Valerio Zurlini, la grazia nonostante tutto

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In questi giorni la Cinémathèque française, una delle più importanti istituzioni mondiali in campo cinematografico, ha dedicato a Valerio Zurlini (1926-1982) una retrospettiva, definendolo «uno dei cineasti più talentuosi della sua generazione», e si pensi che è stata una generazione che annoverava personaggi come Federico Fellini, Francesco Rosi e Pier Paolo Pasolini, tutti nati come lui negli anni Venti.

Nell’eccezionale fioritura della nostra cinematografia negli anni Cinquanta-Sessanta, la critica italiana ebbe dei prediletti, ai quali dedicò maggiori attenzioni, e qualche clamorosa sottovalutazione; spesso è stata poi proprio la critica d’oltralpe a rendere per prima il giusto merito ad alcuni registi, schiacciati come Zurlini fra cinema commerciale e cosiddetti film d’autore. Espressione che Zurlini non amava, «perché fa credere all’autore di essere più importante delle cose che dice e di chi lo deve ascoltare». Nel cinema di Zurlini c’è invece una profonda capacità di ascolto delle ferite che la storia (e la società) lasciano sulle persone, dal 25 luglio 1943 (Estate violenta, 1959) al cinismo del boom economico (La ragazza con la valigia, 1961) fino alla crisi degli anni ’70 (La prima notte di quiete, 1972). Non a caso avrebbe dovuto girare anche Il giardino dei Finzi Contini dal romanzo di Giorgio Bassani, un autore che gli era profondamente affine e che aveva approvato la sua sceneggiatura, mentre non si riconobbe affatto nell’opera poi girata da Vittorio De Sica, che pure vinse l’Oscar come miglior film straniero (1972). Ma del dolore e dell’insensatezza del mondo Zurlini percepisce sempre anche una dimensione metafisica, che diventa preponderante nel suo ultimo film Il deserto dei Tartari (1976), tratto dal romanzo di Dino Buzzati.

A questo pessimismo, però, il regista oppone sempre una potenziale – anche se molto precaria – apertura, che il titolo della rassegna francese mette in risalto: La grazia nonostante tutto. Come scrive Jean-Christophe Ferrari, «l’unica via d’uscita per i personaggi zurliniani di fronte al mondo volgare e crudele è l’esilio nel deserto. Uno spazio sia fisico (le spiagge di Estate violenta e La ragazza con la valigia che prefigurano Il deserto dei tartari) che morale (si pensi al modo in cui Zurlini filma le stanze vuote e gli spazi urbani abbandonati e affogati nella nebbia in Cronaca familiare e La prima notte di quiete). Fuggendo nel deserto, questi personaggi compiono il gesto dell’eremita poiché è nella solitudine – da soli o con un’anima sorella – che cercano la grazia. Una grazia che a volte trovano. Pensiamo a certi momenti di condivisione tra i due fratelli in Cronaca familiare o al ritirarsi degli amanti di La prima notte di quiete in una villa abbandonata sulle rive dell’Adriatico. Una grazia struggente e discreta che vibra nei paesaggi che Zurlini spesso avvicinò e trattò come un pittore (dopo aver studiato storia dell’arte, il cineasta frequentò numerosi pittori tra cui Morandi e Balthus, alle opere dei quali dedicò saggi tanto vibranti quanto penetranti). Una grazia che si incarna anche nella scrittura lirica del cineasta: un lirismo della modulazione – costantemente sull’orlo dell’interruzione, costantemente perseguito – di una stessa tonalità emozionale». E la sua cifra stilistica, priva di qualunque inutile virtuosismo, diventa proprio sostanza di questo lirismo che irrompe nei rari momenti in cui i suoi personaggi sperimentano la grazia, con una temporanea sospensione della prosa del mondo. Basta vedere, ad esempio, in La ragazza con la valigia come l’andamento narrativo del film, fatto prevalentemente di dialoghi e campi lunghi o medi, si apra talvolta alla poesia, cioè ai momenti nei quali il film si ferma e si sofferma sui primi piani dei personaggi, lasciando che solo la musica ne esprima i sentimenti attraverso le variazioni sul tema per clavicembalo di Mario Nascimbeni; una musica che sembra veramente far parte di un altro mondo rispetto a quello a cui sono inchiodati i protagonisti, marchiati dalle differenze di classe che rendono il loro amore impossibile.

Nell’arco della sua breve vita Valerio Zurlini girò solamente otto film, fedele a una sua idea di cinema che lo portò a non accettare compromessi e a lasciare tanti progetti incompiuti, come racconta lui stesso in un libro bellissimo e struggente, Gli anni delle immagini perdute (1983). Questo è anche il titolo di un documentario su Zurlini di Adolfo Conti, disponibile su Raiplay, che è un ottimo primo approccio al regista. «Un maestro del cinema italiano e, insieme, un cavaliere solitario, mite e combattivo»: così è definito in Destino e finitezza. Su Valerio Zurlini, un volume del 2011 che insieme ad altri studi testimonia una nuova attenzione maturata negli ultimi anni da parte degli storici del cinema.

Ora la speranza è che anche gli spettatori scoprano che il piccolo, prezioso patrimonio di film che Zurlini ci ha lasciato deve essere assolutamente visto.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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