“Le mie ragazze di carta”

Estate, periodo di pochi cinema aperti e, quei pochi, infestati di blockbusters americani. Fra gli italiani resistono, ormai agli ultimi sgoccioli di programmazione, Moretti e Bellocchio. Le poche novità fatte uscire in questo periodo denunciano una scarsa fiducia dei distributori nelle loro possibilità, quando non addirittura un semplice passaggio dovuto prima di finire sul piccolo schermo di qualche piattaforma o rete TV. È probabilmente questo il destino di Le mie ragazze di carta di Luca Lucini, un film potenzialmente interessante, appannato però dal fatto che ogni spigolosità non televisiva gli è stata tolta.

Si tratta di una commedia, ambientata nel 1978, che racconta l’inurbamento a Treviso di una famiglia di origine contadina. Una storia corale nella quale fa da filo conduttore la voce narrante del figlio, il quattordicenne Tiberio (Alvise Marascalchi), che da un compagno di scuola più smaliziato, figlio del gestore di un cinema porno (Giuseppe Zeno), scopre l’esistenza delle “ragazze di carta”. Il paradosso è che da questa scoperta scaturirà l’innamoramento stilnovistico e impossibile per una di loro, Milly D’Italia. Questa modalità ossimorica di angelicare il sesso è ripetuta anche in due storie collaterali: un prete (Neri Marcorè), che ha fatto due figli finché era in missione in Sud America, coltiva per telefono un amore da lontano, in attesa di ricevere dal vescovo l’autorizzazione a lasciare l’abito; un transessuale (Cristiano Caccamo) è innamorato di un gentile postino sposato (Andrea Pennacchi) – il padre di Tiberio –, col quale si accontenta di fare lunghe partite a scacchi. La scelta di questa modalità spegne anche ogni conflitto sia esterno che interno ai personaggi, che non vengono mai messi in crisi da ciò che vivono, come se fosse sempre accidente e mai sostanza. Marcorè resta comunque un buon prete, Pennacchi resta comunque un buon marito, come del resto anche il ragazzo resta agevolmente nel suo ruolo di figlio, allievo ecc.

Il regista ha dichiarato: «Ci piaceva l’idea di raccontare la perdita d’innocenza di questo ragazzo e farla corrispondere alla perdita d’innocenza di un intero paese che stava cambiando. Quando fai certe scoperte non puoi più tornare all’innocenza di quando leggevi Tex Willer ai giardinetti. Stessa cosa per il paese: la fuga dalle campagne, la necessità di avere tante cose, la televisione, iniziava un processo di cambiamento irreversibile: volevamo raccontare qualcosa che non tornerà più, nel bene e nel male». Quello che manca al film, purtroppo, è proprio questo. Non c’è nessun sentimento della perdita d’innocenza, nessuno dei personaggi viene cambiato davvero da ciò che vive, c’è solo un’accettazione acritica e una sostituzione di persone, cose, contesti.

Lo slogan sembra essere quello del titolo di un ciclo di film per la RAI realizzati dalla stessa casa di produzione, la Pepito (al cui vertice sta Agostino Saccà, ex direttore di Rai Fiction!): Purchè finisca bene. Non a caso vi tornano anche due co-sceneggiatrici, Ilaria e Marta Storti, così come parte del cast. Una produzione che non è stata avara (alle musiche c’è addirittura Nicola Piovani), ma che temo abbia finito per disinnescare l’idea che stava alle origini del progetto. Era un ricordo autobiografico del regista, quello del cinema sotto casa di quando era ragazzo: «Vivevo di fronte a una sala cinematografica. Andavo lì a vedere i cartoni animati, o i film di Bud Spencer e Terence Hill. A un certo punto non potevo più entrare e non capivo perché, mia madre diceva che non erano film adatti a me. Poi, un po’ più grande, entrai di nascosto con un mio amico da un’uscita di sicurezza sul retro, e ci fu questa sorta di cortocircuito tra l’amore per il cinema e la scoperta del sesso». Un ricordo che fa rimpiangere il film che Le mie ragazze di carta sarebbe potuto essere e non è stato.

Un consiglio: sullo stesso tema della conversione delle sale in cinema porno negli anni ‘70, e con una vera perdita d’innocenza, si può vedere il primo episodio de Il comune senso del pudore (Sordi, 1976), sceneggiato dal grande Rodolfo Sonego.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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