Con un titolo che fa il verso agli annunci immobiliari, il documentario di Tiziano Locci e Tito Puglielli riflette sulla gentrificazione dei centri storici, nei quali la conversione degli edifici a locazioni turistiche o a immobili di lusso espelle e sradica i ceti popolari, cambiando l’anima delle città. Non lo fa con gli strumenti del cinema di denuncia, snocciolando cifre e fatti, né usando la cinepresa come un occhio indagatore e invadente, per smascherare interessi immobiliari e complicità politiche.
I due registi scelgono invece un singolo caso, quello di un palazzo antico del centro di Palermo. In realtà il soggetto, più che essere scelto, si è imposto da sé, perché Locci e Puglielli erano andati ad abitare proprio lì, da studenti fuori sede del corso di Documentario del Centro Sperimentale di Cinematografia. Si tratta di un palazzo nobiliare di fine Cinquecento; per decenni i proprietari avevano preferito evitare spese di manutenzione, affittandone gli appartamenti fatiscenti a basso costo, e con contratti sempre rinnovati, ma a breve termine, in modo da avere potenzialmente mano libera per la vendita. E questo spettro della vendita a un certo punto si presenta all’orizzonte dei condomini, ma come una voce vaga, che si materializza solo in qualche visita di agenti immobiliari, che avanzano insieme ai potenziali clienti tra i locali del palazzo, cancellandone il degrado con parole promettenti e ignorando la presenza degli attuali occupanti, come se questi ultimi fossero fantasmi destinati a svanire nel nulla all’apparire della prima betoniera.
Il documentario è la cronaca di questa lenta cacciata, raccontata come la resa di fronte a un nemico invisibile e quindi impossibile da affrontare. Gli inquilini se ne vanno ad uno ad uno e vediamo gli appartamenti, che abbiamo imparato a conoscere, pian piano spogliati e svuotati, tranne uno, arredato in stile arabeggiante e strabordante di oggetti accumulati in una vita da un eccentrico ottantenne, che ha creato una sorta di personale versione del Vittoriale di D’Annunzio. Anche questo appartamento è ovviamente destinato a soccombere, ma gli autori scelgono di non mostrarci quel momento e ce lo raccontano invece ancora pieno di ricordi, che sembrano addirittura prendere vita attraverso qualche fotogramma di sbiaditi VHS con le feste in abiti orientali che vi si tenevano tanti anni prima. Questa casa è un tempio alla memoria e i suoi altari sono le foto incorniciate sparse ovunque e vecchie lettere dalle quali spunta una ciocca di capelli, inviata tanto tempo fa da una persona amata e perduta. E il documentario, non raccontandone la distruzione, ma anzi incorporandone l’immagine viva dentro di sé, salva per sempre la casa e l’anima di chi ci abita.
Lo sguardo di Locci e Puglielli è ugualmente rispettoso e pudico anche quando si addentra in altri e più anonimi appartamenti, riservando loro quel rispetto che si addice a un luogo sacro, sacro perché contiene l’essenza delle persone e delle loro relazioni. Da questo punto di vista, Ampio appartamento in palazzo di pregio si potrebbe accostare a La casa della vita di Mario Praz, applicato però non ai mobili in stile impero e alle collezioni d’arte, ma ai più umili oggetti che vivono con noi e sui quali la cinepresa indugia, brutti soprammobili e bidoni della spazzatura compresi. Allo stesso modo sembra accarezzare le ferite del vecchio edificio e le altre presenze che silenziosamente lo abitano: rondini, gatti, granchi (siamo vicinissimi al mare) e perfino topi messi in fuga dai lavori in corso, correlativo oggettivo degli stessi condomini.
Colpiscono la rassegnazione, l’inerzia, il fatalismo degli abitanti del palazzo, che non tentano neppure di opporsi alla diaspora o di chiedere un aiuto a enti pubblici o ad altre organizzazioni, come se avessero ormai interiorizzato l’inutilità di opporsi alla corrente, alla quale ci si può solo abbandonare. Purtroppo questo ci dice molto dello spirito del nostro tempo e balza tanto più all’occhio se confrontiamo questo documentario con Il gatto (1977), un film di Luigi Comencini che racconta una storia molto simile, ma nel quale è messa in scena una lotta senza esclusione di colpi tra proprietari e condomini. Ma lì eravamo negli anni Settanta e non tutto era ancora perduto.
Attualmente il documentario è in tour attraverso alcune delle città più gentrificate d’Italia, accompagnato dai suoi registi; in autunno arriverà anche a Torino (presso Il Piccolo Cinema), Genova, Firenze e Napoli. Meriterebbe senz’altro di trovare una distribuzione più ampia o di essere visibile su di una piattaforma di servizio pubblico come Raiplay: speriamo accada!

