The father. Nulla è come sembra

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Regia: Florian Zeller

Sceneggiatura: Florian Zeller, Christopher HamptonCast: Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss, Rufus Sewell, Olivia Williams, Imogen Poots

Fotografia: Ben Smithard

Montaggio: Giorgios Lamprinos

Musiche: Ludovico Einaudi

Regno Unito/Francia, 2021, drammatico, 97 minuti

The father di Florian Zeller, vincitore di due premi Oscar (il protagonista Anthony Hopkins, più che degno della sua storia e della sua fama, come miglior attore protagonista e Florian Zeller e Christopher Hampton per la miglior sceneggiatura non originale) è tratto da una pièce teatrale di successo dello stesso Zeller. La derivazione teatrale è evidente nell’ambientazione; un appartamento che pare però costruito da elementi e personaggi reali tanto quanto da dettagli e persone frutto di rielaborazioni interiori e di ricordi. La storia potrebbe svolgersi in più giorni come in un’unica giornata le cui ore, anche in questo caso, paiono essere un mix di passato e presente, di avvenimenti reali e avvenimenti immaginati o manipolati dalla memoria. The father racconta quindi una vicenda che segue le logiche fluttuanti e insondabili dei territori interiori e di una memoria sempre più fallace ed è ambientato nella mente di un anziano vittima di demenza senile. Vediamo la sua quotidianità, la sua confusione, osserviamo il doloroso rapporto con la figlia (un’ottima Olivia Colman) e percepiamo con continui ribaltamenti e negazioni delle apparenze raccontate l’angoscia e il disorientamento suoi e di chi gli sta intorno.

The father affronta quindi il doloroso obiettivo di raccontare lo spaesamento interiore di chi è vittima di una malattia come quella trattata, cercando di trasmettere l’angoscia di un continuo incubo ad occhi aperti, di una realtà che continuamente sfugge e muta, e cercando allo stesso tempo di colpire a livello emotivo senza però superare il confine che separa l’empatia e il rispetto dal sentimentalismo e dalle insistenze un po’ ricattatorie. Una maniera diversa, per esempio, sia dagli approcci più melodrammatici ed emotivi, sia dall’acclamato Amour (2015) di Michael Haneke, dove uno sguardo esterno e freddo osservava, talvolta anche un po’ sadicamente, un’anziana in declino fisico e interiore, come anche dalle più radicali e dure immersioni in incubi, crisi, malattie e derive interiori (l’approccio, per esempio, di film sulla follia come Spider di David Cronenberg o Repulsion di Polanski); una sorta quindi, per così dire, di quarta via rispetto al tema

In linea di massima, e se si esclude un finale forse eccessivamente emotivo e con un primo piano di troppo, come a voler sottolineare la drammaticità già chiara di un sentimento e di una condizione, il film di Zeller riesce a mantenere la giusta dose di rispetto nei confronti dell’anziano protagonista. Noi spettatori, per quanto possibile, capiamo le sue condizioni e il suo dolore, senza troppo distacco né venendo costretti alla lacrima e alla partecipazione facile, e indubbiamente The father è un film che ha la nota di merito di non mancare di rispetto e non di cadere raccontando una condizione potenzialmente molto scivolosa.

Questo atteggiamento un po’ guardingo però è in qualche modo anche l’aspetto che rende il film meno efficace, perché gli impedisce di andare fino in fondo lungo l’altra strada, quella cioè dell’immersione più radicale nella perdita di orientamento, di lucidità interiore e di consapevolezza della realtà del protagonista; la strada cioè di mettere più radicalmente in scena un incubo costante, implacabile e soprattutto assolutamente “reale”. Un approccio che in qualche modo pare subire il peso di una certa timidezza di fondo e che emerge quindi soprattutto nei suoi aspetti più immediati ed esteriori, come per esempio la maniera con cui viene raccontato e rappresentato l’appartamento, a cui viene negata ogni sensazione di famigliarità e consuetudine, con dettagli scenografici che cambiano e con inquadrature che giocano con la profondità degli spazi rendendo inquietante e minaccioso quello che è il luogo sicuro per eccellenza. Insomma, il punto più debole di The father, che ad ogni modo rimane un robusto film perlomeno discreto e impreziosito dalla prova degli attori e da aspetti quale la già citata scenografia degli interni, è quello di essere indeciso tra un approccio emozionale e un altro più duro, radicale, davvero ambiguo nella percezione di noi spettatori e inquieto, accennando entrambi senza probabilmente trovare il giusto amalgama.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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