Ricomincio da me: “Anna” di Alberto Lattuada

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Anna

Quest’estate il Festival di Locarno ha reso omaggio al regista lombardo Alberto Lattuada (1914-2005) con una retrospettiva completa della sua filmografia. Così viene descritto nel comunicato stampa: «artefice di un cinema di estrema modernità, colto e popolare al tempo stesso. Intellettuale, architetto, critico e fotografo negli anni della formazione, Lattuada è rimasto fedele al modernismo che caratterizzava il vivace contesto culturale milanese, restando sempre un osservatore lucido e anticipatore delle grandi trasformazioni collettive del secondo Novecento».

Modernità e laicità di sguardo spiccano anche nel suo maggior successo commerciale, Anna (1951) – disponibile su Raiplay ‒, star-vehicle pensato per Silvana Mangano, reduce dall’affermazione internazionale di Riso amaro (De Santis, 1949), del quale il film eredita il terzetto dei protagonisti. Così Rodolfo Sonego, co-sceneggiatore, racconta la genesi del film: «L’ingegner Gatti [dirigente della Lux] mi convocò preliminarmente: “Noi vorremmo fare un feuilleton su una suora, ma affidato a un grande regista e girato molto bene”. Dopo di che incontrai Lattuada: “C’è un ex medico ospedaliero, un certo Dino Risi, che ha scritto un soggettino interessante con una suora d’ospedale come protagonista…”» (Sanguineti, Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema, 2015).

La storia, a raccontarla, sembra perfettamente in linea con i tipici melodrammi degli anni ’50, intrisi di destino, colpa e redenzione, in ossequio alla morale cattolica: Anna, suora ospedaliera in procinto di pronunciare i voti definitivi, deve affrontare una prova decisiva per chiudere definitivamente col suo passato di ballerina di night club, quando aveva tentato, con esiti funesti, di troncare una relazione sessuale con il perfido barman Vittorio (Vittorio Gassman) per sposarsi con il buono e ricco possidente terriero Andrea (Raf Vallone). Come suggerisce già il suo nome palindromo, Anna ha due facce, la suora e la ballerina, ma riunisce anche in sé tre possibili diversi destini, secondo i più radicati stereotipi sulla femminilità: la puttana, la santa, la madre di famiglia.

Anna

Ma l’apparente melodramma cattolico è incrinato da molteplici elementi che ne cambiano decisamente il senso, come già potevano farci sospettare i nomi dei cineasti coinvolti.

Già il modo in cui è girato, con un bianco e nero fortemente chiaroscurato, avvicina il film al modello del noir americano, così come il personaggio della ballerina di night intrappolata in un rapporto di amore-odio riecheggia evidentemente la Rita Hayworth di Gilda (1946). Non per niente la Mangano era chiamata dai rotocalchi la Hayworth italiana e, come lei, sapeva ballare benissimo, per cui nei film delle due attrici spesso apparivano numeri di danza.

Ospedale Niguarda
L’ospedale Niguarda nel 1951

Poi l’occhio artisticamente colto di Lattuada dà al film una spiccata preziosità formale, sfruttando le allora modernissime architetture razionaliste dell’ospedale Niguarda, inaugurato nel 1939, che vengono riprese enfatizzandone la stilizzazione fino a giungere quasi all’astrattezza metafisica, come in un quadro di De Chirico (e ricordiamo che Lattuada aveva scritto come critico d’arte sulla rivista Corrente, di cui fu anche co-fondatore nel 1938). In questo senso è un vero pezzo di bravura la lunga sequenza finale, in cui la protagonista, dilaniata dall’incertezza, si aggira negli spazi dell’ospedale che non sembrano più spazi reali, bensì la concretizzazione dei labirinti della sua anima.

Infine vi è la costruzione della storia, che prende sentieri non scontati per la morale dell’epoca, in un modo che viene suggerito molto più dalle immagini che dalla sceneggiatura. Infatti, benché sia stato definito un «memorabile polpettone erotico-religioso» (V. Spinazzola, Cinema e pubblico, 1974), il film ha molto poco sia di erotismo che di religiosità. Il primo non trova rispondenza nella bellezza della Mangano, ancora carnale in Riso amaro, ma qui già quintessenziata in un’immagine di rarefatta eleganza. La seconda è quasi assente, restando sostanzialmente estranea alle scelte esistenziali della protagonista, cosa piuttosto paradossale visto che si tratta di una suora.

Il tema religioso, infatti, è significativamente presente solo in due scene. Nella prima Anna si trova in chiesa con la famiglia di Andrea. Il rito della messa è rappresentato come opprimente, con l’altare straripante di fiori e decorazioni ripreso da molto vicino e con canti sgraziati di sottofondo (impossibile per lo spettatore non confrontarli sfavorevolmente con l’allegro motivo del Negro Zumbòn – di Armando Trovajoli ‒ cantato dalla protagonista nel night, reso celeberrimo da una scena di Caro diario di Moretti). Andrea stringe la mano di Anna, ma quando le sussurra la sua richiesta di matrimonio si vede la mano della ragazza sfilarsi dalla stretta, suggerendo un’equivalenza tra il matrimonio e il sentirsi in trappola. La seconda scena è quella finale: Anna deve decidere se restare o lasciare il velo e andarsene con Andrea fortunosamente ritrovato, per fare la sposa e la madre (come le dice testualmente lui). La vediamo attraversare l’ospedale per raggiungere l’uomo che la aspetta fuori; è una sequenza molto lunga, con una suspense che sembrerebbe culminare quando Anna passa davanti alla chiesa, l’unico luogo che dovrebbe poter distogliere la ragazza dal suo proposito. Ma Anna la oltrepassa totalmente indifferente, senza degnare la cappella di uno sguardo. Invece ciò che la trattiene, proprio sul cancello dell’ospedale, è il suono delle sirene di una lunga fila di ambulanze. C’è stato un incidente ferroviario con un gran numero di feriti e Anna sceglie di restare, perché, come le ha detto in precedenza il chirurgo del quale è assistente, lei è un’ottima infermiera e c’è bisogno di lei. Anna dunque, non sceglie tanto la vita religiosa quanto la vita attiva in un lavoro utile alla collettività ed è significativo che entrambi gli uomini che la amano siano presentati come una tentazione alla quale resistere. Che sia la tentazione del piacere o della vita di famiglia, ci suggerisce Lattuada, è lo stesso.

Il regista, pur restando dentro la solida gabbia del melodramma costruito per il successo popolare, riesce quindi a costruire un personaggio femminile che sfugge ai ruoli canonici, non paga nessun prezzo per i suoi “peccati” e decide da sé, costruendo il proprio futuro senza volere nessun uomo accanto (neppure Cristo, mai nominato perché in ciò che Anna fa o dice non vi è traccia della retorica mistica della “suora sposa del Signore”).

E non solo: Lattuada conclude il film mostrando come Anna sia perfettamente consapevole di tutto ciò e veda sé stessa come una vincente. Infatti, mentre lei e il chirurgo si stanno preparando per un’operazione, quest’ultimo, che aveva intuito qualcosa, le dice: «Bisogna saper perdere a volte». E Anna risponde sorridendo: «Ma io non ho perso», rovesciando così completamente il ruolo di impotente vittima sacrificale tipico, in Italia, per le protagoniste di questo genere cinematografico.