Scoperte e riscoperte: Antonio Pietrangeli

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A metà strada tra le due stagioni con cui il canone storiografico più diffuso riassume e schematizza il nostro cinema degli anni Sessanta – la “commedia all’italiana” e i grandi autori –, Antonio Pietrangeli solamente nell’ultimo periodo ha trovato l’interesse e l’approfondimento che merita, e non solo per il suo giustamente celebrato capolavoro Io la conoscevo bene. Molti suoi film sono oggi disponibili sulle piattaforme online (su tutte, Amazon Prime), palliativo perfetto per chi vuole trovare un minimo di distrazione in questi giorni poco sereni, per esempio scoprendo o riscoprendo film, registi e stagioni. Nel suo piccolo, questa rubrica proverà ad aiutare dando consigli e suggerimenti in questo senso.

Partiamo appunto da Antonio Pietrangeli. Unendo quei puntini che legano autori solo a uno sguardo distratto lontani tra loro, potremmo dire che il suo cinema gioca nello stesso campo di quello di Michelangelo Antonioni, con la differenza di una maggiore “concretezza” data dall’appartenenza al macrogenere della commedia, per quanto gradualmente sempre più amara e drammatica. Smarrimenti, incomunicabilità, difficoltà a trovare e concepire il proprio ruolo nel mondo e nella società, solitudini, più o meno sottili malesseri e sempre meno latenti increspature con i modi di vivere dominanti e le trasformazioni culturali e sociali in atto nel Paese – campi quest’ultimi in cui, per dirla banalmente, l’esistenzialismo di fondo lascia spazio all’acume della commedia di costume. Sono queste le sfumature che colorano i ritratti dipinti da Pietrangeli nelle sue novelle. Non un termine casuale quest’ultimo perché, sempre giocando a unire i puntini che legano figure diverse e distanti, nei suoi film c’è anche un più o meno lontano eco letterario: Guy De Maupassant. Vicende e figure quotidiane raccontate con una precisione psicologica e con una leggerezza capace di andare oltre il bozzetto e di cogliere condizioni e stati d’animo universali, l’attenzione ai luoghi e ai loro elementi e dettagli più significativi e significanti – siano quelli rurali o siano quelli cittadini –, la semplicità tutt’altro che inerme della narrazione e la costante vena umoristica sono tutti elementi che legano lo scrittore francese al regista italiano. In Pietrangeli, pur se è riduttiva e parziale la definizione “regista di donne” con cui è famoso, questa precisione del particolare che diventa universale è particolarmente evidente nelle lacerate e sofferte protagoniste del suo cinema.

Prendiamo come esempio il magnifico La visita (1964, disponibile su Amazon Prime), storia di un incontro nato negli annunci dei giornali e negli scambi epistolari tra una ruspante, orgogliosa, indipendente e verace donna della bassa ferrarese e un freddo, metodico e calcolatore commesso di una libreria romana, non così lontano dal classico nuovo piccolo borghese figlio del boom economico che ha in Alberto Sordi la faccia più tipica. Sullo sfondo del “grande fiume”, della sua campagna e delle sue balere, tra lambruschi, scemi del villaggio, viaggi in barca e salama da sugo, nel giro di poco più di una giornata la speranza di un reale incontro e di un amore per entrambi, ognuno dai suoi opposti punti di vista, in qualche modo salvifico sfuma. La visita è un film sulle solitudini e soprattutto sulle incrostazioni che queste lasciano nel corso degli anni. La mediocrità e l’opportunismo di lui, per esempio, si rivelano come i sedimenti di disillusioni e abitudini trascorse, che esplodono nel lacerante, ma anche spietatamente dolce, confronto finale, per entrambi amarissima presa di coscienza, di se stessi e dello svanimento delle illusioni. Poi c’è lei, la Pina. Nella sua galleria di ritratti femminili, Pietrangeli ha raccontato donne in qualche modo contemporaneamente “dentro” e “fuori” dal loro tempo, e lacerate da questa contraddizione di fondo. È come se fossero vittime della continua tensione tra le spinte centrifughe che le vedono inseguire, con più o meno chiarezza, ruoli, scelte e comportamenti diversi dai consueti e sotto più di un aspetto “avanti” rispetto alla concezione più diffusa, e le spinte centripete che invece le bloccano e le riattirano, imprigionandole, nelle convenzioni e nelle regole del loro presente. Una tensione che esternamente esplode nella commistione tra commedia di costume e preciso dramma esistenziale, ma che si combatte innanzitutto nelle interiorità delle lacerate, confuse e sconfitte protagoniste.

La parmigiana (1963, disponibile su YouTube) racconta per esempio di “un soggetto” che vuole comportarsi come tale a tutto tondo, e che inevitabilmente viene visto, considerato e usato come puro “oggetto”; nel bigottismo più arcaico della bassa, nel conformismo della cittadina di provincia (Parma), così come nel disinteresse e nel caos della capitale. Protagonista è una giovane ragazza alla ricerca di un posto e di un ruolo nel mondo, bloccata tra l’incudine delle aspirazioni e delle insofferenze e il martello di una realtà indifferente e immutabile. Scopriamo gradualmente i suoi passati, in un continuo salto tra il presente e ciò che è stato e che si è sedimentato nell’interiorità e nel carattere della protagonista. Questa discontinuità temporale, esplosa nella costruzione narrativa e stilistica di Io la conoscevo bene, e questo utilizzo dei flashback sono firme tipiche del cinema di Pietrangeli, affinate film dopo film. Anche ne La visita significative sono le ricorrenti sfumature dal presente al passato dei due personaggi, una maniera per descriverli e per alzare il sipario sulla finzione alla base di quell’incontro. Sotto certi aspetti, è come se questi film fossero dei flussi di coscienza delle protagoniste, con cui si raccontano a loro stesse ancor prima che a noi spettatori.

Per quanto in maniera più tradizionale, il flashback dominava anche Nata di marzo (1957, su Prime Video), acuta commedia su una diciottenne che sposa un architetto quarantenne, e su una vita coniugale resa tempestosa dalle tensioni dovute principalmente alla lacerazione della protagonista, alle sue ancora acerbe recriminazioni e ai suoi ancora sfumati nuovi desideri (dall’indipendenza lavorativa alla consapevolezza dei due pesi e due misure usate con uomo e donna per certi comportamenti). Con questo film Pietrangeli racconta, seguendo fra l’altro l’onda di commedie coeve simili e diverse – Il segno di Venere di Dino Risi, per esempio – l’affacciarsi ancora incerto di due nuovi protagonisti sociali e culturali, sintetizzati nella stessa persona; i giovani e le donne. Un lieto fine posticcio e imposto dalla produzione non macchia particolarmente questa commedia, caratterizzata anche da un sagace utilizzo delle scenografie, degli ambienti (il “modernariato” come indizio più immediato dei tempi che cambiano alla vigilia del boom economico) e della posizione dei personaggi nell’inquadratura, altra cassa di risonanza della loro condizione intima e del loro rapporto.

La cura degli ambienti e della composizione dell’inquadratura è un’altra ricorrenza del cinema del nostro, il quale conferma di non essere “solo” un abile narratore e un fine ritrattista di interiorità e di questioni esistenziali, ma anche decisamente abile nella, per così dire, pura messa in scena. Ancora La visita, con i suoi ambienti in qualche modo “personaggi” e con la disposizione (da notare l’uso degli specchi) dei protagonisti in momenti decisivi, è un esempio significativo.

Concludendo, abbiamo provato a riassumere come il cinema di Pietrangeli fosse un cinema intimo, interiore e dalle connotazioni esistenziali, in cui il particolare delle vicende assumeva significati universali. Non secondaria, per quanto rispetto alla “commedia all’italiana” del periodo non dominante, è la parte di costume. I film citati sono ricchi di ironiche annotazioni sull’Italia del boom economico, e lo stessa condizione tormentata delle donne diventa il riflesso talvolta non privo di ironia e cattiveria di una società in mutamento solo apparente ed esteriore.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo grande protagonista del cinema europeo – a partire dai ritratti maschili de Lo scapolo (1957, uno dei migliori film di Sordi della sua prima parte di carriera; su Amazon Prime) e de Il magnifico cornuto (1967, racconto divertito e quasi surreale di un’ossessione; pure lui su Prime), fino ad affrontare Io la conoscevo bene. Servirebbe uno spazio ancora maggiore di quello, già probabilmente consistente, che vi abbiamo chiesto. L’auspicio è che questo articolo possa essere un invito a scoprire/riscoprire questo grande regista, in tempi duri come questo o, in futuro, in giorni più sereni.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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