“Un colpo di fortuna”, ovvero il dramma si addice a Woody Allen

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La trama di Un colpo di fortuna, ultimo film di Woody Allen, ha una tale semplicità archetipica che potrebbe essere raccontata come una fiaba: un ricchissimo re della finanza (Jean, Melvil Poupaud) salva una bella fanciulla (Fanny, Lou de Laâge) da un amore infelice e la sposa, portandola a vivere in un castello, dove però c’è una stanza che nasconde un oscuro segreto, del quale corre voce nella sua corte; ma arriva un bel giovane povero (Alain, Niels Schneider), che conquista il cuore della sposa con tre doni capaci di incantarla (un sacchetto di caldarroste, un libro di poesie e una rosa) che, anche se valgono ciascuno solo 3 euro (ancora il tre!), si rivelano più potenti di tutto l’oro e i gioielli del re. A quest’ultimo non resterà che preparare una tremenda vendetta…

Si sa che le fiabe, nella loro apparente semplicità e astrazione dalla realtà, sono rivelatrici di verità profonde: questo re che un tempo era un bambino deriso e il cui impero oggi vacilla per la fama oscura che lo accompagna riecheggia pericolosamente la parabola del regista, dall’infanzia infelice nel Bronx al successo come attore-regista fino allo scandalo che gli ha fatto il vuoto attorno in America, soprattutto dopo il #Me Too, e che lo costringe ormai a girare esclusivamente all’estero (anche questo film è una coproduzione franco-inglese). Il suo protagonista, quindi, è per certi versi un ennesimo alter ego. Non a caso, allora, questo scheletro narrativo è occultato da abbondanti riferimenti cinefili e letterari e da una veste formale studiatissima. Ad esempio, il solo particolare eccentrico nella vita del protagonista è la sua passione per i trenini elettrici, ai quali ha dedicato un’intera stanza della sua casa. Una manifestazione infantile-maniacale che si ritrova in un analogo personaggio patologico in Gli scrupoli di Maigret (1958) e infatti la suocera di Jean, che giustamente sospetta di lui, viene rimproverata di leggere troppo Simenon! Ma la passione per il modellismo è addirittura un lavoro per i protagonisti di ben due film di Truffaut, L’uomo che amava le donne (1977) e La signora della porta accanto (1981), entrambi emotivamente imprigionati nella loro infanzia, così come assolutamente truffautiana (Baci rubati, 1968) è la bizzarra investigatrice privata assoldata da Jean per indagare sulla moglie. Ancora: l’incidente di caccia (vero o simulato che sia) che chiude e risolve il racconto ha un precedente più che illustre nel cinema francese, con il capolavoro di Jean Renoir La regola del gioco (1939), altra tragicommedia ambientata nell’alta società, vista come un gioco disumano nel quale conta solo la conoscenza e il rispetto delle sue regole forbite, che ne nascondono la violenza di fondo.

Che il gioco vada guidato secondo le sue regole è anche il credo di Jean (sarà un caso che questo possibile alter ego del regista si chiami proprio come Renoir?), che sostiene che la fortuna non esiste ed è invece solo l’esito di una consapevole strategia. Ma il titolo Un colpo di fortuna si pone proprio al polo opposto de La regola del gioco e il suo finale, identico a quello del film di Renoir nel fatto in sé, si fa appunto portavoce di un opposto significato, valorizzando l’imprevisto (ironicamente perfino sciocco) che può far crollare in un momento il castello di carte del “gioco”. Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, verrebbe da dire citando Mallarmé, del quale nel film è ricordata da Fanny la poesia Il cigno, allusiva del suo sentirsi intrappolata come il cigno nel ghiaccio delle regole, contrapposte al libero amore di Alain. Dal capolavoro di Renoir, inoltre, Allen mostra di aver appreso l’importante lezione che tanto più incandescente e “primaria” è la materia, tanto più rigorosa e ricca deve essere la forma e sempre da lì potrebbe derivare anche l’uso ricorrente del piano sequenza: la macchina da presa spesso si muove intorno ai personaggi senza stacchi di montaggio, facendoci entrare nella scena come se ne facessimo parte, portandoci sempre più vicino a loro, fino a indovinarne i pensieri. Questa scelta è coerente con il modo di raccontarci gli eventi, che ci porta a saperne sempre di più dei singoli personaggi, ai quali sfugge sempre qualcosa: Jean non sa che Fanny lo tradisce, poi lei non sa che lui sa, poi è lui a non sapere che la suocera ha capito qualcosa e così via. In questo modo noi spettatori ci illudiamo di essere onniscienti come solo il regista può essere: ci ha affidato il suo sguardo, cioè la macchina da presa, come non fidarci? E invece il finale ci rivela che ci siamo ingannati e che, esattamente come il protagonista, credevamo di avere un controllo sulle cose che è invece illusorio.

Ma la ricchezza formale del film ha anche un fondamentale sigillo nella fotografia di Vittorio Storaro, abituale collaboratore di Allen, che è stato definito il Caravaggio dei direttori della fotografia (lui stesso sostiene che alla base della sua visione della luce c’è proprio questo artista). In Un colpo di fortuna Storaro ha la sua apoteosi, quasi da co-autore del film; la luce è infatti protagonista e al modo di Caravaggio spesso divide drammaticamente a metà i volti dei protagonisti, per esprimerne l’ambiguità: il marito devoto e innamorato è anche un assassino, la moglie perfetta e arrendevole è anche una traditrice. Come scrive la grande studiosa di Caravaggio Mina Gregori, «se lo consideriamo come una manifestazione della psiche, questo buio si assimila alla notte dell’anima di san Giovanni della Croce, alla “darkness of my night” di Bob Dylan» e perfettamente funzionale si rivela infatti anche nel film alla “notte dell’anima” dei suoi personaggi. Ma nelle scene d’amore di Fanny con il suo amante la luce è invece quella del primo Caravaggio, «un gioco chiaroscurale in un aere ancora chiaro» (sempre Gregori), in cui un raggio morbido e caldo celebra la vita e la sensualità. Non per caso, dunque, la scena dell’omicidio dell’amante per opera dei killer assoldati dal marito è costruita in montaggio alternato con un’asta di dipinti di scuola caravaggesca (Fanny lavora appunto in una casa d’aste). L’omicidio avviene fuori campo, ma trova il suo macabro corrispettivo simbolico nella battuta del banditore «Aggiudicato!» riferita a un Davide con la testa di Golia; è infatti la perfetta immagine del fantasma che agisce nella psiche di Jean, cioè la vendetta del bambino deriso, piccolo come Davide di fronte al gigante, contro chi ha osato cercare di portargli via qualcosa di suo, cioè la moglie.

Che tanto altro resterebbe ancora da dire testimonia la ricchezza di Un colpo di fortuna, dominato sapientemente da Allen fino a farne un film «molto quadrato e rigoroso», aggettivi che lo stesso François Truffaut usò recensendo Io e Annie (1977). Un gioco di specchi con il quale è bello chiudere, tanto più che l’occhio lungo di Truffaut già allora preconizzava: «possiamo supporre che entro cinque anni Woody Allen dirigerà un film puramente drammatico in cui potrà anche non recitare». Ed è proprio il dramma, appunto, che più gli si addice, almeno a giudicare dai risultati dei suoi ultimi film.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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