Quanto tempo rimane all’Ucraina? E alla Russia?

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Il tempo dell’Ucraina si sta esaurendo? Non lo dice qualche pericoloso sovversivo, oppure Papa Francesco, ma un saggio di Foreign Affairs di Dara Massicot esperta del Carnegie Endowment for International Peace. Kiev e i suoi alleati fronteggiano un questione fondamentale: come fermare l’avanzata russa e invertire la tendenza. Dopo la conquista di Avdiika, Mosca si sta rafforzando lungo tutto il fronte e la sua industria bellica produce a pieno ritmo mentre l’Ucraina aspetta ancora gli aiuti militari americani bloccati dall’impasse del Congresso. E se gli europei hanno approvato un pacchetto di aiuti Ue, a Kiev manca ancora la consegna di armi pesanti come i missili tedeschi Taurus: come hanno rivelato le intercettazioni i generali tedeschi sono favorevoli ma non il cancelliere Scholtz che teme un’altra escalation del conflitto.

La realtà è che l’Ucraina deve razionare sia le munizioni che gli uomini da inviare al fronte. Quello cui assistiamo oggi è dovuto essenzialmente al fatto che mentre la Russia ha mobilitato la sua economia di guerra l’Occidente non l’ha fatto e l’Ucraina non è in grado di farlo perché la sua base industriale, dopo due anni di conflitto e distruzioni, è ridotta al minimo. La Russia è riuscita a produrre o importare milioni di proiettili di artiglieria e si è procurata migliaia di droni dai suoi partner (Iran e Corea del Nord) mentre le forniture occidentali non hanno tenuto il passo e si sta raschiando il fondo del barile degli arsenali militari.

Non solo. E qui viene il punto più importante. Nonostante i conflitti siano sempre più tecnologici, la guerra, anche questa, divora la carne da cannone, ovvero i soldati. La Russia ha quindi reclutato militari in tutte le sue provincie mentre Kiev ha fallito la mobilitazione generale: molti uomini in età da combattimento – si parla di circa 300mila – si sono dati alla fuga dal Paese. I soldati al fronte non hanno possibilità di avvicendamento, le truppe migliori sono tenute nelle retrovie e il presidente Zelensky non ha avuto idea migliore di far fuori i vertici militari che erano diventati anche concorrenti politici. Secondo Foreign Affairs se non ci sarà un’inversione a breve di questa tendenza la situazione è destinata peggiorare e raggiungere il punto più basso entro l’estate.

Sia chiaro, neppure i russi stanno benissimo e presentano diverse vulnerabilità, come dimostrano alcuni successi ucraini nel Mar Nero. In generale c’è stata un certa sottovalutazione della capacità della Russia di rispondere alle sfide belliche. Questo giudizio è stato fortemente influenzato dalle sconfitte della Russia a Kharkiv e Kherson ma da allora Mosca si è messa nelle condizioni di affrontare un conflitto prolungato dove il fattore tempo e quello del logoramento dell’avversario giocano un ruolo fondamentale.

Quanto tempo può resistere la Russia? I russi hanno dovuto ricondizionare migliaia di carri armati e blindati che giacevano nei magazzini e anche per loro le riserve non sono infinite: si stima che Mosca abbia ormai bruciato dal 30 al 40% delle sue riserve strategiche migliori. Eppure gli strateghi occidentali stimano che Mosca può resistere altri due anni e due anni per l’Ucraina sono un tempo infinito.

Se è vero che il fronte ci appare in gran parte bloccato ci sono segnali preoccupanti per Kiev: nel Donetsk, occupato dai russi, i due nemici nel 2023 schieravano più o meno lo stesso numero di soldati, da febbraio la Russia ha un vantaggio di due a uno. Certo anche la Russia non può reclutare all’infinito ed evita una mobilitazione generale che possa incidere sulla stabilità interna e la sicurezza del regime.

Ma oggi, come si è visto, il Cremlino è in grado di programmare nuove offensive contro le roccaforti ucraine. L’offensiva ucraina dei mesi scorsi invece è clamorosamente fallita, al punto che neppure i più ottimisti (o creduloni) oggi prestano la minima attenzione alla propaganda bellica di Zelensky. E questo è un altro nodo della questione: il potere del dittatore Putin, che usa tutti i mezzi a sua disposizione, anche i più crudeli, è incontrastato, la cerchia intorno al presidente ucraino si sta sfaldando. Per lui e per l’Ucraina il tempo non è finito ma si sta esaurendo assai rapidamente.

L’articolo è tratto da il manifesto del 12 marzo


Il cessate il fuoco in Ucraina forse non è più un tabù

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Sarà pure opinabile che il capo dei mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, abbia davvero proposto – con le stesse espressioni riportate dai media – a Putin di fermare la guerra in Ucraina. Intanto traspare dalle sue parole e dalla sua «postura» il timore evidente di un conflitto infinito per la tenuta della leadership di Mosca. Ma è assai certo che dall’altra parte dell’Atlantico si sollevano forti dubbi se sia il caso di continuare una guerra dove le perdite stanno diventando una catastrofe, con la barbarie dei russi che evoca quanto si è visto nei Balcani e con l’Isis in Medio Oriente, mentre le distruzioni belliche hanno messo in ginocchio le risorse ucraine. Secondo la prestigiosa rivista americana Foreing Affairs, Stati Uniti ed Europa devono sostenere la sovranità dall’Ucraina ma questo obiettivo non implica di recuperare, a breve termine, il controllo di Crimea e Donbass. L’Occidente e l’Ucraina, scrivono Richard Haass and Charles Kupchan, diplomatici di rilievo dei governi americani, hanno già raggiunto il loro obiettivo respingendo il tentativo della Russia di soggiogare il Paese e attuare un cambio di regime. Mosca ha incassato una sconfitta strategica e anche gli altri Stati revisionisti (dei confini) hanno compreso che la conquista militare può diventare assai costosa e potenzialmente fallimentare.

Stati Uniti ed Europa hanno alcune buone ragioni per abbandonare la loro politica dichiarata di sostenere l’Ucraina per «tutto il tempo necessario», come ha affermato il presidente Biden. Da una parte è fondamentale ridurre al minimo i guadagni territoriali russi e dimostrare che l’aggressività non paga ma questo obiettivo deve essere commisurato ad altre priorità. La realtà è che il supporto su larga scala e incondizionato nel tempo a Kiev comporta notevoli rischi strategici. La guerra sta erodendo la prontezza militare dell’Occidente ed esaurisce le sue scorte di armi, mentre l’industria bellica non tiene il passo con le necessità dell’Ucraina di mezzi e munizioni. Argomenti per altro già illustrati dal capo di stato maggiore americano Mark Milley in un’intervista al Financial Times del febbraio scorso e comparsi anche nei famosi “leaks” del Pentagono trafugati da un giovane riservista dell’esercito.

Ma è anche lo scenario internazionale che si sta complicando a sollevare dubbi sulla tenuta occidentale. Se il conflitto prosegue a lungo si moltiplicano i rischi per i Paesi della Nato di uno scontro diretto con la Russia mentre gli Stati Uniti devono prepararsi a una potenziale azione militare in Asia per scoraggiare o rispondere a qualsiasi mossa cinese contro Taiwan e in Medio Oriente (contro l’Iran o reti terroristiche). E il Medio Oriente non sta mandando segnali positivi a Biden con gli accordi tra Arabia saudita e Iran, il ritorno di Assad, alleato di Mosca, nel grembo arabo, le ambiguità di un Egitto tentato in difficili equilibri tra l’Occidente e la cooperazione con Mosca. La guerra – nota Foreign Affairs – sta imponendo costi elevati anche all’economia mondiale. Ha interrotto le catene di approvvigionamento, contribuendo all’inflazione elevata, al rialzo dei prezzi energetici (il petrolio potrebbe arrivare a 100 dollari a fine 2023 secondo Goldman Sachs) mentre i Paesi del Sud del mondo risentono in modo drammatico della carenza di cibo: l’export di grano di Russia e Ucraina rappresenta il 12% delle calorie mondiali e Mosca fornisce all’Africa il 50% dei fertilizzanti. Disordini politici e instabilità sono all’ordine del giorno. La guerra sta polarizzando pericolosamente il sistema internazionale. Con la rivalità geopolitica tra l’Occidente e l’asse cinese-russo (Brics compresi) si accentua il ritorno a un mondo diviso in blocchi dove la maggior parte del globo preferisce il non allineamento piuttosto che rimanere intrappolato in una nuova era di scontro Est-Ovest. Due terzi dell’umanità, inutile sottolinearlo, vive in stati che non hanno messo sanzioni a Mosca.

In questo contesto né l’Ucraina né i suoi sostenitori della Nato possono pensare che l’unità occidentale sia immutabile. La determinazione americana è cruciale per alimentare quella europea e Washington deve affrontare un aumento di pressioni politiche per ridurre la spesa mentre e, ora che i repubblicani controllano le Camere, sarà più difficile per l’amministrazione Biden garantire consistenti pacchetti di aiuti per Ucraina. La politica nei confronti dell’Ucraina, con le elezioni presidenziali del 2024 alle porte, potrebbe cambiare.

Ed ecco quello che Foreign Affairs definisce il Piano B, alternativo a una «vittoria totale» che appariva già improbabile mesi fa. Data la traiettoria della guerra, gli Usa e la Nato devono iniziare a formulare un finale di partita diplomatico sin da ora. Anche se si intensifica il sostegno a una controffensiva ucraina, Washington dovrebbe avviare consultazioni con i suoi partner europei e con Kiev per un’iniziativa diplomatica da lanciare nel corso dell’anno. In poche parole si tratta di proporre un cessate il fuoco in cui Ucraina e Russia ritirerebbero le loro truppe e le armi pesanti da una nuova linea di contatto creando una zona smilitarizzata monitorata dall’Onu o dall’Osce. Per rendere efficace la tregua, l’Occidente dovrebbe rivolgersi ad altri paesi influenti, tra cui Cina e India: certo tutto questo complica le trattative diplomatiche ma aumenterebbero le pressioni sul Cremlino. Supponendo che un cessate il fuoco regga, dovrebbero seguire colloqui di pace su due binari: uno tra Russia e Ucraina con mediatori internazionali, l’altro tra Nato e Russia per un dialogo strategico sul controllo degli armamenti.

Questo approccio può essere troppo per alcuni e non abbastanza per altri. Ma a differenza delle alternative e di un massacro senza fine, ha il vantaggio, secondo i suoi ispiratori di oltre Atlantico, di fondere ciò che è desiderabile con quanto è realmente fattibile.

L’articolo è tratto da il manifesto del 16 aprile


Come ci dimentichiamo dei curdi

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Un tempo i curdi che a Kobane resistevano al Califfato erano i nostri eroi. Allora la bandiera nera dell’Isis sventolava a 400 metri dalla città. Resistere resistono ancora contro l’Isis che è tutt’altro che sconfitto, ma ora pure sotto le bombe dei turchi nel Rojava, ai confini tra Siria e Turchia. Ce li siamo dimenticati presto i curdi, visto che pur di fare entrare Svezia e Finlandia nella Nato siamo disposti a sacrificarli ai ricatti del Sultano Erdogan.

La strage dei curdi al centro culturale di Parigi non è soltanto il gesto xenofobo di un estremista, è il frutto avvelenato di un clima generale: «Per noi si tratta di un attacco terrorista, si inserisce in una escalation di tensione alimentata scientemente dalla Turchia», è stata la dichiarazione del portavoce Agit Polat puntualmente riportata nella corrispondenza di Anna Maria Merlo da Parigi. Dove, come in altre città francesi, per il secondo giorno consecutivo la comunità curda è scesa in piazza per protestare, con scontri tra i manifestanti, che portavano i ritratti dei tre militanti assassinati, e la polizia in pieno centro e forti momenti di tensione. Così come non fu certo un caso l’uccisione nel gennaio 2013, sempre a Parigi, di tre donne del Pkk: freddate con un colpo alla nuca. Un’esecuzione.

Oggi è anche peggio di allora. Basta vedere le estradizioni dei curdi da Svezia e Finlandia, nonostante l’alta Corte svedese abbia bloccato un solo “trasferimento”. Gli accordi stipulati tra i tre paesi durante il vertice Nato di Madrid, infatti prevedono, in cambio del placet di Ankara all’ingresso dei due paesi nella Nato, la consegna di una lunga lista di persone appartenenti all’opposizione curda e turca al regime di Ankara attualmente residenti in Finlandia e Svezia oltre che l’impegno a cambiare, radicalmente, l’approccio di accoglienza e di solidarietà verso la causa curda manifestato storicamente dai governi di Stoccolma. Erdogan ha approfittato del ruolo acquisito con l’invasione russa dell’Ucraina per mettere il coltello alla gola di svedesi e finlandesi. Che in parte si sono rimangiati la loro decennale posizione di critica e accusa nei confronti dell’autocrate turco di condurre una guerra spietata non solo contro i curdi ma contro ogni opposizione interna.

Sì perché non ci sono solo i curdi ma la questione di un intero Paese, la Turchia, che il prossimo anno va a elezioni calpestando tutti i criteri democratici: il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, membro del partito repubblicano Chp e uno dei più popolari oppositori a Erdogan, è stato da poco condannato a due anni e sette mesi di carcere per aver insultato alcuni funzionari pubblici nel discorso che fece nel 2019 dopo aver vinto le elezioni comunali. Se la condanna sarà confermata, Imamoglu verrà rimosso dalla carica di sindaco e non potrà candidarsi. E aggiungiamo che la leadership del partito curdo Hdp resta in carcere, sottoposta a una repressione sempre più intensa dopo l’attentato del 14 novembre nel centro di Istanbul a Istiklal Caddesi (6 morti) attribuito alla guerriglia al Pkk, per altro senza prove convincenti visto che l’attentatrice veniva dalla zona siriana controllata dalla Turchia e dalle milizie filo-Ankara.

La Nato ha in casa il suo Putin ma fa finta di niente perché oggi, come ieri, gli torna utile anche quando vìola ogni principio delle alleanze occidentali. Come denunciava un recente appello del coordinamento dei curdi ospitato dal manifesto. Erdogan non soltanto continua i raid aerei sul Rojava, la zona autonoma curda dove è in corso una esperienza politica e sociale senza eguali nel cuore del Medio Oriente, ma si prepara anche a un attacco di terra come fece già nel 2019. In Siria e nel Nord dell’Iraq la Turchia in questo ultimo anno ha lanciato quattromila attacchi costringendo le popolazioni curde ad abbandonare centinaia di villaggi. Con che cosa la Turchia fa la guerra ai curdi? Ma con le nostre armi naturalmente. Dopo l’invasione del Rojava nel 2019 (centinaia di morti e 300mila profughi), l’Europa e l’Italia avevano promesso un embargo sulle vendite di armi ad Ankara. Non solo non se ne è fatto nulla ma la Turchia, il secondo esercito Nato con 400mila uomini, è stata da noi ulteriormente rafforzata. Dopo avere acquistato il sistema anti-missile S-400 da Mosca, la Turchia ha accelerato le forniture belliche anche dall’Europa. Nel quinquennio 2016-21 l’Italia ha fornito ad Ankara circa un miliardo di euro di armamenti, tra cui 92 elicotteri da combattimento assemblati dalla Turkish aerospace industries su licenza Agusta/Westland. Le armi italiane ed europee sono in prima fila nel colpire i curdi del Rojava che avevamo esaltato come gli alfieri dell’Occidente e i combattenti per la libertà.

E come se non bastasse, i curdi sono entrati nel mirino anche del regime iraniano quando è stata uccisa Masha Amini originaria del Kurdistan iraniano (Jinha il suo nome curdo) la cui morte in settembre è stato il fattore scatenante delle proteste popolari contro il regime. L’obiettivo di Teheran sono i militanti dei partiti curdi di opposizione all’interno ma anche di base oltre i confini con l’Iraq. Si vede che la parola curda e persiana “azadì”, libertà, ovunque sia pronunciata, fa ancora troppa paura ai regimi di Turchia e Iran ma anche a noi, gli ipocriti esportatori di armi e democrazia.

L’articolo è tratto da il manifesto del 25 dicembre 2022


Il massacro dei curdi benedetto dalla NATO

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I curdi iracheni erano intanto accorsi a difendere le loro postazioni, mentre dall’avanzata dell’Isis, ai curdi turchi, in conflitto perenne con Ankara, erano i jihadisti, sostenuti dai servizi turchi, a tagliare la gola. Allora i curdi erano i nostri eroi, acclamati come i difensori contro la barbarie, e ora, per far entrare Svezia e Finlandia nella Nato, abbiamo svenduto a Erdogan la loro sorte e i tanto conclamati valori occidentali. Perché di questo si tratta leggendo il memorandum firmato dai ministri degli esteri di Turchia, Svezia e Finlandia. Al punto 8 del documento si prevede, «sulla base delle informazioni fornite dalla Turchia», l’estradizione di membri del Pkk, come presunti terroristi, ma anche degli appartenenti alle organizzazioni affiliate come l’Ypg curdo-siriano, le milizie che proteggono l’esistenza del Rojava, un esperimento politico laico, multi-etnico e multi-religioso che dovremmo preservare.

In tutto questo non si fa minimamente cenno al fatto che la Turchia occupa parti del territorio siriano e iracheno, che bombarda sistematicamente non solo le milizie armate ma anche i civili, curdi, siriani, iracheni, compresi gli yezidi, proprio coloro che soffrirono di più delle stragi e degli stupri dei jihadisti. Finlandia e Svezia toglieranno anche il bando alla vendita di armi ad Ankara. In poche parole si tratta di un via libera su tutta la linea a Erdogan per fare quello che vuole nel nord della Siria, in Iraq e, ovviamente, anche nel Kurdistan turco dove in anni passati sono stati rase al suolo città come Cizre. Consiglio il documentario “Kurdbûn – Essere curdo”, diretto dal regista curdo-iraniano Fariborz Kamkari, da mesi nelle sale italiane. Si comprende che tra un Putin e un Erdogan non passa poi molta differenza. In compenso Erdogan per bombardare i curdi usa i nostri elicotteri Agusta (Leonardo) e ricatta l’Europa con i suoi tre milioni e mezzo di profughi siriani, per cui l’Unione europea versa 6 miliardi di euro perché li tenga ben lontani da noi. Si chiama, per i valori occidentali, “esternalizzazione delle frontiere” e degli esseri umani. Il Sultano della Nato ha stabilmente insediato le truppe e occupato il territorio di altri Stati senza che nessuno osi alzare neppure il sopracciglio. È lui a decidere, con la nostra complicità, chi siamo noi, che cosa è davvero l’Alleanza atlantica e soprattutto anche il destino dei curdi, siriani e iracheni, da scambiare sul tavolo del negoziato per l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.

Fanno sorridere amaramente alcuni titoli dei giornali italiani del genere: “Erdogan cede alle richieste degli alleati”. Casomai è il contrario. E se ne accorgerà presto anche il presidente del consiglio Draghi atteso in Turchia per uno scottante bilaterale. Noi, per quanto ci riguarda, abbiamo già ceduto alle richieste turche: chiediamo il permesso ad Ankara anche per esercitare con le navi dell’Eni il diritto acquisito di trivellare nella zona greca di Cipro, cosa che naturalmente ha fatto infuriare gli ellenici. Figuriamoci quando ci toccherà discutere sulla zona economica esclusiva tracciata tra Turchia e Libia da Erdogan nel 2019 che allora salvò il governo di Tripoli dalle truppe del generale Haftar alle porte della capitale.

Ma l’Italia non ha molte carte da giocare se non chiedere al Sultano di aiutarci a mettere un po’ d’ordine tra le fazioni comandate anche dai turchi e a portare a casa qualche barile di petrolio e di gas libico, visto che all’ex colonia ci lega un gasdotto con una portata di 30 miliardi metri cubi, che sarebbero più di un terzo dei nostri consumi annuali. L’Italia, dalla caduta di Gheddafi nel 2011, è diventata in questi anni il Paese più esangue del Mediterraneo: va bene ricostruire l’Ucraina ma forse sarebbe più di nostra competenza avviare una sia pure timida azione di governo e diplomatica per una dignitosa ricollocazione del Paese dove è sempre stato geograficamente. In realtà stiamo dando al massacratore di curdi Erdogan tutte le soddisfazioni che vuole. Mentre il Sultano si potrà vantare di avere portato Svezia e Finlandia nella Nato ‒ rendendole ai suoi occhi alleati “ragionevoli” ‒ allo stesso tempo è in trattative con Washington per una nuova partita di caccia F-16 e forse gli Stati uniti gli sbloccheranno pure gli F-35, se rinuncia ad altre forniture di batterie antimissile S-400 di Mosca. E così Erdogan, contando sull’acquiescenza nostra e di Washington, ci dà dentro con la “sua” guerra ai curdi. Che noi naturalmente, da meschini alchimisti del doppio standard, facciamo finta di non vedere.

L’articolo è tratto da il manifesto del 30 giugno


Stavolta l’atlantismo è nudo. Come il re

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Atlantismo: Se l’Europa vivrà altre giornate sul filo del rasoio e delle telefonate tra i leader, come quella di ieri Putin-Biden, lo deve anche a se stessa. Biden nella telefonata con il leader del Cremlino, sembra quasi spingere Putin a entrare in Ucraina: minaccia ma non propone nulla. Una situazione per certi versi ineluttabile visto quanto accaduto negli ultimi vent’anni dopo essersi volontariamente cacciata nel cul de sac preparato dagli americani, con interventi militari dall’esito devastante che nel gergo comune si chiamano sconfitte, politiche e militari.

Sui nostri giornali campeggiano, a commento dei fatti ucraini, i cantori dell’atlantismo con frasi come queste: «Ogni Stato ha diritto di scegliersi gli alleati che vuole», «massima solidarietà agli Stati Uniti per mantenere l’ordine liberale».
Come il presidente americano Joe Biden, in caduta libera nei sondaggi (sotto uno storico 40% di consensi) e in lucidità (in tv confonde Afghanistan, Iraq e Ucraina), devono esser stati sconnessi da alcuni eventi e massacri recenti dove i princìpi occidentali, così propagandati, sono stati clamorosamente sbeffeggiati proprio dagli americani e dall’Alleanza atlantica.

Quale «ordine» liberale propugnano gli Stati uniti e la Nato? Quello che ha spinto Washington a usare i jihadisti contro l’Urss negli Ottanta? Quello dell’Afghanistan 2021? L’«ordine» dell’intervento inventato di sana pianta in Iraq nel 2003? Quello della guerra in Libia nel 2011 i cui disastri sono ancora sotto i nostri occhi?

atlantismoL’«ordine» americano che ci ha portato attentati in Europa e milioni di migranti trattati come oggetti e ricacciati nella disperazione, privandoci anche delle risorse energetiche dei nostri vicini? L’ «ordine» della Turchia, Paese Nato utile a massacrare i curdi con il Sultano Erdogan? L’«ordine» che silenzia e cancella i palestinesi?

Americani e atlantisti si arrogano il diritto di decidere cosa va bene e cosa va male aggrappandosi a princìpi di autodeterminazione dei popoli che sono i primi a violare.

Prendiamo la Siria: per anni Washington e Bruxelles hanno dichiarato che «Assad se ne doveva andare» ma per destabilizzarlo hanno incoraggiato Erdogan a mandare migliaia di tagliagole jihadisti dall’altra parte del confine. Hanno chiesto alla Siria di rompere i suoi legami con l’Iran e poi è intervenuta la Russia, storico alleato di Damasco.

Che cosa voleva l’Occidente, forse il bene dei siriani, tenuti ancora sotto drammatico embargo?
Che cosa pretendevano gli americani dall’Afghanistan? Vendicarsi dell’11 settembre 2001, come ha ammesso lo stesso Biden? Bene dopo l’uccisione di Bin Laden avrebbero potuto andarsene ma sono rimasti ad ammazzare più civili che talebani, ai quali hanno riconsegnato in mano il Paese e ora si vendicano contro la popolazione congelando i fondi afghani e ostacolando l’invio di aiuti umanitari.

Per non parlare dell’Iraq, attaccato nel 2003 per il presunto possesso di armi distruzione di massa che non esistevano e lasciando poi il Paese a uno dei maggiori massacri della storia.
E quali sono i diritti? Gli ucraini hanno diritto alla loro identità nazionale ma ce l’hanno pure i russi che vivono in quel Paese. A un’identità nazionale avrebbero diritto pure i palestinesi e mentre non si esita a imporre sanzioni a Mosca, a Teheran e Damasco non si possono neppure nominare eventuali sanzioni a Israele per gli insediamenti illegali secondo la comunità internazionale e le e Nazioni unite. Sono questi i princìpi occidentali? Questo è doppio standard.

E se parliamo dei curdi si arriva al paradosso. Usati dagli americani come fanteria contro i jihadisti, sono stati lasciati da Washington nel 2019 ai massacri di Erdogan e dei «suoi» jihadisti, che poi il “reiss” turco ha usato anche in Tripolitania e in Azeebaijan. Ma la Turchia non è un Paese della Nato e suo baluardo a sud? E di quali princìpi è mai portatore questo Paese se non il massacro dei suoi avversari? I cantori dell’atlantismo sono assai male informati.

Gli ucraini ora si sono affidati per il riarmo alla Turchia di Erdogan, accolto a Kiev come un salvatore. Francamente è difficile dire se sia una fortuna o meno. Putin trova dall’altra parte un suo nemico – in Siria, Libia, Azerbaijan – ma anche un autocrate con cui si mette d’accordo e al quale vende le batterie anti-missile. Putin ha persino riconosciuto Erdogan come possibile mediatore nella crisi ucraina. La Turchia è pur sempre un Paese della Nato, con le galere piene di oppositori: che cosa si può chiedere di meglio? Forse per Kiev è un passo avanti per sentirsi dentro l’Alleanza e in un mondo migliore. Auguri, come si dice.

Anche qui però, tra i cantori dell’atlantismo, c’è qualche segno di resipiscenza. E arriva stavolta, incredibilmente, dall’Italia
Il ministro degli Esteri Di Maio, in seduta congiunta delle commissioni esteri e difesa del parlamento, ha evocato l’articolo 10 della Nato secondo il quale ogni allargamento dell’Alleanza atlantica deve soddisfare un requisito che è quello di «contribuire all’accrescimento della sicurezza collettiva». In poche parole non si fa entrare un Paese se costituisce un elemento di destabilizzazione. Qualcuno per favore dica se l’allargamento della Nato a est ha portato alla nostra sicurezza o no.

 

L’articolo è stato pubblicato sul “Manifesto” del 13 febbraio 2022


Israele è “il dottor Stranamore”

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Stranamore

Con una dichiarazione congiunta i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Cina, Stati Uniti, Francia e Russia si sono espressi a inizio anno, e in vista della conferenza sul Trattato di non proliferazione (Tnp), per un futuro senza armi nucleari, sempre ambiguamente, visto che le detengono e le ammodernano per la cosiddetta «deterrenza». Peccato che alcune potenze atomiche come Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non aderiscano al trattato. Cose che in fondo riguardano pure l’Italia (80 testate), la Turchia (50), Germania e Olanda (20), tutte nazioni che aderiscono al programma Nato di nuclear sharing.

Israele poi non ammette neppure – a differenza di India, Pakistan e Corea Nord – di condurre test nucleari ma possiede circa 400 testate che può lanciare con missili, aerei e sottomarini e si oppone attraverso gli Usa a trattare seriamente un accordo nucleare con l’Iran. Dell’atomica presunta di Teheran si parla tutti i giorni, di Israele come unica potenza nucleare del Medio Oriente si tende a tacere. Soprattutto in questo momento dove gli stati arabi entrano nel Patto di Abramo con Tel Aviv firmando accordi economici, tecnologici (Emirati) e militari (Marocco) che stanno cambiando gli equilibri regionali.

StranamoreIsraele è il dottor Stranamore del Medio Oriente. E non a caso i tentativi iracheni (Osirak, 1981) e siriani (Deir ez Zhor, 2007) di entrare nel nucleare civile sono stati regolarmente bombardati da Israele che oggi con attacchi hacker e altri mezzi colpisce costantemente l’Iran, dal sabotaggio degli impianti all’assassinio degli scienziati iraniani. L’Iran, oltre alla Siria, è il vero poligono di tiro israeliano, quello che con cui invia alle potenze mediorientali il messaggio più diretto: siamo in grado di colpire ovunque e chiunque. Il bello è che nessuno dice una parola, neppure la Russia.

La potenza nucleare iraniana, insieme all’occupazione dei territori palestinesi, è l’emblema del doppio standard di cui gode lo Stato ebraico. Quella del nucleare israeliano è tra le questioni più ambigue che attraversano la storia recente della regione. L’introduzione dell’arma nucleare in Medio Oriente già alla fine degli anni Sessanta ha rappresentato un enorme “game-changer” strategico per i decenni a venire. Nel 1967, alla vigilia della guerra dei Sei Giorni, Israele aveva già la «sua» bomba grezza. Durante la Guerra dello Yom Kippur nel ‘73 vennero assemblate 13 atomiche, ognuna da 20 chilotoni.

Nonostante questo, e i numerosi conflitti in cui Israele è stato coinvolto negli ultimi decenni, la capacità nucleare israeliana non è quasi mai menzionata, né dai nemici né tanto meno dagli alleati. Ufficialmente non esiste alcun riconoscimento da parte del governo israeliano dell’esistenza di tale programma e ogni articolo della stampa israeliana che ne parla viene revisionato dalla censura della sicurezza nazionale.

Stranamore

Del resto Israele, pur di avere l’atomica, si è fatto beffe persino del suo più stretto alleato, gli Stati Uniti. All’inizio fu la Francia ad aiutare Israele a costruire il centro nucleare di Dimona (Beersheba), i legami erano così stretti che quando Parigi sperimenta negli anni Sessanta la sua atomica nel deserto algerino, gli israeliani sono gli unici stranieri presenti. Allora le divergenze tra Washington e Tel Aviv erano tali che gli israeliani dovettero accettare ispezioni americane ogni sei mesi. Le ispezioni durarono sette anni, dal ’62 al ‘69. Agli ispettori fu permesso di visitare soltanto il livello superiore del sito, mentre gli altri sei livelli sotterranei, ovvero quelli contenenti gli impianti di lavorazione e stoccaggio del plutonio per le armi, vennero occultati.

Il tabù nucleare venne messo a rischio dalle rivelazioni di Mordecai Vanunu, impiegato nel centro di Dimona che nel 1986 raccontò i segreti nucleari al Sunday Times. È interessante ricordare che gli israeliani, per non compromettere i rapporti con il Governo Thatcher, sequestrarono Vanunu a Roma dove si ritiene che l’operazione del Mossad sia stata insabbiata dalla procura, come ha scritto recentemente Michele Giorgio sul manifesto.

Vanunu è stata l’unica fonte interna sul programma atomico di Israele consentendo allora di valutare l’arsenale israeliano attorno alla cifra di 100-200 testate, di cui alcune anche termonucleari, indicando una potenza di 120-150 megawatt per ordigno, fra cui “boosted bombs” (ordigni a fissione potenziati), bombe al neutrone, testate trasportabili da F-16 e dai missili Jericho-II. Le boosted bombs evidenziarono un livello di sofisticazione il cui sviluppo avrebbe richiesto una serie di test nucleari che però non risultarono mai avvenuti.

Tutti sanno ma tutti tacciono. La Germania ha fornito a Israele i sottomarini di classe Dolphin con lanciatori per missili con testate nucleari. Questi sottomarini viaggiano ovunque, dal Mediterraneo, all’Oceano Indiano, al Golfo, tenendo sotto tiro i nemici ma adesso anche gli alleati arabi dello stato ebraico. Ecco un altro incentivo per entrare nel Patto di Abramo. Non è dato sapere a quanto ammontino oggi le testate possedute da Israele, tuttavia la comunità militare internazionale sostiene che il numero vada dalle 200 alle 400.

L’ex presidente americano Jimmy Carter in un’intervista al Time nel 2014 rispondendo alla domanda «Cosa pensa del nucleare dell’Iran?», disse: «I leader religiosi dell’Iran hanno giurato che non fabbricheranno armi nucleari. Se mentono, allora non lo vedo come una grande catastrofe perché avranno solo una o due armi atomiche. Israele probabilmente ne ha circa 300». Il Dottor Stranamore è servito.

 

 

L’articolo è stato pubblicato sul Manifesto del 6 gennaio 2022 col titolo Israele è “il dottor Stranamore”


Siria e Yemen L’anno delle guerre dimenticate e silenziate

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Siria e Yemen

Siria e Yemen. Di Siria e Yemen ormai si tace. Raddoppio delle colonie nel Golan, raid sugli Houthi: è il Patto d’Abramo tra Israele e Arabia saudita benedetto da Trump e ora da Biden.

Se non fosse per il Papa che ha ricordato le tragedie della Siria e dello Yemen qui nessuno ne parlerebbe più. Eppure si tratta di “guerre parallele”. Da una parte, nella penisola arabica, l’Arabia saudita si presenta come leader di una coalizione militare che difende il “legittimo” governo yemenita, un’accozzaglia di fantocci in mano a Riad che vorrebbe eliminare gli Houthi alleati dell’Iran. Dall’altra c’è lo stato ebraico che approfittando del conflitto siriano ha deciso di raddoppiare gli insediamenti nel Golan occupato nel 1967.

Siria e YemenIl tutto naturalmente con il silenzio complice dell’Unione europea che blatera di politica estera e di difesa comuni – e persino di una forza militare autonoma dalla Nato – quando non ha neppure un pensiero autonomo che sappia definire quale posto riveste, non si dice nel mondo, ma neppure alle porte di casa. I leader europei oggi offrono uno spettacolo indecente: non hanno mai nulla da dire di minimamente incisivo.

In particolare l’Italia, acquattata nella cuccia dell’Alleanza Atlantica come un cane da pagliaio il cui emblema sublime è un ministro degli Esteri inesistente.

Ma sarebbe ingiusto prendersela con una persona. È l’intero sistema dei partiti italiani che ormai non conta nulla, altro che sovranisti: o forse ci siamo dimenticati del segretario del Pd Enrico Letta che insieme a Salvini e a Tajani va sul palco del ghetto ebraico di Roma a dimostrare a favore di Israele che bombarda Gaza? È questa gente inutile che si prepara a eleggere il prossimo inquilino del Quirinale, a dimostrazione che nulla avviene per caso. Siamo già tutti d’accordo sul copione.

Essenziale ovviamente è il beneplacito degli Stati Uniti. Non solo quelli di Trump – che riconobbero l’annessione del Golan oltre che di Gerusalemme capitale dello stato ebraico – ma anche di Biden che vede nel patto di Abramo tra gli arabi e Israele la soluzione “ideale” ai guai del Medio Oriente e del Mediterraneo. Si tratta di una politica estera di rapina che intende legittimare quello che non viene riconosciuto da nessuna risoluzione Onu e dal diritto internazionale.

Non è vero che la Siria e lo Yemen sono guerre dimenticate. In realtà si vorrebbe che “dimenticassimo” ogni principio sulla legittima autodeterminazione dei popoli per assegnare a Israele e all’Arabia saudita pezzi di mondo che non gli appartengono in nome di una presunta stabilità internazionale. Un’idea che forse gli Usa e i loro alleati accarezzano anche in Libia, dove il caos istituzionale è il maggiore alleato per una spartizione del Paese cominciata nel 2011 quando la Francia decise di bombardare Gheddafi seguita da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Non è forse del tutto casuale che mentre in Libia si preparavano le elezioni e il loro fallimento, il figlio del generale Khalifa Haftar sia andato in Israele facendo balenare che sarebbe stato disposto, in caso di vittoria elettorale, a far entrare la Libia, o quel che resta dello stato libico, nel Patto di Abramo.

Quale è l’obiettivo? Quello di fare uno spezzatino del Medio Oriente e degli stati che si affacciano sul Mediterraneo lasciando che sia lo stato ebraico con i suoi alleati a menare le danze. Non è una storia di oggi ma è cominciata tempo fa quando gli Stati Uniti decisero di attaccare nel 2003 l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra nata da una menzogna, ovvero che il regime baathista possedesse armi di distruzione di massa. Ricordarlo non è secondario. Perché è su quella menzogna che si è fondata la disgregazione del Medio Oriente, degli stati della regione e di interi popoli.

Non si diceva, in fondo, che il colonialismo anglo-francese aveva creato stati con confini artificiali? Ed ecco la soluzione ai problemi di un secolo: basta distruggerli questi stati in modo che tra qualche decennio di questi Paesi non restino che dei moncherini, come gli stati balcanici dopo la fine della Jugoslavia. Tutto deve essere archiviato in un mondo di ex: l’ex Iraq, l’ex Siria, l’ex Libia. Quelli che non si devono assolutamente toccare sono dittatori, monarchi assoluti e anti-democratici che acquistano gli armamenti italiani e occidentali. Altrimenti dove andiamo a finire? Anzi a costoro dobbiamo lasciare spazio nelle guerre locali come lo Yemen per provare l’efficacia di questi armamenti contro la popolazione locale e i civili.

Sotto questo profilo l’Afghanistan quest’anno è stata una formidabile lezione per tutti. Basta leggere sul New Yorker la ricostruzione di come gli americani hanno liquidato mesi prima della sua caduta il governo di Ghani, che fastidiosamente reclamava un ruolo nella trattativa di Doha con i talebani. Non si disturba il manovratore. E la lezione è stata brutale: l’Afghanistan senza l’aviazione e i missili americani e della Nato era una semplice espressione geografica. E al diavolo anche tutte le chiacchiere sulla democrazia e i diritti umani o delle donne. Oggi l’Afghanistan dei talebani è un territorio alla fame, cancellato dalla mappa.

In questo quadro la Turchia e la Russia sono funzionali a una carta politica di popoli senza stato e senza diritti dove prendersi pezzi di territori siriani o libici. In Siria Ankara e Mosca manovrano per convincere i curdi a sottomettersi a Damasco rinunciando alla loro autonomia. In cambio di una Siria sotto sanzioni e senza una reale capacità di ripresa che ha come unica speranza di accordarsi con quelle monarchie del Golfo che insieme a Erdogan volevano distruggere il regime di Assad puntando sull’esercito dei jihadisti.

Ora Assad deve restare in piedi ma deve essere asservito anche lui al Patto di Abramo tra Israele e le altre dittature arabe. Ecco perché nessuno dice più una parola contro di lui ma arrivano i bombardamenti criminali israeliani a Latakia. Per favore, non disturbate il manovratore. Insediamenti illegali, bombardamenti su cui tutti tacciono. Di Medio Oriente sentiremo non solo parlare nel 2022.

 

 

Articolo tratto da il manifesto del 29 dicembre


In Afghanistan il fallimento umiliante dell’Occidente

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Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c’è stato «un fallimento epocale finito in maniera umiliante», titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: «La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale». Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di Stato Blinken – «abbiamo raggiunto gli obiettivi» – appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica.

Gli americani e la Nato dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto – “nation-building”, diritti umani, diritti delle donne – è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l’altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all’epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003.

Chi paga davvero il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent’anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni di afghani – di cui cinque-sei milioni sono profughi – vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L’Emirato II° forse sarà, si spera, un po’ meno duro o solo più pragmatico. Tra l’altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d’istruzione statale è allo sfascio. Vent’anni dopo l’invasione è una delle notizie peggiori. Con un’avvertenza: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese.

L’Afghanistan oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell’esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali. L’approccio Usa di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent’anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la “modernizzazione” non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti.

Il fallimento militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta – con il sostegno americano – e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L’Afghanistan può rappresentare un polo d’attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall’Emirato II° non fare mosse false come l’appoggio ad Al Qaeda nel 2001.

I Talebani, al momento, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell’Asia centrale.

Biden è apparso una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre “sbagliate”. Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa.
Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell’approvazione degli americani per il ritiro dall’Afghanistan. Un po’ di sondaggi e un po’ di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti.

L’articolo è stato già pubblicato su il manifesto del 16 agosto


Addio ad Angelo Del Boca, inviato speciale nella Storia

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Angelo Del Boca

Non c’è scaffale di libreria in questo Paese dove non si intraveda un suo libro. Come partigiano nell’Oltrepò e nella Val Trebbia fu tra i liberatori d’Italia, un’Italia che poi lui, da storico, liberò dallo stereotipo degli “italiani brava gente” coltivato durante un colonialismo spietato ma che ci ostinavamo a raccontare diverso dagli altri. Da inviato speciale del Giorno – diretto da un altro partigiano, Italo Pietra – ci ha lasciato cronache dall’Africa e dall’Asia indimenticabili, come indimenticabili sono i ritratti dei protagonisti di quel Novecento, da Nehru a Gheddafi, che Angelo Del Boca percorse e scandagliò in profondità.

È stato il maggiore storico del colonialismo italiano, il primo studioso italiano ad occuparsi della ricostruzione critica e sistematica della storia politico-militare dell’espansione italiana in Africa orientale e in Libia, e primo tra gli storici a denunciare i numerosi crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali fasciste.

Fu anche sempre presente nei momenti topici della nostra storia: intervenendo a contrastare sui media versioni false del passato e anche della cronaca contemporanea. Era il «nostro inviato» nella storia e nell’attualità. Sul manifesto di ieri Salinari ricordava la polemica con Montanelli sui raid con l’iprite in Etiopia. In Etiopia, Del Boca incontrò più volte l’imperatore Hailé Selassié, che gli aprì il suo archivio riservato. Del Boca scriverà un libro che diventò un best seller internazionale II Negus. Vita e morte dell’ultimo Re dei Re. Nel 2014 l’Università di Addis Abeba gli conferì una laurea honoris causa in storia africana rendendo Angelo Del Boca il primo italiano e il primo europeo a ottenere questo riconoscimento dall’Etiopia dopo la seconda guerra mondiale. Una stima che si è potuta leggere, affiancata a una serena critica, nel suo ritratto dell’imperatore etiopico in cui Del Boca conclude: «Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. È impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia».

Ma del Boca non guardava soltanto indietro. Il suo sguardo era puntato sempre anche sull’attualità. Criticò con forza i raid della Nato in Libia nel 2011 di cui ancora oggi tutti paghiamo le conseguenze. E intervenne anche con puntualità quando allora i media rilanciarono la fake news di fosse comuni con migliaia di vittime. La sua precisazione fu tagliente: «Innanzitutto è evidente anche dalle immagini che non si tratta di fosse comuni. Il luogo poi non è la spiaggia ma il cimitero di Tripoli perché si vedono un minareto e varie case che sono le ultime abitazioni della città, proprio dove comincia il cimitero». Non aveva mai smesso di essere un reporter. A Del Boca interessava appurare la realtà dei fatti, che fosse storia o cronaca.

E fu anche il primo a far raccontare la storia coloniale dai protagonisti e dai testimoni locali, non soltanto dalle fonti italiane, sempre di parte e assi edulcorate, se non censurate. Basta sfogliare alcune delle sue opere maggiori come Gli italiani in Libia ma anche alcune meno conosciute. Nello scaffale della libreria trovo un volume che forse è meno noto di altri, A un passo dalla forca, le memorie del patriota libico Mohammed Fekini. Nel 2006 Del Boca ebbe l’opportunità di consultare un documento di cui si ignorava l’esistenza, le memorie di Mohamed Fekini, capo della tribù dei Rogebàn, che come Omar el Mukhtar in Cirenaica fu uno dei più irriducibili oppositori alla dominazione italiana. Del Boca ci offre con la narrazione lucida e precisa di Fekini una ricostruzione finalmente completa e attendibile del periodo che va dal 1911, anno dello sbarco degli italiani a Tripoli, fino agli anni Trenta. Di quella conquista della “quarta sponda” che nell’arco di vent’anni fece 100mila vittime tra i libici.

Altro che italiani brava gente.

L’articolo è stato già pubblicato su il manifesto dell’8 luglio


Scontro di civiltà, all’amo di Erdogan abboccano tutti

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Con la febbre da Covid anche la politica internazionale è entrata in terapia intensiva. Il grafico della febbre si è impennato con il duello verbale tra Macron ed Erdogan, allargandosi all’Europa e a tutto il mondo arabo-musulmano.

La febbre potrebbe passare con un’aspirina se in gioco non ci fossero poste geopolitiche importanti, come il controllo del Mediterraneo, delle rotte del gas e del petrolio, delle influenze dal Nordafrica al Caucaso e gli stessi equilibri appena stabiliti dagli accordi di Abramo, la finta pace del mondo arabo con Israele voluta da Trump e dagli emiri del Golfo.

Erdogan questa volta non ha mosso truppe o mercenari jihadisti come ha fatto in Siria, in Libia e in Nagorno Karabakh ma ha mobilitato l’argomento preferito dalle destre americane, europee e musulmane: lo scontro di civiltà. E siccome – come cantava 40 anni fa Franco Battiato in Up patriots to arms – abbocchiamo sempre all’amo, questa volta il “reiss” turco, Sultano della Nato con missili russi e ambizioni neo-ottomane, ha fatto pesca grossa: nella sua rete sono caduti gli Emirati, il Pakistan, il Marocco, l’Arabia Saudita, l’Iran. Tutti più o meno solidali, con sfumature assai diverse, con l’attacco di Erdogan alla Francia di Macron, compreso il boicottaggio delle merci transalpine. Poi se costoro non compreranno più da Parigi i caccia Rafale, le navi da guerra e le bombe francesi è ancora tutto da vedere.

Ma è evidente che all’amo dobbiamo abboccare soprattutto noi, l’opinione pubblica, quella occidentale e musulmana, infilata dentro a uno scontro in cui tutti hanno da perdere tranne i padroni del vapore, che annaspano nella crisi dovuta alla pandemia e in quelle economiche-finanziarie, quindi hanno bisogno come non mai di distrarci con un duello rusticano sull’asse Parigi-Ankara e magari su quello ancora più ampio tra cristiani e musulmani.

L’importante è che tutto resti nell’ambito dei supermercati. Il Qatar ha annunciato di avere rinviato sine die la settimana della cultura francese, in Kuwait una catena governativa boicotterà i prodotti francesi, in Giordania nei negozi sono apparsi cartelli con il divieto di vendere prodotti transalpini. E in Turchia naturalmente Erdogan ha invitato la popolazione a non stappare più champagne. Vedete bene che l’affare si ingrossa in dimensioni che fanno dimenticare mascherine, tamponi e terapie intensive.

La realtà è ben diversa. Nessuno chiuderà gli acquisti di armi provenienti da Stati Uniti ed Europa, nessuno penserà neppure per un momento a fermare le fabbriche che in Turchia producono gli elicotteri d’assalto dell’Agusta che vendiamo anche al Pakistan. Come neppure l’Arabia Saudita annullerà l’intesa con la Francia per la costruzione di due centrali nucleari per un valore di 12 miliardi di euro.

Ma Erdogan ha ottenuto un risultato, forse ben calcolato: la sua propaganda anti-francese e anti-occidentale ha costretto persino i suoi nemici come emiratini e sauditi a schierarsi con lui nella «difesa» del mondo musulmano. Ma Erdogan non è un “mostro”. È soltanto un abile manipolatore che gli stessi europei e americani hanno contribuito a tenere in sella, additandolo persino come “modello” per il mondo musulmano.

Basti pensare alla Siria. Quando nel novembre 2011 Bashar Assad sembrava travolto dalla sollevazione anti-baathista, il ministro degli Esteri francese Védrine e il suo collega turco Davutoglu si incontrarono a Iskenderum per decidere come spartirsi l’influenza in Siria nel caso di caduta del rais di Damasco, ed eravamo nel pieno della rottura tra Parigi e Ankara perché la Francia aveva definito come un olocausto il massacro degli armeni. Entrambi fecero allora un calcolo sbagliato: i francesi lasciarono arrivare in Turchia i jihadisti dalla Francia che servirono a Erdogan, come quelli di molte altre  nazionalità, a combattere il regime siriano, poi salvato da iraniani e russi. I francesi volevano persino bombardare Damasco nel settembre del 2013. O ce lo siamo dimenticato?

Insomma turchi e francesi erano d’accordo, con ogni mezzo, a defenestrare Assad con il sostegno degli Stati Uniti seguendo la politica dello stay behind del segretario di Stato Hillary Clinton, mentre gli stessi francesi, con americani e inglesi, avevano già fatto fuori Gheddafi. Poi americani e francesi si sono tirati indietro, la Francia ha avuto in casa gli attentati jihadisti e tutto è cambiato. Ed Erdogan non deve essersi dimenticato neppure del sostegno occidentale e americano ai Fratelli musulmani al Cairo, prima che venissero eliminati nel 2013 dal colpo di stato del generale Al Sisi.

Insomma abbiamo fatto credere a Erdogan di essere un campione del rinnovamento musulmano durante le primavere arabe e ora non ci possiamo lamentare che si creda il nuovo Sultano. Tanto più che gli abbiamo lasciato massacrare i curdi, alleati contro il Califfato, e appaltato il “lavoro sporco” sui profughi sulle rotte dell’Egeo, nei Balcani e ora anche in Libia. Ma all’esca dello “scontro di civiltà”, in tempi duri come questi, siamo tutti pronti da abboccare.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 28 ottobre