“E la festa continua!” di Robert Guédiguian

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«Per me oggi l’utilità dell’arte è mostrare quello che c’è di bello nel mondo» dice Robert Guédiguian, il Ken Loach francese (ma di origine armena), fedele nei decenni al racconto della sua Marsiglia e alla sua troupe, in cui non manca mai la moglie Ariane Ascaride. Così lo spunto del film è stata l’elezione del primo sindaco donna di Marsiglia, il medico e attivista Michèle Rubirola, sostenuta dalle forze di sinistra che sono state capaci di riunirsi intorno alla sua figura e di vincere nel 2020, dopo 25 anni di ininterrotto governo delle destre. Ma l’elezione, e addirittura la candidatura, restano fuori dal film: a Guédiguian non interessa celebrare un personaggio paradigmatico o fare della biografia. Quello che gli interessa è scoprire come il vuoto (degli ideali, delle speranze) possa diventare pieno, come disaccordi e frammentarietà possano ricomporsi in un insieme. Questa trasformazione non è tanto raccontata come un processo razionalmente scomponibile nelle sue parti, quanto suggerita più e più volte nel corso del film soprattutto attraverso ciò che vediamo e ciò che sentiamo.

Il film inizia dalla crisi: un crollo e un vuoto. È il 5 novembre 2018 quando in rue d’Aubagne, vicino al Porto Vecchio di Marsiglia, crollano due vecchi palazzi fatiscenti e restano sepolte tra le rovine otto persone. Un evento che porta allo scoperto lo stato di abbandono di tante zone della città vecchia e la disastrosa politica urbanistica della giunta di centrodestra, portando all’evacuazione di più di 4000 cittadini e a un’ondata di proteste. Alle immagini di repertorio che documentano il crollo e le proteste, il regista fa seguire la ripresa del vuoto lasciato dai palazzi caduti. Ma subito dopo siamo trasportati in una chiesa sconsacrata, dove si svolgono le prove di un coro formato dagli abitanti del quartiere, quanto di più eterogeneo si possa immaginare per facce, età, provenienza. A dirigerli c’è una ragazza, Alice, ma più che dirigere si aggira, ascoltando e consigliando ora l’uno ora l’altro dei componenti del coro. Il vuoto della chiesa non più consacrata si è riempito di altro e le voci così diverse stanno trovando un accordo; non a caso i versi che cantano sono quelli di un’utopia: «Emmenez-moi au bout de la terre / Emmenez-moi au pays des merveilles / Il me semble que la misère / Serait moins pénible au soleil» (Portami alla fine della terra, portami al paese delle meraviglie, mi sembra che la miseria sarà meno triste al sole).

Sono i versi di Emmenez moi di Charles Aznavour, il cantautore francese di origine armena, come armeno è il ragazzo che Alice sta per sposare e la cui madre, Rosa, adombra proprio la figura della Rubirola. L’identità armena è molto forte per questa famiglia ed è tanto più orgogliosamente coltivata, quanto più il genocidio subito a inizio Novecento ha tentato di spegnerla per sempre. Il coro e la canzone sono però solo un accenno di speranza, perché poi il film ci porta di nuovo fra le difficoltà e la frammentarietà. In particolare quest’ultima emerge più e più volte nel corso del film, in riunioni politiche tenute al bar, dove si cerca di costruire un programma e una lista per le elezioni; qui però le voci sono discordi e riunione dopo riunione sembra non si debba mai arrivare a una scelta condivisa.

Ma la speranza di tanto in tanto nel film riaffiora ancora e la sua apparizione più paradossale è sul retro di un’immagine di assoluta disperazione. Si tratta di una cartolina che raffigura il Cristo morto di Andrea Mantegna, il Cristo morto più morto di tutta la storia dell’arte. Ma il padre di Alice, un libraio, dietro ci aveva scritto qualcosa. Era il suo modo di comunicare con la figlia lontana: mandarle cartoline con citazioni dei libri che amava. Dietro al Cristo, aveva scritto un passo famoso di Samuel Beckett: «Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio». Una frase che illumina anche il senso del titolo del film, E la festa continua! (una volta tanto il titolo italiano è la perfetta traduzione di quello originale). La festa non inizia quando si arriva alla vittoria delle elezioni (che come si è detto restano completamente fuori dal film), la festa è ogni giorno, nell’attitudine dei personaggi ad agire sperando l’insperabile, perché, come sosteneva Eraclito, «chi non spera l’insperabile non lo scoprirà».

Come si arrivi ad agire insieme per il bene comune è raccontato da Guédiguian alla fine del film e ancora una volta attraverso l’arte. L’inaugurazione del nuovo nome di rue d’Aubagne, che diventa rue 5 novèmbre per ricordare per sempre il crollo delle palazzine, non avviene con un discorso delle autorità, ma con una performance teatrale di alcuni membri del coro popolare di Alice. Mescolati tra la gente o affacciati ai balconi delle case intorno, le loro voci si alternano, si mescolano e avvolgono in un unico sentimento quelli che ascoltano. Quale migliore metafora del teatro per raccontare la buona politica, sembra dire Guédiguian? Ciascuno interpreta il suo ruolo per far funzionare uno spettacolo che è di tutti. E non a caso il film si chiude proprio su un dialogo ad alta voce con sé stessa di Rosa, la futura candidata sindaco, sola in un piazzale che sembra un palcoscenico, con un faro puntato su di lei. Non importa ricordare qui cosa dice, quello che importa è che ha accettato di recitare il suo ruolo per far sì che, ancora una volta, la festa continui.

 

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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