“Undine – Un amore per sempre”

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Regia: Christian Petzold
Cast: Paula Beer, Frank Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz
Sceneggiatura: Christian Petzold
Fotografia: Hans Fromm
Montaggio: Bettina Böhler
Musiche: Stefan Will
Germania/Francia, melodramma-fiabesco, 90 minuti

Quasi due anni fa questa rubrica venne inaugurata dalla recensione de La donna dello scrittore (Transit il titolo originale) del regista tedesco Christian Petzold, uno dei protagonisti più interessanti e validi nel panorama del cinema europeo, da pochi giorni nelle sale italiane con la sua ultima fatica; Undine – Un amore per sempre, già presentato in concorso lo scorso febbraio all’ultima Berlinale, dove la protagonista Paula Beer vinse l’Orso d’Argento per la migliore attrice.

Riguardo a La donna dello scrittore, fra le varie cose, scrivevamo che il cinema del regista è «popolato da “fantasmi”, da entità irrilevanti e sfuggenti costrette all’indefinitezza e alla finzione dall’evolversi della Storia con la esse maiuscola, dalla sua indifferenza e dal suo cinismo, questi sì immutabili nei decenni. Una caratteristica, questa dei personaggi che sembrano “apparizioni” e come tali si comportano, ancora più evidente ne Il segreto del suo volto (2013), precedente e bellissimo film del regista tedesco ambientato tra le rovine di Berlino nell’immediato dopoguerra e nel quale emergevano il trauma e la coscienza macchiata di un’intera nazione».  

In Undine, altra opera fatta di apparizioni e visioni (e ci sarebbe, parlando del film, anche da riflettere sullo “sguardo” nel senso lato e più ampio del termine), questo sottofondo fantastico e quasi soprannaturale diventa in qualche modo più esplicito. Petzold, infatti, realizza un melodramma che assume le sembianze della fiaba, portando leggende e miti atavici nella contemporaneità, quasi come ci spingesse a immaginare l’amour fou ai giorni nostri. Del resto Undine, nome della donna protagonista, rimanda alle ondine, le ninfe, figure sedimentate nelle culture e nelle mitologie più ancestrali del popolo tedesco, spesso colte nel loro innamorarsi di comuni mortali e condannate a uccidere gli amanti traditori. Inoltre, l’elemento dominante del film è l’acqua; è un acquario a determinare l’incontro tra Undine e Christoph, palombaro per cui la protagonista proverà un ricambiato colpo di fulmine; è nell’acqua di una piscina che si scatena la vendetta a cui Undine pare essere condannata; è nell’acqua di un lago che si svolge il finale ed è sull’acqua delle paludi che è nata e si è sviluppata negli anni la città di Berlino, l’altra impalpabile protagonista del film, continuamente evocata dalle lezioni della protagonista – una storica – che raccontano l’evoluzione urbanistica della capitale tedesca nell’ultimo secolo e fotografata da plastici che testimoniano il suo paesaggio urbano presente e passato.  

Continuamente raccontata dalla voce della donna e immortalata nella sua evoluzione dai modellini dei plastici, la metropoli non diventa solo il teatro della vicenda sentimentale. La sua evoluzione – e sappiamo quanto sia stata particolare la storia della capitale tedesca ‒, sempre diversa e in qualche modo sempre uguale, sembra dare ancor più senso ai sentimenti, ai comportamenti di Undine e soprattutto alla sua essenza di personaggio mitologico contemporaneamente dentro e fuori l’evolversi degli eventi, e ci riporta all’altra grande tematica di molto cinema di Petzold; il fluire della storia cinico e disinteressato, che in qualche modo è come se costringesse i personaggi all’indefinitezza e al loro apparire e comportarsi come fantasmi. Suggestione certamente più esplicita in Transit e ne Il segreto del suo volto e che in questo caso agisce in maniera in qualche modo più sotterranea, ma che dà all’ultimo film di Petzold complessità e stratificazione.

Emblematico è l’esempio citato dalla protagonista, la quale, raccontando la storia del seicentesco Humboldt Forum, distrutto in epoca della Repubblica Democratica e filologicamente ricostruito negli ultimi anni, sostiene quanto sia significativo di un’immutabilità apparentemente sempre diversa il fatto che il palazzo più “nuovo”, il simbolo della ricostruzione, sia la rinascita di un edificio del XVIII secolo.

Come l’acqua quindi lo sviluppo della città e di ciò che ha rappresentato e rappresenta è fluida e invisibile – Berlino è sempre vista attraverso i “surrogati” dei modellini dei plastici, o evocata attraverso i racconti ‒, ma allo stesso tempo in qualche modo potente e inesorabile, testimone, in relazione alla figura di Undine, di un parallelismo tra “storia” e “mito”, tra “evoluzione” e “immutabilità”, tra “realtà” e “fantasmi”.

Undine – L’amore sommerso già dall’incisivo movimento di macchina della prima sequenza che riassume la forza di un sentimento e di un dolore, fino al finale che omaggia L’Atalante di Jean Vigò, è un complesso melodramma fiabesco magnetico e implacabile, solo apparentemente freddo, capace di colpire nell’immediato più emotivo come di spingere a indagare tutti i suoi stratificati giochi di senso e significati.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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