“Una spiegazione per tutto” e l’Ungheria di Orbàn

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Una spiegazione per tutto” è il film del regista ungherese Gábor Reisz che ha vinto la sezione Orizzonti alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e che viene presentato dalla stampa come «una cartolina dal paese di Orbàn», «uno spaccato profondo delle contraddizioni dell’Ungheria di Orbàn», «una riflessione politica sull’Ungheria di oggi» e via di questo passo. Dunque, motivati dal fatto che l’Italia sembra prendere pericolosamente la stessa china dell’Ungheria, si va a vedere il film pensando sia quanto mai opportuno tentare di capire qualcosa di più della situazione di quel paese grazie a un punto di vista interno.

Quest’intenzione è in parte messa in crisi già dalla forma del film, strutturato per brevi capitoli con un titolo che esplicita anche quale sia il personaggio su cui di volta in volta ci si focalizza (ad esempio: «Lunedì Abel scoprì di essere innamorato») e con salti avanti e indietro nel tempo. Specie all’inizio non è facilissimo orientarsi in questa frammentarietà, che vorrebbe restituire le ragioni di tutti i personaggi, calandosi fra loro.

Fulcro della storia è Abel, che sta svogliatamente preparando il suo esame di maturità, innamorato non ricambiato di una compagna di classe, Janka. Fa parte di una famiglia piccolo borghese, unita e affettuosa. In particolare il padre, un architetto, è molto presente, si prende cura della casa, cucina, parla con il figlio, preoccupato della sua preparazione per l’esame. Parallelamente vediamo la famiglia di Jakab, che scopriremo poi essere il professore di storia di Abel e Janka. Ci viene presentato subito come un uomo piuttosto egoista, un belloccio concentrato su sé stesso, che non ha mai tempo per i propri figli che scarica costantemente alla moglie. È sgradevole anche nelle interazioni con gli altri, sempre convinto di avere ragione e piuttosto privo di tatto. Il punto di incontro di queste storie parallele è la prova di storia dell’esame di maturità di Abel, nella quale il ragazzo fa scena muta, un po’ perché impreparato, un po’ perché convinto che il professore ce l’abbia con lui da quando suo padre ci ha litigato per motivi politici, durante un colloquio scolastico. Abel, dunque, sarà bocciato. Ma durante l’esame il professore, forse semplicemente per dire qualcosa e spezzare l’imbarazzante silenzio, chiede al ragazzo come mai porta sulla giacca la coccarda tricolore. Si tratta di un simbolo patriottico che gli ungheresi portano nella festa del 15 marzo, a ricordo della rivoluzione antiasburgica del 1848, ma ora diventato distintivo dei nazionalisti orbaniani. Forse il ragazzo l’ha semplicemente dimenticata dall’ultimo 15 marzo sull’unico vestito buono, anche se effettivamente la sua famiglia simpatizza per quella parte. Da questa frase però scoppia un caso nazionale, complice una giovane giornalista che, vedendoci uno scoop che può favorire la sua carriera, ci scrive un articolo, ipotizzando una bocciatura per motivi politici. Il ragazzo ripeterà l’esame, il professore rischia il posto di lavoro.

Il regista, dunque, non presenta uno scontro consapevole tra le parti in causa, ma mette fortemente l’accento sull’incrocio di casualità e sulla indeterminatezza delle motivazioni e delle azioni dei personaggi, che restano non chiarite: perché il professore ha pronunciato quella frase? E il ragazzo l’ha riferita al padre come intimidatoria solo per giustificare la bocciatura? Del tutto casuale è poi il modo in cui la giornalista viene a conoscenza del fatto: il racconto le arriva attraverso l’angusto cavedio o cortile interno del suo condominio, e questo cavedio era stato protagonista della prima inquadratura (sul momento incomprensibile) del film, a indicare il suo ruolo centrale di deus-ex-machina nel mettere in moto gli eventi. Attraverso le finestre aperte sul cavedio, la giornalista sente questo racconto fatto da un cliente alla sua vicina, che fa la parrucchiera in casa. Quest’uomo è un taxista, al quale l’ha raccontato un cardiologo, dal quale era andato il padre del ragazzo per una tachicardia provocata dall’arrabbiatura per la presunta ingiusta bocciatura del figlio. Una catena così lunga e improbabile vuole sottolineare la totale arbitrarietà nella creazione delle notizie e come l’informazione cristallizzi in un racconto univoco una realtà ambigua e sfaccettata come quella che abbiamo visto comporsi durante il film: si arriva così a credere fallacemente di avere “una spiegazione per tutto”, che è proprio il titolo del film, fedele traduzione di quello originale.

Che questo sia il tema centrale del film, si evince anche da quanto ha dichiarato lo stesso regista: «Per molto tempo, mi sono sentito soffocare dal clima di divisione che si respira nel mio Paese e che permea la mia vita quotidiana. […] La situazione si è aggravata a tal punto che le persone ormai non si ascoltano e non si capiscono. Sono convinto che, se la normale comunicazione umana cessa, nessuno possa crescere; dopotutto, questo è uno dei fondamenti di una società vivibile. […] Un aspetto importante del processo di scrittura è consistito nel cercare di comprendere e illustrare le intenzioni e il disorientamento di entrambe le parti».

Il film, quindi, vorrebbe essere un appello a superare le narrazioni semplificatorie che creano divisioni e preconcetti, per arrivare invece a un confronto possibile solo comunicando realmente. Un appello condivisibile e comprensibile in una società ancora pienamente democratica, un po’ meno dove invece una parte dominante è già arrivata a imporre una propria narrazione univoca. Uniamoci poi anche l’evidente simpatia creata dal modo di presentare la famiglia nazionalista (il regista ha dichiarato che la figura del padre del ragazzo è ispirata a quella del suo proprio padre) e l’ostentata sgradevolezza del professore. La somma di questi addendi getta una luce molto ambigua su questa presunta «riflessione politica sull’Ungheria di oggi». Se si vogliono apprezzare le qualità del film, quindi, è molto meglio considerarlo come una riflessione più generale sulle modalità di una certa stampa di appropriarsi strumentalmente degli eventi, reinventando la realtà.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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