C’era grande attesa alla Mostra del Cinema di Venezia per The Echo Chamber, il film che Bernardo Bertolucci non fece a tempo a girare, morendo nel 2018 a sceneggiatura appena terminata. Il progetto è ora finalmente arrivato a compimento, con la regia di Andrea Pallaoro, così come successe ad esempio con Amici miei (1975), ideato e sceneggiato da Pietro Germi che, ormai prossimo alla fine, scelse di passare il testimone a Mario Monicelli. Amici miei è poi diventato un film indiscutibilmente monicelliano, un grande successo e un pezzo di storia del cinema italiano. Questa operazione di appropriazione non pare invece sia riuscita a Pallaoro, quindi l’aspetto più interessante della visione è cercare, dietro le immagini, l’ultimo lascito del grande regista parmense.
Per Bertolucci ogni film era autobiografico, sia pure sotto maschere più o meno ingombranti. In questo caso il tema centrale è quello della malattia, che progressivamente gli aveva tolto la capacità di camminare. Però, come osservava la moglie Clare Peploe, «Bernardo aveva una grande forza, fino alla megalomania. Non accettava i cambiamenti del suo corpo. Sul set di Il tè nel deserto aveva difficoltà a camminare sulle dune, ma lo nascondeva e di certo non cercava l’inquadratura più facile. Il suo lavoro lo salvava, gli faceva scordare i dolori e la sedia a rotelle». Invece Leo (Luca Marinelli), il protagonista di The Echo Chamber reduce da un’operazione alla schiena che non ha risolto ma aggravato il suo problema, fa il contrario, mettendo il dolore al centro della sua vita e pretendendo di cancellarlo prima di tornare a vivere. Per questo si affida disperatamente alle cure di Anne (Alicia Vikander), una dottoressa che a un certo punto, innamorata di lui e incapace di vederlo soffrire, gli somministra degli oppioidi, rendendolo dipendente.
Ma prima che il dolore fisico facesse un prepotente ingresso nella vita di Bertolucci, già molti personaggi dei suoi film erano autodistruttivi per la paura del dolore psichico e cercavano di anestetizzarlo in vario modo, dall’eroina assunta dall’adolescente di La luna (1979) fino alla cinefilia e alla dipendenza affettiva dei tre ragazzi protagonisti di The Dreamers (2003). In quest’ultimo film, a salvarli dall’esito estremo di questo processo di autodistruzione (un suicidio collettivo col gas), arrivava un sasso scagliato dai manifestanti del maggio 1968: rompendo il vetro della finestra, faceva così finalmente entrare un’aria nuova, quella della contestazione.
Colpisce che in The Echo Chamber dalla strada, dal mondo esterno non arrivi invece nessuna spinta salvifica, anzi al contrario proprio lì si verifica l’avvenimento che inchioda per sempre Leo alla forma più estrema di dipendenza. Pessimisticamente per Bertolucci, nel mondo di oggi, era diventato quindi impossibile pensare che la dimensione pubblica, politica, potesse “dare la sveglia” e riscattare i drammi privati. E il finale del film richiama specularmente – a ruoli invertiti – proprio l’inizio di La luna, dove compariva la forma primigenia di alleviamento del dolore: il proprio dito intinto nel miele offerto dalla madre al protagonista poco più che neonato, per placarne il pianto. Un’immagine di regressione che è l’estremo saluto che ci ha lasciato Bernardo Bertolucci, prima di tornare a quello stesso non-essere che precede l’inizio di ogni nuova vita. O forse a un’altra dimensione dell’essere, come sembra rivelare una battuta di Ava (Susan Sarandon), personaggio che legge da un piano di superiore saggezza tutte le vicende del film: «Non avere paura dei morti, accoglili».

