“I villeggianti” di Valeria Bruni Tedeschi: carcerati di lusso condannati a vita

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In attesa dell’uscita di Les amandiers nei nostri cinema, prevista per l’autunno, si può recuperare su Raiplay il film precedente di Valeria Bruni Tedeschi, I villeggianti (2018).

Anche questa è un’opera corale. In primo piano c’è Anna (la stessa Bruni Tedeschi), regista che è appena stata lasciata dal suo compagno Luca (Riccardo Scamarcio) e che va a trascorrere una breve vacanza nella grande villa di famiglia in Costa Azzurra, dove si trovano già le sue più strette parenti, tutte femmine: madre, zia, sorella (Valeria Golino) e figlia. A queste si aggiungono il marito della sorella (Pierre Arditi), il suo segretario e Bruno, vecchio amico della madre, oltre alla numerosa corte dei domestici, non meno singolari e nevrotici dei loro padroni.

L’andamento del film ha una frammentarietà diaristica, registrando la ripetitività dei non-avvenimenti tipici di una vacanza stanziale: le cene, le nuotate in piscina, le conversazioni in giardino. I suoi personaggi non escono praticamente mai dalla villa e dal suo parco, dal quale si accede direttamente al mare. Questo fa sì che un film girato prevalentemente en plein air, pieno d’aria, di paesaggi e di luce, trasmetta paradossalmente un senso angoscioso di chiusura: più che di una (lussuosa) colonia estiva, sembra quasi trattarsi di una colonia penale. Ogni personaggio porta infatti nel cuore una pena che non riesce a superare e dalla quale sembra non trovare vie d’uscita.

Il tema comune è quello della perdita, si tratti della morte di una persona amata, di un bambino mai nato, di un amore bruscamente interrotto. I tentativi di evadere dalla villa, e quindi dal proprio dolore, sono tutti vani, come le telefonate perennemente senza risposta che Anna fa a Luca e che punteggiano tutto il film: monologhi destinati a non essere mai ascoltati dal loro naturale destinatario. Anche il tentativo di evasione più eclatante, la clamorosa scomparsa di Bruno, che fa mobilitare addirittura gli elicotteri per cercare il presunto annegato, si risolve con toni da opera buffa, sui quali, peraltro, gioca più in generale la colonna sonora del film. La sera successiva alla sua scomparsa il redivivo riappare in costume da bagno, ammettendo di non essere neppure riuscito a suicidarsi, visto che «so nuotare bene e le mie braccia e le gambe non volevano saperne di stare ferme». Una frase che potrebbe rappresentare metaforicamente anche lo stato d’animo degli altri personaggi, cioè l’infelice sensazione di essere drammaticamente capaci di sopravvivere a tutto. La ritroviamo espressa nel modo più icastico nella battuta finale della commedia Paese di mare (1968) di Natalia Ginzburg, autrice prediletta dalla Bruni Tedeschi: «Non è la nostra tempra che è così forte, Marco, è il cuore. Il nostro cuore è fortissimo. È forte perché aspetta sempre. Cosa aspetti, non si sa. Ma è dotato di un’infinita pazienza. Tutto il resto in noi è tanto fragile. Abbiamo lo stomaco delicato, la pelle delicata, il palato sensibile, i nervi fragili. Abbiamo insonnie, tremiti, incubi, sudori notturni. Ma il cuore non ha mai niente. È sanissimo. Ingoia tutto, manda giù tutto, i distacchi, la solitudine, i veleni, i pensieri angosciosi, gli anni orribili. È il cuore che è forte, Marco, è il cuore».