze di Fabrizio Barca e Cristiano Gori. Per ora l’ipotesi è quella di un temporaneo “reddito di emergenza” da destinare a 10 milioni di lavoratori precari e irregolari dal costo di 6 miliardi. Perché il tema è quello di dare un reddito di base direttamente alle persone, per dirla con l’economista Andrea Fumagalli intervistato su il manifesto, mentre Massimo Giannini su La Repubblica ragiona di soldi dall’elicottero e meno burocrazia per arginare il virus che uccide il lavoro, oltre che le persone. Sul Corriere della Sera, anche il duo che sosteneva l’austerità come “di sinistra”, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, ha appoggiato l’idea di misure universali di sostegno al reddito, poi sostenute sulle stesse pagine da Daniele Manca. Sul Sole24ore del 20 marzo 2020 e da Adn Kronos sono state raccolte opinioni più scettiche sull’helicopter. A causa del tracollo della domanda, della bassa inflazione, dell’esigenza di sostenere i redditi di milioni di persone, molti economisti negli ultimi giorni, tra cui Jordi Gali, Nouriel Roubini, Beatrice Weder di Mauro, Anatole Kaletsky e Tommaso Monacelli hanno ripreso l’idea dell’helicopter money per sostenere la domanda e i redditi, in reazione a uno shock esogeno. Per il capo economista della società di consulenza Acreditus di Dubai, Moritz Kraemer, «la BCE potrebbe impegnarsi a effettuare un trasferimento mensile a tutti i cittadini dell’area euro con un conto corrente, fino a che l’inflazione non raggiunga il 2% […] versando 200 euro in ogni conto, in caso l’inflazione annuale sia eguale o inferiore all’1%. Questo pagamento verrebbe ridotto di 20 ero per ogni 10 punti base oltre l’1%, raggiungendo lo zero dopo l’inflazione che raggiunga il 2%». La misura potrebbe funzionare per 38 mesi e il suo costo sarebbe di 908 miliardi, l’8% del Pil europeo – ma tra 2015 e 2018 per il QE erano stati mobilitati circa 2,5 trilioni di euro, che presto potrebbero salire a 3,5 – con un effetto annuale sulla domanda dello 0,6% del Pil dell’Eurozona. Dello stesso avviso sono l’attivista Stanislas Jourdan della campagna inglese Quantitative Easing for the people e l’economista del fondo di investimento M&G (332 miliardi) Eric Lonergan che però propongono di versare 900 euro a cittadino, senza però specificare la durata della misura. L’Europarlamento dovrebbe stabilire a chi vadano i soldi per evitare che un organo non eletto direttamente decida chi debba ricevere denaro e in quale forma. Come reddito di base e helicopter money possano saldarsi in questa fase è la domanda su cui ci si deve interrogare.

Sotto la formula helicopter money possono rientrare diverse politiche e obiettivi (sostegno alla domanda, lotta alla povertà, misure contro la deflazione): spetta ai movimenti influenzarne il contenuto verso un reddito di base, universale e incondizionato, per tutte e tutti, come proposto dalla succitata campagna del BIN Italia. Ora che il Patto di Stabilità è stato sospeso, che il QE è aumentato di 750 miliardi, che gli eurobond stanno tornando in voga, si tratta di realizzare – oltre a una politica industriale comune volta alla riconversione ecologica contro il disastro climatico – una politica sociale comune, attraverso un dividendo sociale europeo che potrebbe esser finanziato anche attraverso l’helicopter money, oltre che con una tassazione più progressiva su redditi e patrimoni. E parzialmente in questo senso sembra muoversi una petizione promossa al livello euro-unitario per chiedere l’introduzione di un Emergency Basic Income.

Una versione dell’articolo più ampia anche nei riferimenti si trova sul sito del Basic Income Network Italia