L’umanità a un bivio: intervista a Emiliano Brancaccio

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All’impegno accademico come docente di Politica economica presso l’Università degli studi del Sannio (Benevento), Emiliano Brancaccio affianca un’intensa attività di opinionista. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul suo ultimo libro, Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico (Piemme, 2022), in cui l’autore, partendo dalle ricerche empiriche condotte da lui e da altri studiosi, offre a un pubblico non specialistico una ricognizione sul rapporto tra capitalismo e democrazia (per il video dell’intervista cfr. https://www.youtube.com/watch?v=3cpx1VXTLqg&t=4265s ).

Il filo conduttore del volume è l’invito a riscoprire quella che Brancaccio individua come la più importante tra le leggi tendenziali di sviluppo del capitalismo enucleate da Marx, quella della crescente centralizzazione dei capitali; un processo che, all’interno degli Stati nazionali, si riverbera in uno scontro finanziario e politico tra le diverse frazioni della borghesia (schematizzando: fra globalisti e sovranisti), mentre a livello internazionale si traduce in una competizione tra diversi attori geopolitici che, per assicurarsi quote crescenti del mercato globale, sono disposti a spingersi fino al conflitto militare.

Alla luce di questa analisi, la nostra discussione non poteva che cominciare dalla guerra in corso. L’evidenza empirica – ci spiega l’Autore – è «così sconcertante da indurci a riabilitare, a recuperare una teoria strettamente collegata al concetto di centralizzazione capitalistica nel senso di Marx: la teoria dell’imperialismo, una categoria che ci aiuta a capire che la guerra economica genera squilibri di tale portata, processi di sbilanciamento tra capitali forti e capitali deboli, tra capitali in attivo e capitali in passivo, tra creditori e debitori, da tramutarsi, a lungo andare, in potenziale conflitto fra nazioni, fino a sfociare in guerra militare». L’invasione russa dell’Ucraina, prosegue Brancaccio, può essere definita imperialista non solo perché non ha alcuna “nobile ragione” da addurre, ma anche perché nasce da lontano, ossia dalla crisi di un’altra “soggettività imperialista”, quella degli USA – e dei loro alleati – che l’Autore riconduce a un’inarrestabile crescita del debito estero, concomitante all’espansionismo militare e arrivata ormai a un punto di rottura.

Inevitabile a questo punto la domanda su come superare lo iato tra le evidenze teorico-empiriche della centralizzazione dei capitali e l’attuale condizione non solo materiale, ma anche culturale e di autopercezione di quello che dovrebbe costituire il soggetto trasformatore, ossia il frastagliato mondo del lavoro salariato (e di quello pseudo-autonomo). Da un punto di vista oggettivo, «la centralizzazione dei capitali – sottolinea Brancaccio – conduce sotto molti aspetti a un’uniformizzazione di classe, intesa come convergenza [al ribasso] nelle condizioni materiali di lavoro e di vita a livello internazionale». Chiediamo all’Autore se l’innegabile livellamento verso il basso delle garanzie giuridiche, delle retribuzioni e delle procedure di lavoro renda davvero superflua la prospettiva dell’intersezionalità, con la sua insistenza sulla concatenazione di forme di oppressione diverse (perché fondate non solo sulla classe, ma anche sul genere, l’etnia ecc.). La sua risposta – che farà discutere – è che tale approccio riflette una fase storica ormai conclusa, in cui il comando capitalistico veniva effettivamente esercitato attraverso il divide et impera. Oggi «il capitalismo ci emancipa dalle differenze, ma ci emancipa nello sfruttamento», osserva l’autore, che nondimeno ammonisce a non cadere in un rozzo positivismo. Il richiamo è a Benjamin e alla sua critica «di ogni tentativo di rappresentazione della storia secondo i canoni di modelli matematici di tipo lineare». La legge tendenziale della concentrazione dei capitali, che – ricorda l’autore nell’intervista – proprio perché “tendenziale” non è lineare, racchiude in sé una contraddizione potenzialmente catastrofica, «che pone un problema di soggettività rivoluzionaria», un recupero dell’idea di noi stessi come “attesi”, ossia la consapevolezza del nostro passato e di un nostro possibile destino altro; una condizione, questa, necessaria per arrivare preparati al bivio che ogni catastrofe dischiude.

Le linee di sviluppo, scientificamente riscontrabili, del capitalismo chiamano così in causa la componente messianica del marxismo. Questo non significa che la strada sia spianata: la tendenza oggettiva all’uniformazione si accompagna ad altre tendenze che non sono pacificamente risolutive, anzi, sono foriere di catastrofe, appunto. Non si può quindi pensare – ironizza Brancaccio – di sedersi sulla riva del fiume e aspettare di veder passare il cadavere dell’accumulazione capitalistica; occorre anzi costruire una lotta per l’egemonia, gramscianamente parlando, che marchi la sua distanza dalle forme “codiste” – così le definisce l’Autore – ossia forme che in ultima istanza servono gli interessi degli apparati capitalistici, perché prescindono dalla centralità della classe operaia; una categoria, quest’ultima, che certamente va ripensata (per includere anche figure apparentemente distanti dall’operaio classico), ma assolutamente mantenuta.

«La scoperta scientifica di leggi oggettive, impersonali, di riproduzione del capitale non è in contraddizione con la categoria diciamo pure scientifica di egemonia»; i due movimenti vanno di pari passo e quello che oggi si osserva – chiarisce Brancaccio – è «un movimento oggettivo, in particolare una tendenza verso la crisi capitalistica, e contestualmente una serie di problematiche nella pratica egemonica». Lo sbocco di tale crisi è, ovviamente, indeterminato e non possiamo escludere che la nuova forma egemonica di un sistema in cui la competizione economica trascende in conflitto militare assuma il volto del neoliberismo autoritario.

Per neutralizzare lo scenario catastrofico che può scaturire dalla crisi capitalistica, Brancaccio propone una pianificazione democratica. È un ritorno al keynesismo, gli domandiamo? La sua risposta è netta: non sussistono più le condizioni storiche che lo resero possibile; esso rappresentò infatti la risultante dialettica dello scontro tra capitalismo e socialismo. Oggi tuttavia questa tensione tra due campi contrapposti è del tutto assente ed è per questo – precisa l’autore – che qualsiasi recupero del keynesismo non può che assumere tratti reazionari, concretizzandosi in una politica economica volta a frenare la tendenza alla concentrazione dei capitali, per tenere in vita quelli piccoli.

La pianificazione di cui ci parla Brancaccio non è l’evocazione di un fantasma del passato: «in forme assolutamente primordiali, embrionali, prodromiche la pianificazione è già presente, come pezzo della crisi del capitale»: ad esempio, la centralizzazione del capitale finanziario porta con sé anche una centralizzazione dei processi decisionali. «Questo è evidentemente lo stadio embrionale di una crisi del capitalismo, anche di una crisi ideologica»: che ne è infatti della libera concorrenza tra una miriade di attori? La tendenza alla “ossificazione burocratica” peraltro non è una prerogativa dello stalinismo, è insita anche nella pianificazione capitalistica; del resto, non mancano nella storia – e nel presente – gli esempi di capitalismo integralmente lesivo di ogni libertà che non sia quella… del capitale, con buona pace della narrazione dominante. In che senso allora il piano può diventare garanzia di libertà? «La libera espressione dell’individualità, cara a Marx […], si manifesta nella repressione della libertà finanziaria del capitale, quindi in ultima istanza in un comunismo pianificatore della tecnica», puntualizza Brancaccio, invitando a recuperare le intuizioni marxiane ma anche quelle di Alexandra Kollontaj.  

Chiudiamo sollecitando la sua opinione sul movimento per il clima e sulla sinergia con altri movimenti sociali. L’emergenza climatica, riconosce Brancaccio, costituisce «la rappresentazione scenograficamente più efficace della categoria della catastrofe» e in quanto tale solleva il tema della rivoluzione: il capitalismo infatti è costitutivamente incapace di affrontarla. Non del mercato, ma di una rivoluzione pianificatrice c’è bisogno. Di questa necessità, nota l’autore, non tutto il movimento per il clima è consapevole; quanto all’unificazione delle lotte intorno alla questione ambientale, Brancaccio ritiene che per ogni movimento rivoluzionario sia fondamentale partire dalla percezione delle persone, per poi arrivare a visioni generali. «Dovremmo evitare – è la sua conclusione – di correre frettolosamente verso un tentativo di riunificazione intorno alla visione della catastrofe climatica», tornando piuttosto a costruire modelli di ricomposizione delle rivendicazioni sociali che partono dal vissuto delle persone, un vissuto plasmato dalla divisione in classi.

Il video integrale dell’intervista è disponibile sul canale youtube di Volere la Luna
al link
https://www.youtube.com/watch?v=3cpx1VXTLqg&t=4265s


Il Partito della sinistra svedese: ambizioni di governo e movimenti sociali. Intervista a Kjell Östberg

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Kjell Östberg è stato tra i fondatori dell’Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma, di cui è professore emerito; tra i più autorevoli storici svedesi, la sua ricerca verte sulle lotte e sul contributo alla democrazia del movimento operaio e, in generale, dei movimenti sociali. Tra le sue numerose pubblicazioni, un’apprezzatissima biografia in due volumi di Olof Palme, uscita tra il 2008 e il 2009, e il recente Folk i rörelse: vår demokratis historia (Popolo in movimento: la storia della nostra democrazia), 2021. Nei prossimi mesi uscirà per i tipi di Verso il suo The Rise and Fall of Swedish Social Democracy. Gli abbiamo posto alcune domande sul recente congresso del Partito della sinistra [in svedese Vänsterpartiet, V], svoltosi dal 4 al 6 febbraio 2022, cui ha partecipato in qualità di delegato.

Sei stato a lungo un dirigente del Partito socialista, di ispirazione trotzkista, battendoti per molti anni per la sua confluenza nel Partito della sinistra, realizzatasi infine nel 2019. Puoi spiegarci le ragioni di questa scelta e se esse hanno trovato una conferma nel recente congresso del V e nella politica che questo partito ha portato avanti in questi ultimi anni?

Il nostro gruppo, la sezione svedese della Quarta Internazionale, fu un prodotto della radicalizzazione degli anni Settanta. Avevamo smesso da tempo di essere un apparato di partito nel senso tradizionale e ci consideravamo piuttosto come un think tank, anche se nello stesso tempo molti dei nostri compagni erano in prima linea nella battaglia di opposizione condotta dai sindacati o erano attivi nei movimenti sociali. Ci ha ispirato l’ascesa, 10-15 anni fa, di nuovi, più aperti partiti che si fondavano sui movimenti sociali. La nostra valutazione è stata che il Partito della sinistra aveva il potenziale per diventare una tale “sinistra-mosaico” nonostante esso fosse molto impegnato dall’attività parlamentare. Quando il leader del Partito della sinistra [all’epoca Jonas Sjöstedt] ci ha apertamente invitato a confluire nell’organizzazione abbiamo accettato. Il recente congresso ha mostrato, da un lato, un rafforzato orientamento della leadership del partito ad assegnare grande importanza all’arena parlamentare, dall’altro, il profondo radicamento del partito stesso nei movimenti sociali. Questo ha provocato molte stimolanti collisioni.

Il discorso di Nooshi Dadgostar è stato molto pragmatico: oltre a rivendicare i risultati raggiunti (il V ha impedito la liberalizzazione dei canoni d’affitto e ha negoziato con successo un aumento storico delle pensioni, per citare solo i più importanti), ha insistito sul fatto che “la politica è compromesso”. In questo anno di campagna elettorale, come pensi che il V si giostrerà tra un’alleanza di governo con i Socialdemocratici – che sembra essere l’obiettivo della leadership – e la linea “movimentista”?

Il programma elettorale che costituiva l’argomento centrale di discussione del congresso portava chiaramente il segno del nuovo indirizzo tattico del gruppo dirigente, ossia allargare il bacino elettorale a un maggior numero di lavoratori al di fuori delle grandi città (nei cosiddetti comuni a vocazione industriale) e guadagnare credibilità come partito che porta avanti questioni concrete, importanti per la “gente comune”. Per apparire realisti, era necessario soffermarsi solo sulle rivendicazioni che si possono verosimilmente realizzare durante la prossima legislatura. Allo stesso modo, il programma doveva attenuare le richieste che secondo il gruppo dirigente avrebbero ridotto le chances di conquistare il sostegno di alcune categorie di lavoratori. L’esempio più lampante è quello del clima. La richiesta doveva essere quella di sostenere la riconversione delle attività produttive in accordo con gli obiettivi climatici; le formulazioni implicanti che anche i consumi vanno cambiati (ad esempio riducendo il consumo di carne o i viaggi aerei) andavano evitate. Né potevano essere presenti nel programma la richiesta di tutelare il diritto d’asilo o questioni legate al militarismo. Neppure parole come “socialismo” o “anticapitalismo” potevano comparire. In aggiunta a ciò, il gruppo dirigente ha esplicitamente dichiarato che il suo obiettivo è entrare nel Governo dopo le elezioni, anche se questo dovesse significare un accordo con il Partito di centro, che è, tra i partiti presenti in Parlamento, il più neoliberale e anti-sindacale. Degno di nota è che il congresso abbia deciso di approvare scelte che su alcuni temi vanno contro questo orientamento del gruppo dirigente. La più importante è forse quella che riguarda l’impegno per il clima: è passata l’idea che anche i consumi devono cambiare, benché con il supporto di un esteso intervento statale che abbia anche un impatto sulla redistribuzione del reddito, e che le foreste svedesi vanno difese dallo sfruttamento. Anche il diritto di asilo e il no alla Nato sono stati inseriti, così come la formula che il Partito della sinistra è un partito socialista. Questo risultato riflette il fatto che il Partito della sinistra è anche profondamente radicato nella battaglia per il clima, in quella antirazzista ecc.

Sempre durante i vostri lavori congressuali Nooshi Dadgostar ha detto: «non promettiamo tutto a tutti ma quello che promettiamo lo realizzeremo», cercando di trasmettere un’idea di realismo coerente. D’altro canto ha anche cercato di recuperare, attraverso la figura di Albin Hansson, una genealogia importante ai fini della cultura e della storia delle politiche sociali in Svezia. Questa operazione prepara solo il terreno a scelte pragmatiche, a riforme positive, o serve anche a delineare un nuovo orizzonte ideologico, capace di recuperare elementi profondi della storia e del vissuto di massa in Svezia?

Il gruppo dirigente del Partito della sinistra ha chiarito già da alcuni anni che è un partito riformista e si ricollega volentieri all’età d’oro della socialdemocrazia, rendendo perfino omaggio al “modello svedese” (dunque al corporativismo). Che la leader del partito [Nooshi Dadgostar] richiami Per Albin Hansson rispecchia questo orientamento e il tentativo di fare breccia nell’elettorato socialdemocratico. È chiaro però che pensare di ripristinare i presupposti del modello svedese senza quel movimento operaio eccezionalmente forte che ha caratterizzato la Svezia negli “anni d’oro” non è realistico.

Lucio Magri, parlamentare comunista, nel 1992 disse che l’Europa di Maastricht nasceva sotto un segno marcatamente autoritario, della radicale riduzione di ciò che non era mercantile, dell’emarginazione delle aree periferiche. Dopo 30 anni i risultati dell’Unione Europea “reale” sono sotto gli occhi di tutti. Nel vostro congresso il nodo europeo non è stato sicuramente al centro della discussione. Questo tipo di atteggiamento quale valutazione presuppone? Come valuti lo spazio dello Stato nazionale tra la possibilità di intervento pragmatico neo-welfaristico e la tentazione di considerare la verticalità dello Stato e della sua autorità come sola via per contrastare la globalizzazione neoliberale? Infine: quali vie dovrebbero essere sperimentate per la costruzione di una rete politica e di movimento, almeno europea, in grado di collegare le istanze sociali e ambientali della maggioranza delle persone?

L’atteggiamento della sinistra svedese nei confronti della cooperazione europea è stato a lungo negativo. Anche i socialdemocratici sono stati contro l’adesione all’UE fino agli anni Novanta; tra le altre ragioni perché temevano che la “cattolica” Europa avrebbe rappresentato una minaccia al Welfare State svedese. Quando hanno cambiato linea, hanno cercato di argomentare che la Svezia avrebbe potuto esportare il suo modello di Welfare negli altri paesi… Come sapete, la politica neoliberale dell’Unione europea (e dei socialdemocratici) da Maastricht in poi ha escluso la possibilità di questa “esportazione”. Nel referendum del 1994 solo il 52% dell’elettorato si pronunciò per l’adesione, nonostante l’intera élite politica, inclusi i socialdemocratici, avessero investito molto nella campagna per il Sì. Il Partito della sinistra è stato una delle forze trainanti nell’opposizione all’UE. Le sue argomentazioni non sono state scevre da elementi nazionalistici e la rivendicazione dell’“autodeterminazione nazionale” ha giocato un ruolo di primo piano. L’orientamento negativo verso l’UE ha fatto sì che un confronto su “un’altra Europa” sia in gran parte mancato e, come voi notate, il tema Europa non riveste alcun ruolo né nel manifesto elettorale né in altri documenti. La discussione sulle questioni che voi sollevate è, per farla breve, molto indietro. Nel Parlamento europeo gli eletti del Partito della sinistra sono stati attivi, contribuendo in modo significativo ai dibattiti sul clima e sull’uguaglianza di genere; sono stati altresì partecipi della costruzione di una rete europea della sinistra. Tuttavia il partito non ha attivamente preso parte alle mobilitazioni europee contro le ricadute delle politiche neoliberali. Nel programma del partito, la linea continua a essere che la Svezia dovrebbe lasciare l’UE. Alcuni anni fa il gruppo dirigente ha annunciato, senza consultare gli iscritti, che la richiesta non era più all’ordine del giorno. Al nuovo indirizzo non ha fatto seguito una discussione su una qualche strategia alternativa, al di là di quella di essere un partito attivo nell’europarlamento. Va osservato che, di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia – ma anche nell’ottica di sostenere la riconversione ecologica dell’industria svedese ‒, il Partito della sinistra ha recentemente avanzato la richiesta di “tagliare le linee elettriche” verso l’Europa e dunque fermare l’esportazione di energia (che al momento è a prezzi convenienti) verso l’Europa: una misura neoprotezionistica che forse non è così usuale presso la sinistra radicale…

Traduzione in e dallo svedese a cura di Monica Quirico


Norvegia: un partito ecosocialista nel paese del petrolio. Intervista a Ronny Kjelsberg

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Ronny Kjelsberg, fisico, insegna all’Università norvegese di Scienza e tecnologia di Trondheim; milita in Rødt (Partito Rosso) dalla sua fondazione (2007). Ha ricoperto vari incarichi nel partito, tra cui quello di consigliere regionale della contea di Trøndelag dal 2007 al 2015 e di presidente del Comitato per il programma nel 2014.

Nell’ultima tornata elettorale il Partito Rosso ha considerevolmente aumentato il numero dei suoi consensi. Questo risultato non è arrivato certo per caso. Qualcosa di più rispetto ad esso si può capire andando ad analizzare il voto rispetto, ad esempio, alle classi di età e alla collocazione delle elettrici e degli elettori nei loro luoghi di vita. Puoi dirci come avete organizzato il vostro lavoro politico sociale, che ha dato buoni risultati soprattutto tra i giovani e in ambiente urbano?

La crescita di Rødt non è stata casuale: rientra in un lungo piano sistematico. Quando ci fu un cambio di gruppo dirigente, nel 2012, e l’attuale leader Bjørnar Moxnes fu eletto per la prima volta, insieme con la vice Marie Sneve Martinussen e il segretario di partito Mari Eifring tra gli altri, Rødt preparò un piano sistematico per costruire l’organizzazione. Per molti anni il partito e i suoi predecessori erano rimasti intorno all’1%, o leggermente al di sopra, nei sondaggi e nelle elezioni. All’inizio, nelle elezioni del 2013, non si videro effetti, ma noi lavorammo a fondo, riscrivendo buona parte del nostro programma di partito per rimuovere un linguaggio interno che era codificato e renderlo così più accessibile alla gente comune; in modo simile ci siamo mossi con la nostra comunicazione. Per la prima volta riuscimmo a dare la priorità a campagne coordinate, condotte su scala nazionale. Prima di allora, il partito veniva talvolta scherzosamente rappresentato come una raccolta di gruppi locali con una politica estera comune. Da quel momento in poi, tuttavia, siamo diventati un partito che è in grado di porre questioni all’ordine del giorno dell’agenda politica nazionale, in particolare prestando grande attenzione ai problemi economici, intorno a cui una larga maggioranza della popolazione ha interessi comuni.
In una prima fase, ha avuto rilievo il problema dei “profittatori del Welfare”, ossia corporazioni private che realizzano alti profitti vendendo servizi di Welfare (come ad esempio le scuole materne) allo Stato e ai comuni, intascando in modo molto efficiente i soldi dei contribuenti. Questo e, successivamente, altri temi hanno offerto al partito l’opportunità di collegare sfide decisive nella vita quotidiana delle persone a una più ampia narrazione ideologica. Un primo punto di svolta furono le elezioni del 2017, quando raddoppiammo il nostro supporto e Bjørnar Moxnes fu eletto al Parlamento con un mandato diretto della circoscrizione di Oslo; poi abbiamo raddoppiato ancora nel 2021 con il 4,7% dei voti, superando la soglia nazionale di ammissione (4%) – il primo nuovo partito a riuscirci, da quando la soglia è stata fissata – e assicurandoci un totale di otto rappresentanti da tutto il paese.
È vero che abbiamo il sostegno dell’elettorato giovane e urbano, ma credo che non sia questo l’aspetto più interessante di Rødt. Si tratta infatti di una caratteristica piuttosto comune tra i partiti di sinistra, negli ultimi decenni. Ciò che colpisce di Rødt è che abbiamo registrato una crescita significativa in tutto il paese, inclusi i piccoli comuni rurali. Rødt è infatti cresciuto in tutti e 356 i comuni della Norvegia tranne uno. Se compariamo questi dati con quelli del Partito verde, che è posizionato in modo simile, notiamo una grande differenza. Anche i Verdi sono cresciuti molto nelle aree urbane, ma hanno perso voti in molte aree rurali del paese, mancando la soglia del 4% e conquistando solo 3 rappresentanti direttamente eletti dalle circoscrizioni elettorali. Sono convinto che una ragione decisiva di questo risultato sia stato il deliberato e programmato sviluppo graduale dell’organizzazione per l’intero paese, un processo che ha anche influenzato le politiche del partito. Nel momento in cui i nostri iscritti arrivano da ogni parte del paese, portando una molteplicità di situazioni di vita, è inevitabile che questo si riflette nelle nostre politiche

Passiamo al collegamento tra radicamento dal basso e presenza nelle istituzioni. Come valuti lo stato dei rapporti tra il tuo partito e i movimenti sociali attivi in Norvegia, da una parte, e dall’altra con il Partito Socialista di Sinistra e il Partito laburista? Il SV non è diventato parte del nuovo Governo, che dunque ha alla sua sinistra un blocco di oltre il 12%. Ma si può parlare di “blocco”? E che cosa vi aspettate dal nuovo Governo, alla luce della crescente involuzione delle socialdemocrazie nordiche?

Se torniamo indietro nel tempo di un paio di decenni, il Partito socialista di sinistra e la sua organizzazione giovanile dominavano molti dei movimenti sociali dell’epoca, come Attac o il movimento per la pace, mentre il Partito laburista era egemone nel movimento operaio. La mia impressione è che, di pari passo con la crescita del partito, diversi di questi movimenti si sentono più vicini a Rødt di quanto non lo fossero prima. Rødt non ha fatto alcuna forma di “entrismo” o simili. Direi semmai il contrario; constato infatti che diverse persone che ho conosciuto, attive in movimenti sociali ma non iscritte a un partito oppure iscritte ad altri partiti fino a qualche anno fa, si sono iscritte a Rødt recentemente. Penso che questo sia avvenuto semplicemente perché ritengono che il nostro partito sia utile e in sintonia con i loro valori in un modo inimmaginabile quindici anni fa. Il Partito laburista norvegese ha compiuto una modesta svolta a sinistra dopo la sua ampia svolta a destra negli anni Ottanta e Novanta, ma in una prospettiva storica di più ampio respiro rimane ancora in una certa misura a destra. Dall’altra parte, il Partito di centro, con base agraria, con cui ora i laburisti sono al governo ha intrapreso negli ultimi anni una certa svolta a destra – sforzandosi di conservare gli elettori che è riuscito a strappare ai partiti conservatori durante gli otto anni di governo di centrodestra. Questo rende il Governo in carica più centrista di quanto molti avessero sperato, ma il fatto che non abbia una maggioranza parlamentare alimenta la speranza che esso possa essere incalzato.
Si è verificata una significativa crescita delle forze a sinistra dell’attuale Governo e credo che questi partiti – Rødt, il Partito socialista di sinistra e I Verdi – dovrebbero collaborare per fare pressioni sul Governo, anche se per ora non sembra che questo stia accadendo in una forma estesa o formalizzata. Il Partito socialista di sinistra potrebbe entrare nel Governo, che diventerebbe così di maggioranza, e sembra soddisfatto di poter sfruttare questa posizione per fare pressioni sul Governo da solo, senza coinvolgere gli altri partiti. Può essere che con il tempo cambi atteggiamento.

La Norvegia, come noto, non aderisce all’Unione Europea anche se è firmataria di vari accordi in ambito continentale. Negli ultimi mesi, segnati dalla crisi sanitaria della pandemia da Covid 19, le decisioni prese dalla governance dell’UE sono andate nella direzione di un intervento finanziario verso i Paesi aderenti, per cercare di tamponare le evidenti difficoltà sociali e di bilancio. Questi interventi, che dovrebbero servire per ripensare i modelli economico sociali, non sono esenti da una ampia logica di restituzione dei prestiti. D’altro canto, proprio in queste settimane, gli stessi vertici europei hanno ribadito la loro incapacità di allontanarsi stabilmente dalle pratiche di austerità. Che idea ti sei fatto di questa Unione Europea? Come intendi orientare il lavoro del Partito Rosso in relazione all’impegno di altre formazioni di sinistra che si raccolgono, ad esempio, nel GUE/NGL o nel Partito della Sinistra Europea?

Rødt collabora con partiti dell’UE, a partire dai partiti scandinavi che fanno parte del GUE/NGL (il Partito della sinistra svedese e la danese Lista unitaria, la coalizione rosso-verde), fermo restando che noi siamo convinti oppositori di un’adesione della Norvegia nell’UE, come lo è tradizionalmente la sinistra nordica. Non vediamo svolte apprezzabili nelle politiche comunitarie e osserviamo che la nostra adesione all’EEA (l’area economica europea) talvolta spinge a privatizzazione e assoggettamento al mercato di ciò che un tempo era servizio pubblico, come la posta o il trasporto pubblico, nonché a un modello di scambi e di economia che alimenta crescenti disuguaglianze economiche e aumenta le emissioni fossili (benché esse non sempre finiscano nei bilanci di CO2 degli Stati membri dell’UE). Naturalmente seguiamo con interesse il dibattito all’interno dell’UE e della sinistra, e accoglieremo con favore ogni trasformazione dell’Unione europea, ma perché Rødt cambi posizione sull’adesione della Norvegia il cambiamento dovrebbe essere radicale. Per come è ora la situazione, credo che la sinistra norvegese possa realizzare molto di più per l’Europa adottando in Norvegia misure progressiste che sarebbero impensabili all’interno dell’UE a causa dei vincoli posti dai trattati e dimostrando così che altre soluzioni sono possibili, anziché aderire all’UE e poi cercare di “cambiarla dall’interno”. Non vedo nell’attuale sviluppo dell’UE alcuna fondamentale rottura con il modello neoliberale su cui l’Unione è stata costruita.

Siete stati criticati dagli ambientalisti per le vostre posizioni sull’energia eolica e, più in generale, per essere un partito “industrialista”. Come pensate di conciliare la difesa dei posti di lavoro con una radicale ristrutturazione dell’economia? E come si porta avanti la battaglia per il clima nel paese che è il primo produttore di petrolio in Europa? Oltre alle pressioni delle lobby, immaginiamo che incontriate anche forti resistenze culturali.

Questo è un tema interessante e su cui sono persuaso che disporre di un partito radicato in tutto il paese si rivelerà un punto di forza. Partendo dalla “cultura industrialista”, penso che, se vogliamo ottenere un consenso popolare per arrestare i cambiamenti climatici, allora dobbiamo presentare un programma dove possiamo realizzare questo obiettivo assicurando al contempo alla gente lavoro e Welfare. Ciò significa che abbiamo bisogno di stabilire altre forme di produzione industriale mentre eliminiamo gradualmente quella fondata sul petrolio, in modo che ingegneri, operai edili ecc. che ora sono occupati nell’industria petrolifera e in quelle ad essa collegate possano avere altri lavori. Ad esempio, si potrebbe usare l’energia idroelettrica prodotta in Norvegia internamente, anziché esportarla, per creare industrie amiche del clima. Rødt è stato precoce nel lavorare a piani del genere. Già nel 2009, due anni dopo la fondazione del partito, fu pubblicato il nostro primo “piano per un futuro libero dai combustibili fossili”; da allora questo documento è stato aggiornato e ampliato più volte.
Per quanto riguarda l’energia eolica, si tratta di un tipico caso di valutazioni confliggenti. Unitamente ai cambiamenti climatici, la distruzione dell’ambiente naturale è la grande minaccia alla vita su questo pianeta. Gli impianti eolici asfaltano e distruggono larghe aree della natura norvegese, un problema che non può essere preso alla leggera. La più grande organizzazione ambientalista norvegese, Naturvernforbundet (Società norvegese per la protezione della natura) a sua volta si oppone a questi impianti. Sorgono anche conflitti con i diritti della popolazione Sami: la Corte suprema ha recentemente giudicato illegale uno di questi impianti perché costruito su un terreno tradizionalmente usato come pascolo per le renne, dunque in violazione dei diritti della popolazione autoctona. Nel complesso, la mia opinione è che criticare chi resiste all’energia eolica sia un tantino semplicistico. Bisogna poi sempre fare confronti con le alternative, come spendere un ammontare simile di risorse nell’ammodernamento degli impianti di energia idroelettrica o semplicemente ridurre il consumo di energia.

Per restare in tema: la Norvegia è uno dei paesi per cui si parla di petrol populism, ossia una strategia, da parte dei populisti, che consiste nel “comprare” consenso politico facendo leva sui proventi delle risorse naturali. Il Partito del progresso, che tanto ha inciso sull’agenda politica del paese, è uscito ridimensionato dalle ultime elezioni. Pensi che sia il tramonto di un’epoca oppure anche in Norvegia il populismo di destra, al di là dei risultati elettorali, è ormai mainstream? Come contrastate la propaganda xenofoba tra i lavoratori?

Nel corso degli anni la Norvegia ha trasferito denaro dal settore petrolifero a quello che oggi è il più grande fondo sovrano di ricchezza del mondo; da noi la discussione molto spesso ruota intorno alla questione della “responsabilità fiscale”. C’è un accordo generale tra i maggiori partiti sull’opportunità di non usare più del 4% dei dividendi di questo fondo nel bilancio annuale del Governo. Rødt non accetta questo principio. Crediamo che il modo in cui il denaro è speso sia più importante di quanto ne viene speso. In particolare, noi troviamo ragionevole che una parte del denaro realizzato alimentando la crisi climatica debba essere utilizzata per rendere la società più equa e più sostenibile. Il problema del Partito del progresso è, a mio modo di vedere, duplice. Innanzitutto, i sette anni che ha trascorso in governi che hanno attuato massicce riduzioni delle tasse per i più ricchi e ridimensionamento del Welfare pubblico hanno definitivamente compromesso la sua credibilità come partito populista. Contemporaneamente, nel corso di alcuni decenni abbiamo assistito a un graduale sviluppo positivo tra la popolazione norvegese nell’atteggiamento verso le minoranze. Attaccare le minoranze e cercare di alimentare il panico morale è stata a lungo la strategia imboccata dal Partito del progresso quando scendeva nei sondaggi. Il potenziale di questa strategia risulta ora usurato. La strategia di Rødt consiste nel tenere sotto controllo la situazione economica, in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha interessi comuni, costruendo al contempo su questa base ponti di solidarietà tra status differenti per etnia, genere, sessualità ecc. Nello stesso tempo, respingiamo al mittente i tentativi della destra di fomentare il panico morale agitando lo spettro del politically correct o del più recente wokeness [il progressismo di facciata, secondo i critici, figlio della cancel culture], non fondati su dati quantitativi, con la palese ambizione di mettere l’una contro l’altra persone che hanno interessi comuni. Al momento, la nostra strategia sembra funzionare bene.

L’articolo è pubblicato anche su Trasform-Italia
(https://transform-italia.it/rodt-come-costruire-un-partito-utile-e-fedele-ai-propri-ideali/)

La traduzione dal e in inglese è di Monica Quirico


Sinistra e socialdemocrazia in Svezia. Intervista ad Ali Esbati

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Ali Esbati, parlamentare del Partito della sinistra svedese (Vänsterpartiet), è nato nel 1976 a Teheran; nel 1986 la sua famiglia si è trasferita in Svezia. È stato tra i fondatori, nel 2009, del think tank norvegese Manifest, legato al Partito rosso. Ha assistito al massacro di Anders Behring Breivik a Utøya; si è salvato per miracolo, nascondendosi nel bosco e sulla riva del lago. Durante il processo, Breivik ha indicato in sua moglie, la giornalista Marte Michelet, una nemica da colpire. Sul bilancio, individuale e collettivo, della strage Esbati ha pubblicato quest’anno il libro Si può sfuggire a un pazzo, ma non nascondersi da un’intera società. Utøya, 10 anni dopo.

Come giudichi l’epilogo della crisi di governo, innescata dalla decisione del tuo partito di ritirare la fiducia al Governo Löfven per impedire la liberalizzazione del mercato degli affitti? Siete stati accusati di essere irresponsabili, ma alla fine la liberalizzazione non è passata e la dipendenza del nuovo Governo Löfven dall’appoggio di due partiti del centrodestra, i Liberali e il Partito di centro, si è attenuata perché i Liberali si sono rifiutati di continuare a sostenerlo: una situazione che accresce i margini di contrattazione del tuo partito. Come sono cambiati i rapporti di forza tra sinistra e destra, ma anche all’interno della sinistra, cioè tra il tuo partito e i socialdemocratici?

Sarebbe più corretto dire che è stato il Governo stesso a provocare la crisi, nel momento in cui si è rifiutato di attenersi a ciò che il Partito della sinistra aveva chiesto fin dall’insediamento dell’esecutivo. Il Partito della sinistra si è semplicemente attenuto all’impegno che aveva preso quando ha dato il via libera al Governo Löfven. Si è visto chiaramente come la nostra condotta sia stata considerata netta e giusta, e pertanto meritevole di rispetto. Più in generale si può dire che è insostenibile costruire una maggioranza parlamentare che comprenda il Partito della sinistra, ma poi partire dal presupposto che le decisioni politiche si debbano basare sulla finzione che il Partito della sinistra – e i suoi elettori – non esistano. Credo sia importante che questa situazione sia stata illustrata concretamente. Il futuro ci dirà come cambieranno i rapporti di forza. Dipende da molti fattori: la mobilitazione intorno a questioni specifiche, le divisioni interne alla borghesia, il risultato delle elezioni politiche del 2022, e così via.

Ti giriamo la domanda che Channa Riedel ha sollevato in un articolo uscito su Arbetaren a giugno: che cosa comporta per il Partito della sinistra impadronirsi della retorica della folkhem (casa del popolo)? La vostra leader, Nooshi Dadgostar, nel dibattito parlamentare ha elogiato Tage Erlander (leader del partito socialdemocratico e primo ministro dal 1946 al 1969 e il contributo fondamentale dei socialdemocratici alla costruzione del “modello svedese”. Come si concilia questa eredità con la vostra dura critica del capitalismo e con i limiti “nativisti” dello stesso Welfare state, messi in luce da tempo da diversi studiosi? E come si ripercuote sulla vostra politica di alleanze, in particolare sui vostri rapporti con i Socialdemocratici, in vista dell’imminente dibattito sul bilancio e delle elezioni del prossimo anno?

I modelli nordici di Welfare, la cui costruzione porta l’impronta del movimento operaio, costituiscono per molti versi un esempio riuscito e progressivo di pianificazione sociale sotto il capitalismo. Ci sono state delle buone ragioni per tutta una serie di critiche da sinistra contro diversi elementi di questi modelli, ma nel complesso essi rappresentano, sotto aspetti decisivi, una sorta di riconoscimento di ciò che la lotta di classe ha prodotto in questi paesi. Sappiamo anche cosa succede quando questi sistemi vengono smantellati, come si è verificato gradualmente con l’avvento del neoliberalismo, e con particolare forza in Svezia, a partire dagli anni Novanta. Sono convinto che sia cruciale per la sinistra, se vuole avere un ruolo, partire da questa constatazione. Che ci sia tuttora un robusto sostegno popolare per i principi fondamentali del Welfare State è qualcosa da tenere in conto e su cui fare leva. La critica e l’azione anticapitalista non possono partire dalla “pura” teoria; piuttosto, devono poggiare sulla realtà concreta della società divisa in classi. In questo senso, fare presente il ruolo che il partito socialdemocratico ha svolto, ma non svolge più, può essere uno strumento retorico di rilievo. Se fosse l’unico argomento del Partito della sinistra, ovviamente sarebbe insufficiente, persino controproducente. Ma così non è. Gli sviluppi degli ultimi decenni hanno reso evidente come le componenti progressive del Welfare State siano possibili soltanto in presenza di una lotta di classe. Senza una continua, multiforme e organizzata lotta di classe la destra e gli interessi capitalistici subito guadagnano posizioni. Ci troviamo per giunta in una situazione in cui il neoliberalismo ha sbattuto la testa contro il muro e il capitale organizzato strizza l’occhio al populismo di destra e alla destra radicale autoritaria. Diventa allora prioritario salvaguardare e cercare di potenziare quei sistemi che possono riprodurre relazioni sociali di segno progressivo. Ciò detto, non è che la situazione sia semplice. Da un lato, è difficile vedere maggioranze parlamentari senza il partito socialdemocratico, quello che esiste nella realtà. Dall’altro, è chiaro che difficilmente questo partito può promuovere un maggior benessere sociale e una redistribuzione equa: al contrario, spesso li ostacola. È evidente come ciò crei una situazione complicata per la sinistra in senso ampio. È complicato prevedere che cosa succederà in autunno con il bilancio. È lo stesso Parlamento degli ultimi tre anni, nello stesso tempo è chiaro che il Partito della sinistra non può essere messo in una condizione in cui non può esercitare alcuna influenza. In una prospettiva un po’ più di lungo periodo ‒ le elezioni del 2022 e oltre ‒ è necessario che il Partito della sinistra svolga un ruolo più incisivo che non accontentarsi in Parlamento di “spostare a sinistra i socialdemocratici”.

Il Governo socialdemocratico danese ha deciso di negare di fatto il diritto di asilo per i migranti attraverso una sorta di esternalizzazione delle frontiere; quello svedese ha introdotto a luglio una nuova e più restrittiva legge sull’immigrazione. È possibile, dunque, tracciare un bilancio più complessivo della crisi della socialdemocrazia europea, che non risparmia quella nordica? E come dovrebbe muoversi la sinistra anticapitalista per sfruttare a suo vantaggio questa situazione?

La socialdemocrazia è indiscutibilmente in crisi da tempo. Nondimeno in Svezia i socialdemocratici sono stati in grado di rimanere al governo molto a lungo, anche perché – la metterei così – il sistema di welfare è stato così solido e popolare che ha alimentato valori progressisti in ampi settori della società. Anche il radicamento nel sindacato ha avuto il suo peso: vediamo che i partiti socialdemocratici che sono rapidamente collassati, ad esempio in Grecia e Francia, erano privi di questo stretto legame organico. Tuttavia il declino della salda socialdemocrazia nordica è stato lampante. La via che i socialdemocratici danesi hanno imboccato deve essere letta alla luce di un cambiamento di lungo termine dell’agenda politica danese e di un processo di ampia portata di normalizzazione di un linguaggio razzista, attivamente discriminante, nel discorso pubblico. L’idea di cercare di guadagnare terreno, sul piano della retorica ma in qualche misura anche su quello politico, rispolverando la coscienza di classe nelle politiche sociali (ma nello stesso tempo posizionandosi decisamente a destra nelle questioni che attengono i profughi, l’immigrazione e la “guerra di civiltà”) di per sé non è nuova. Pensiamo al tentativo fatto in Gran Bretagna sotto la targa del Blue Labour (Gruppo associato al Partito Laburista britannico che promuove idee conservatrici su questioni sociali e internazionali, tra cui l’immigrazione). Tuttavia i socialdemocratici danesi sono andati molto oltre e per giunta da una posizione di governo. Simili tendenze le ritroviamo anche tra i socialdemocratici svedesi, con forze al loro interno che vogliono spingersi ancora più in là. Credo sia palese come si tratti di una strada non solo pericolosa, ma anche destinata al fallimento. Non va bene individuare solo negli “altri” divisioni gerarchiche contrarie alla solidarietà fondate su etnia e “cultura”. Anche se può momentaneamente far guadagnare consensi, fa il gioco della destra. La sinistra deve lottare strenuamente per ricondurre quanto più possibile il dibattito politico e il conflitto alle questioni che attengono la vita materiale in senso lato: la distribuzione delle risorse, la progettazione del sistema di Welfare, le condizioni del mercato del lavoro. Questo non significa affatto rinunciare, o adeguarsi, alle “questioni di valore”. Ma occorre essere consapevoli che il populismo di destra ha come ragione di vita una rilettura fondata sulla dimensione etnica di tutte le tensioni che ci sono nella sfera socioeconomica, per spostare i conflitti sociali sul terreno “culturale” e emozionale.

Tu eri a Utøya il 22 luglio 2011; come sopravvissuto, cosa pensi del modo in cui quella tragedia è stata rappresentata in questi anni, a cominciare dal Partito laburista norvegese (Arbeiderpartiet)? Nel libro che hai recentemente pubblicato sul dopo-Utracconti di un clima sociale, in Norvegia come in Svezia, in cui elementi della visione del mondo di Breivik sono penetrati sempre di più nel dibattito mainstream: come se la strage non avesse insegnato nulla. Puoi spiegarci quali sono i segnali più preoccupanti di questa involuzione che descrivi?

Uno dei motivi principali per cui, poco dopo l’attentato terroristico, ho deciso di scrivere un libro – ci sono poi voluti dieci anni perché fosse pronto – è stato proprio il fatto che subito è partito un tiro alla fune sul modo in cui l’accaduto doveva essere raccontato e contestualizzato. Purtroppo è più la regola che non l’eccezione che del terrorismo di estrema destra si dia tendenzialmente, nel discorso pubblico dell’Occidente, un’immagine individualizzante e psicologizzata. Nel mio libro cerco di richiamare l’attenzione su questo. Un altro aspetto che analizzo nel libro è come certe formae mentis islamofobiche e identitarie e quelle che si potrebbe definire teorie complottiste si siano spostate da gruppi periferici di estrema destra al centro del dibattito politico. Penso ad esempio alle idee sulla “sostituzione di popolazione” che sarebbe in corso o sul marxismo culturale come élite che governerebbe il discorso pubblico, e così via. Idee che sono diffuse da affermati politici e commentatori. Non è un fenomeno limitato alla Norvegia e alla Svezia; è qualcosa che va di pari passo con una ristrutturazione dell’intero panorama politico, in cui assistiamo in primo luogo a una fusione o convergenza tra la destra tradizionale (quella conservatrice, talvolta liberale) e correnti e partiti populisti di destra o decisamente di estrema destra. Si può vedere in ciò una sorta di epilogo del dopoguerra, in cui le demarcazioni politiche che l’esito della guerra de facto tracciò nella politica dell’Europa occidentale si sgretolano.

Molt@ lavorator@, delusi tanto dal partito socialdemocratico quanto dal sindacato, ormai votano i Democratici di Svezia (Sverigedemokraterna), che a loro volta difendono il Welfare State n chiave nativista, per l’appunto: sì ai diritti sociali, ma solo per gli svedesi. Come vi muovete nei posti di lavoro, per contrastare la loro influenza? E come sono i vostri rapporti con il sindacato (la LO)?

È fondamentale rendersi conto che i Democratici di Svezia (in linea con la maggior parte dei partiti a loro affini) possono fingere di essere e apparire sostenitori dei diritti sociali – anche se puntano il dito contro gli immigrati in quanto minaccia al godimento di tali diritti da parte dei “nativi” – ma nella pratica hanno una politica economica inequivocabilmente di destra. I Democratici di Svezia hanno presentato un programma economico che va nella direzione auspicata dalle organizzazioni imprenditoriali e dai capitalisti. Tuttavia fanno in modo che non siano tali questioni a venire in primo piano, soprattutto quando si rapportano ai lavoratori iscritti alla LO. L’intervento del Partito della sinistra per contrastare l’influenza dei Democratici di Svezia nei luoghi di lavoro riguarda il tipo di conflitti politici che ho descritto prima. Consiste nel sottolineare la coincidenza di interessi e il bisogno di solidarietà. Ma si tratta anche di diventare un’alternativa attiva ai socialdemocratici, quando essi sono associati, con buone ragioni, alla sensazione di essere stati traditi o abbandonati dalla “politica” / stato. La LO come organizzazione a livello centrale continua a essere totalmente dominata dal partito socialdemocratico. Ma lo scopo del Partito della sinistra non è quello di fare sì che la LO recida il legame con i socialdemocratici. Nello stesso tempo, è essenziale che gli iscritti del Partito della sinistra che sono attivi nel sindacato abbiano il posto che meritano. Quando si discute il successo dei Democratici di Svezia nel collettivo della LO, non bisogna dimenticare che esistono grandi differenze tra le diverse federazioni. In quelli del settore privato a dominanza maschile – e in particolare i gruppi che sono stati molto colpiti dalla concorrenza dei bassi salari e dal social dumping – si è assistito a una sensibile crescita delle simpatie per i Democratici di Svezia. Nelle federazioni a dominanza femminile, soprattutto quelle dei dipendenti del settore pubblico, la situazione è diversa. Anche per il fatto che lì il Partito della sinistra è decisamente più forte.

Visto che fai parte della Commissione lavoro del Parlamento, ancora una domanda sul mercato del lavoro, per chiudere. In sede europea da tempo si discute di salario minimo. Un recente studio denominato “Reallocation effects of the minimum wage” e pubblicato dalla Oxford University Press per conto del dipartimento di economia dell’Università di Harvard certifica gli effetti della legge sul salario minimo introdotta in Germania nel 2015. La conclusione è che non solo si sono salvati posti di lavoro, ma sono aumentate le buste paga. In Italia il dibattito langue; puoi darci una tua valutazione su questo dibattito europeo, inserendola nel contesto svedese e le sue tradizioni di contrattazione collettiva?

Bisogna ricordarsi che i punti di partenza sono sensibilmente diversi. Nei paesi scandinavi l’introduzione del salario minimo per effetto di una normativa UE potrebbe risultare devastante sia per i livelli salariali che per la forza contrattuale del sindacato. Il rischio che in linea di principio vedono tutti gli attori sindacali in Svezia (e in Danimarca) è che il salario minimo funzioni di fatto come un tetto, anziché una base, di regolazione per vasti settori con una condizione di bassi salari. Per quanto riguarda la Germania, non bisogna dimenticare che i salari minimi sono stati introdotti dopo alcuni anni di decisa e catastrofica compressione dei salari più bassi da parte dello Stato (Hartz IV: forse la più importante delle quattro leggi di riforma del lavoro varate in Germania tra il 2003 e il 2005 per ridurre e razionalizzare le prestazioni di welfare ai disoccupati). In Svezia non siamo ancora a questo punto. Ciò non significa che io non comprenda o non simpatizzi con la necessità di tali regole in altri paesi, dove i presupposti e il modello di determinazione dei salari sono differenti, come ad esempio in Italia. Ciò che conta è che la normativa UE non imponga a Svezia e Danimarca l’adozione di un sistema salariale di fatto diverso.

L’articolo è pubblicato anche su Trasform-Italia (https://transform-italia.it/intervista-ad-ali-esbati/)

La traduzione dallo e in svedese è di Monica Quirico