“Te l’avevo detto”, il Natale nero di Ginevra Elkann

image_pdfimage_print

Era dai tempi di Profondo rosso (Dario Argento, 1975), con la mamma pazza e omicida davanti all’albero di Natale e una dolce melodia da carillon a fare da sottofondo, che nel cinema italiano non si vedeva una tale furia iconoclasta contro questa festa come in Te l’avevo detto di Ginevra Elkann. Bisogna dire che la regista aveva già manifestato perlomeno una forte antipatia con il suo film d’esordio Magari (2019), cronaca di una vacanza natalizia a Sabaudia negli anni Ottanta, da figli di separati. Ma lì la Elkann aveva trattenuto la sua furia, giustamente (per un’opera prima) volando basso e tenendo a bada tentazioni autoriali per offrire una commedia garbata, probabilmente anche troppo: in tanta garbatezza si sentiva odore di autocensura.

Ora, più sicura dei suoi mezzi ed evidentemente più matura, è pronta a sferrare il suo attacco contro la Festa della Famiglia per eccellenza, quando l’immaginario comune pretende, almeno una volta all’anno, che la perfezione della Sacra Famiglia si rifletta sulle famiglie comuni; a parte le felici eccezioni, ci si sforza ipocritamente di adeguarsi o si sente più cocente la disperazione dell’inadeguatezza.

Il film inizia con l’immagine fissa di una cartolina natalizia vittoriana (dello stesso stile i caratteri dei titoli di testa) e una melodia perfettamente in tono. «Questa è l’immagine che avete del Natale? Beh, dimenticatevela!» sembra dire la regista, che subito dopo ci precipita in una scena di sesso così volutamente brutta da meritare pienamente la qualifica di oscena. Scena della quale è protagonista, con un ragazzetto incontrato lì per lì, la paranoica Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), preda di mania religiosa e di una gelosia ossessiva e persecutoria nei confronti di una pornostar (Valeria Golino), nel cui letto è morto suo marito. Subito dopo si passa alla voracità, ugualmente oscena e ripresa in primo piano, di una ragazza (Sofia Panizzi) che pesca a caso cibo dal frigo e se lo mette in bocca con le mani, come se si volesse soffocare, più che mangiare. È la figlia di Gianna, che lavora come badante di un’anziana (Marisa Borini), mentre cerca anche di tenere a bada la madre per telefono: troppo impegnata a badare a loro per riuscire a badare a sé stessa.

Ma in questo film corale abbiamo anche un’altra mamma (Alba Rohrwacher), separata e alcolizzata, che rapisce il figlio affidato al padre (Riccardo Scamarcio); e anche un prete italo-americano ex (?) tossicodipendente (Danny Houston) che insieme alla sorella (Greta Scacchi) dovrebbe poeticamente rovesciare l’urna con le ceneri della madre sulla tomba di Keats, secondo le sue ultime volontà, e finisce invece per svuotarla nel water, con un epitaffio definitivo («she was a monster!») e un ballo liberatorio tra lavandino e bidè. Questo strano prete è anche l’unico punto di contatto tra le storie che si intrecciano, ma sembra incapace di offrire un reale aiuto; anzi, egli stesso ammette addirittura, durante un’omelia, di non sapere nulla.

Ma la festa della famiglia per eccellenza è violentemente negata anche dall’ambientazione in una Roma da piena crisi climatica dove, davanti al Vittoriano, tra le strade assolate e l’asfalto liquefatto, svetta incongruo un gigantesco albero di Natale. Le temperature torride aumentano col procedere del film, rivelate dai corpi sempre più inondati di sudore e dalla luce sempre più irreale che diventa alla fine una nebbia arancione, nella quale vagano smarriti i personaggi.

L’ultima inquadratura ci mostra il sole, del quale abbiamo visto i terribili effetti, diventare improvvisamente nero: vorrà essere la stessa metafora de Il sole nero, quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo film di Valerio Zurlini? Ispirato a un fatto di cronaca, con al centro un amore malato e un protagonista sgradevole e criminale ma dal fascino oscuro, fu un film che non riuscì mai a trovare un produttore, tanto era il senso di disagio e insofferenza che provocava già solo la lettura della sceneggiatura, e tantomeno un attore italiano di nome disposto a interpretarlo.

E sembrano “soli neri”, per l’appunto, anche i rapporti umani messi in scena da Ginevra Elkann, al tempo stesso «negazione e affermazione dell’amore», come scriveva Zurlini. Non so quanti spettatori avrà questo film, visti la totale controtendenza rispetto alla retorica nazionale (il Natale, la mamma, la famiglia…) e il disagio che mette addosso. Ma, specie su certi temi, mille volte meglio il disagio che una consolante aderenza allo stereotipo.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.