L’“arte della gioia” di Goliarda Sapienza al cinema

Arriva al cinema con la regia di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini il romanzo L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (o meglio la sua prima parte); sono due film per il grande schermo, ma anche sei puntate per il piccolo. Una formula di duplice fruizione testata non molto tempo fa con Esterno notte (2022) di Marco Bellocchio.

Il romanzo, uscito postumo nel 1994 e solo grazie alla caparbietà del vedovo dell’autrice, ha una trama così fitta di avvenimenti e colpi di scena da prestarsi perfettamente alle modalità di racconto delle serie televisive e ci si potrebbe domandare come mai ci sia arrivato così tardi. Il motivo sta senz’altro nella personalità della sua eroina, Modesta, decisamente improponibile in prima serata sulla Rai (ma anche su Mediaset): una pluriomicida neppure simpatica e che non è al centro di un romanzo giallo, ma piuttosto di un romanzo di formazione femminista ambientato nel primo quarto del Novecento. Un simile personaggio non è invece così fuori luogo fra le proposte della tv on demand (Sky), che sembra avere confini più ampi e mezzi sufficienti per garantire opulente scenografie – e costumi – d’epoca.

Modesta sembra modellata sulla protagonista di un grande romanzo a puntate dell’Ottocento, la Becky Sharp della Fiera della Vanità (1848) di William Makepeace Thackeray. Come Becky, anche Modesta è una ragazza di umili origini che compie la sua scalata sociale non grazie alle sue buone qualità premiate dal destino, ma più realisticamente per la sua mancanza di scrupoli e capacità di manipolazione. La differenza fondamentale, però, sta nell’atteggiamento dell’autore. Thackeray ha simpatia per Becky, anche solo per il modo impietoso con il quale rappresenta la società, per cui la ragazza non è che un mostro fra i mostri, con il torto di essere nata dalla parte sbagliata. Ma la sua ascesa è travagliata e non mancano le cadute e gli scherzi del destino che la riportano indietro, con un finale che non è certo un’apoteosi. La Sapienza, invece, sposa in pieno il punto di vista della sua creatura, la cui ascesa è inarrestabile; a giustificare la sua amoralità basta che lo scopo sia il perseguire appunto “l’arte della gioia”, ossia un desiderio di autoaffermazione. E riguardo ai morti che lascia dietro di sé, Modesta potrebbe dire, come lo Zarathustra di Nietzsche: «Erano gradini per me, li ho saliti; a tal fine ho dovuto oltrepassarli».

La trama del romanzo è di gusto così platealmente ottocentesco che la prima parte del film, pur svolgendosi a inizio Novecento, sembra ambientata un secolo prima, visto anche il tasso di atemporalità insito nei due contesti rappresentati: la poverissima campagna siciliana e un convento che sembra quello della monaca di Monza, anche solo per la bellezza della madre superiora Leonora (Jasmine Trinca). Quello che manca però, e che invece non mancava a Manzoni, è la resa della complessità dei caratteri e della loro ambiguità. Il passato di Leonora e la sua monacazione forzata infatti non traspaiono né dalla recitazione della Trinca né dalla regia ed escono solo dalla sceneggiatura, come inaspettati conigli dal cilindro. Lo stesso può dirsi per Modesta (Tecla Insolia), che sembra ridursi a una fredda e scaltra simulatrice. Una scelta legittima, ma la freddezza avrebbe richiesto la cifra stilistica dell’ironia (come in Thackeray), mentre si vuole al tempo stesso celebrare l’istintualità di Modesta. Il risultato è un racconto che non coinvolge emotivamente né diverte intellettualmente, tranne che per il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi, la principessa Gaia Brandiforti. Solo la grande interpretazione dell’attrice riesce infatti a dare l’acqua della vita al suo bizzarro personaggio, tra il sarcastico e lo snob.

Un appunto, infine, riguarda la scelta delle location, più magniloquenti che espressive o filologiche. In particolare sulle scene relative al convento, girate per lo più al castello Odescalchi di Bracciano, pesa l’ovvia genericità architettonica rispetto al preteso istituto religioso, il che non aiuta certo a renderne il clima oppressivo. Invece villa Valguarnera a Bagheria, set principale di villa Branciforte, è una scelta coerente ma poco valorizzata da un punto di vista registico rispetto alle percezioni che ne dovrebbe avere il personaggio, che non ha mai visto prima tanto splendore. La meraviglia di Modesta è resa facendola semplicemente saltare sul suo bel letto, accarezzare le tende e accendere e spegnere un’infinità di volte il lampadario con la luce elettrica. Ancora una volta una soluzione di sceneggiatura, non di regia.

Detto questo, anche solo per il profluvio di avvenimenti lo spettacolo non annoia, ma più dalle parti del feuilleton (e della televisione) che da quelle della letteratura (e del cinema). Potrebbe essere oggetto di dibattito in che percentuale questo risultato vada diviso tra il duo Golino-Gelormini e Goliarda Sapienza e non è detto che l’esito sia scontato. Che il difetto fosse nel manico?

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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