Nico (Marco Fiore) è un bambino milanese di 10 anni. La scuola è finita, la baby-sitter Violetta (Camille Dugay Comencini) se ne va perché si sposa e i genitori, che nel film non si vedono mai, lo spediscono in Sicilia dalla vecchia prozia Gela (Aurora Quattrocchi). Lo sviluppo è abbastanza prevedibile, con un primo approccio difficile tra due personaggi scontrosi, che rappresentano mondi opposti, ma sarà il dolore ad accomunarli. Nico soffre per l’allontanamento da Violetta, vissuto come il tradimento di un primo amore infantile; Gela perde Frank, il cane suo unico compagno di vita, e in questa fine rivive forse un lutto amoroso più antico, che l’ha portata a chiudersi molto tempo prima.
Teatro di scontri e incontri è l’appartamento della donna, pieno di immagini sacre (sconosciute e quasi spaventose per il bambino, impressionato dal sacro cuore di Gesù) e “buone cose di pessimo gusto”. Una casa governata da leggi immutabili che Nico dovrà imparare a osservare, come il pisolino pomeridiano, la preghiera prima di pranzo e il divieto assoluto di aprire finestre e balconi per non far entrare il caldo. L’appartamento è a sua volta inserito nel microcosmo del palazzo in cui si trova, che sembra popolato esclusivamente da nonne e nipotini (e anche con questi ultimi Nico faticherà non poco prima di entrare in sintonia).
Le anziane si dividono tra la cucina (solo di piatti rigorosamente tradizionali), la chiesa e il salotto buono, dove giocano a carte o fanno i tarocchi per risolvere il mistero dei fantasmi che abiterebbero il palazzo. I nipotini giocano in cortile a palla e a nascondino, ma a volte si spingono anche a esplorare di nascosto qualche appartamento in assenza dei proprietari, non senza la paura di incontrare uno dei famosi fantasmi. Solo nel finale questa dimensione chiusa dello spazio, che simboleggia ovviamente la chiusura emotiva dei protagonisti, si aprirà con una gita al mare insieme alle altre nonne con i loro nipotini. La riapertura alla vita di Nico e Gela è accompagnata in colonna sonora da un valzer, una musica che esprime perfettamente il nuovo irrompere del tourbillon de la vie.
Pur nella sua prevedibilità, Gioia mia è piacevole e ben girato, anche se fa venir voglia di rispolverare la famigerata categoria di “film carino” che si usava negli anni Ottanta, quando la crisi del nostro cinema era così nera che film di questo tipo venivano accolti con sollievo ed entusiasmo, come il premiato esordio di Francesca Archibugi (Mignon è partita, 1988), anche quello raccontato dal punto di vista di un tredicenne alle prese con la prima delusione amorosa. Ma il film della Archibugi aveva almeno piccole asprezze che a Gioia mia mancano completamente, in una visione ovattata e senza zone oscure. La matrice autobiografica del racconto, sia pure camuffata dalla scelta di un protagonista maschile, porta al vagheggiamento nostalgico di un mondo fuori dal tempo e fa velo alla realtà: un velo di zucchero.
C’è infine da dire che anche Gioia mia – come a suo tempo Mignon è partita – è stato pluripremiato ai David di Donatello. Al netto di alcuni indubbi pregi del film, ci dice forse qualcosa anche sullo stato del nostro cinema?
