Ariaferma

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Regia: Leonardo Di Costanzo
Sceneggiatura: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella
Cast: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, Pietro Giuliano, Nicola Sechi, Leonardo Capuano
Fotografia: Claudio Bigazzi
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Pasquale Scialò
Italia/Svizzera, 2021, drammatico, 117 minuti 

Ne L’intervallo, film del 2004 di Leonardo Di Costanzo, lo squallido scheletro di un’industria abbandonata nella periferia di Napoli, usata come prigione dalla camorra, diventava la scenografia quasi fiabesca dell’incontro tra un giovane carceriere e una più o meno coetanea ragazza imprigionata. In quello spazio i due adolescenti, diventando amici e condividendo un tenero affetto, riuscivano a vivere i normali sentimenti della giovinezza, facendo esplodere la loro più comune umanità. In Ariaferma è un vecchio carcere ottocentesco dell’entroterra sardo (nella realtà, l’ex penitenziario San Sebastiano di Sassari) dalla tipica forma a raggiera e dai calcinacci cadenti a dare in qualche modo forma a una momentanea rottura delle barriere che dividono guardie e detenuti, che si incontrano anche in questo caso in una ritrovata umanità.

Uno dei punti di forza del cinema di Leonardo Di Costanzo è proprio quello di saper giostrare tra la “fisica” dei luoghi e la loro “metafisica”, tra la realtà effettiva delle condizioni che questi luoghi rappresentano, e l’irrealtà – o l’utopia – di quello che potrebbero rappresentare in situazioni eccezionali, in sospensioni della norma.

Il cadente e decadente carcere dove Ariaferma è ambientato, infatti, sta per chiudere. Nella struttura rimangono solo una manciata di agenti e dodici detenuti. Un improvviso problema burocratico annulla l’imminente trasferimento e guardie e detenuti sono costretti a rimanere. I 12 carcerati vengono raccolti nella raggiera centrale – ambiente decisivo per il film non solo per motivi scenografici –, e tutte le attività, cucina compresa, vengono sospese, nell’attesa di un trasferimento che sulla carta sarebbe immediato, ma che nella sostanza appare come i tartari del celebre romanzo di Dino Buzzati.

Il film di Di Costanzo immediatamente assume quindi i colori della sospensione e dell’attesa e trasmette la suspense di una situazione in ebollizione e pronta ad esplodere secondo gli schemi più tipici e drammatici della peggiore realtà e di ciò che lo spettatore può aspettarsi. A rendere davvero eccezionale questa situazione, già di per sé emergenziale, è la dialettica emotiva tra un boss della camorra (Silvio Orlando) e il capo delle guardie penitenziarie (Toni Servillo), le due figure più consapevoli dell’assurdità della situazione e forse anche dell’assurdità “normale” dell’idea di carcere.

Il loro avvicinamento e la sottintesa comprensione reciproca, graduali, anche osteggiate dalla guardia, e mai raccontate con i toni della retorica pelosa, diventano le forze che impediscono alla situazione di esplodere e alle loro fazioni di comportarsi secondo le stabilite regole non scritte, permettendo, passo dopo passo, di riempire di amara umanità questa bolla di attese e sospensioni. C’è una lunga cena “al buio” che è in qualche modo il climax di questo avvicinamento tra guardie e detenuti, consapevoli, anche in questo caso, delle possibilità che questa interruzione dalla norma concede e delle condizioni simili di due categorie in qualche modo entrambe imprigionate. Questa cena al buio, per lo spettatore ferocemente amara tanto quanto ricca di una malinconica dolcezza, ha sembianze quasi oniriche e la sostanza dell’utopia. Paradossalmente in questo climax dai toni quasi irreali emergono con chiarezza nei vari spezzoni di dialogo dei commensali che si raccontano anche le testimonianze, per così dire, più documentaristiche del film.

Di Costanzo con Ariaferma, lavorando sugli spazi, sui loro anfratti e sul loro senso e cogliendo la loro fisica e la loro metafisica, descrive il carcere nella sua realistica concretezza e contemporaneamente come un altrove astratto. Il film colpisce però soprattutto per la sua umanità a tratti devastante – la figura del detenuto reietto con i fantasmi di un terribile crimine stampati nel volto, o la figura del giovane scippatore alle prese con un gesto dalle conseguenze ben più serie delle intenzioni –, per la continua tensione e la costante suspence. Fondamentale non è solo la capacità del regista di rappresentare i luoghi, le sue geometrie e la sua capacità di intercettare il reale senza soccombere nella sua superficie più immediata, ma scavandolo; meritano una citazione almeno la fotografia di Claudio Bigazzi, le ancestrali sonorità di Pasquale Scialò e, naturalmente, la gara di bravura tra Silvio Orlando e Toni Servillo, senza dimenticare l’espressività dipinta sul volto degli altri detenuti.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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