Memorie di un assassino

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REGIA: Bong Joon-ho
CAST: Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha, Song Jae-ho, Ko Seo-hie, Jeon Mi-seon, Park No-shik
SCENEGGIATURA: Bong Joon-ho, Kim Kwang-lim, Shim sung-bo
FOTOGRAFIA: Kim Hyung-ko
MONTAGGIO: Kim Sun-min
MUSICHE: Iwashiro Taro
Poliziesco
Corea del Sud 2003, 135 minuti

Il trionfo di Parasite all’ultima notte degli Oscar ha permesso di far risuonare a una fetta di pubblico più vasta il nome del regista coreano Bong Joon-ho, fino a poco tempo fa conosciuto e celebrato perlopiù da una più o meno numerosa nicchia di appassionati e cultori. Nelle ultime settimane è stato infatti distribuito nelle sale italiane il suo secondo film, datato 2003; Memorie di un assassino (Memories of murder), l’opera che presentò al mondo il valore dell’autore, consacrandolo come uno dei protagonisti più interessanti non solo della new vave sudcoreana e del cinema orientale. Non è vero che il film è del tutto inedito in Italia – è esistita una distribuzione in dvd a cura della Dolmen, oltre a qualche proiezione in rassegne e festival ‒, ma sarà certamente interessante vedere quale sarà – nonostante l’handicap della chiusura dei cinema in molte regioni dovuta all’ordinanza contro il coronavirus – l’impatto di questa distribuzione tardiva, tenendo anche conto che buona parte del pubblico di maggior riferimento ha già in qualche modo visto il film nel corso di questi 17 anni trascorsi dalla sua realizzazione. L’auspicio è che il traino di Parasite funzioni e allarghi il bacino di curiosi e interessati, perché Memories of murder è un ottimo film, nel quale già risplendono il talento cristallino e potente del regista, la sua poetica allo stesso tempo semplice e stratificata, che dei generi e dei suoi schemi si nutre, così come risplendono alcune tematiche che caratterizzeranno buona parte del cinema coreano di questo inizio secolo

Memories of murder è un poliziesco; siamo nel 1986 quando un villaggio rurale della Corea del Sud viene sconvolto dall’uccisione di una serie di giovani ragazze. Le indagini sono affidate al ruspante detective del luogo, coadiuvato da un brutale collega “tutto d’un pezzo”, che pian piano vede entrare in crisi le sue del tutto inadeguate convinzioni e metodi. La coppia verrà presto affiancata da un più razionale e distaccato detective proveniente, di sua volontà, da Seul. I due metodi, le due “culture” – quella rurale e profonda, e quella urbana e moderna – e le due impostazioni si scontreranno, entrando nella spirale di ossessioni e fallimenti di un’indagine apparentemente senza soluzione e di una realtà sfuggente e indecifrabile.

Il cinema di Bong Joon-ho ha sempre in qualche modo giocato sul crinale tra fedeltà ai generi cinematografici e la loro rilettura più autoriale e personale. Il suo è un cinema coinvolgente e immediato tanto quanto stratificato e complesso. Da questo equilibrio nascono il racconto di ossessioni profonde e un’idea di realtà insondabile, sfuggente e di pura apparenza. Una realtà esterna le cui sembianze sono legate alle realtà interiori, alle proprie visioni del mondo che si trasformano in ossessione man mano che vengono messe alla prova e mostrano la loro illusorietà. Questa liquidità del reale, della verità e del percepibile in Memorie di un assassino nasce dall’utilizzo dei canoni del noir e dalla fallibità dell’indagine in atto, tra false piste, contrasti, convinzioni forti che si rivelano friabilissime e che macerano nelle psicologie e nei comportamenti dei poliziotti. Joon-ho riesce a creare suspense, non solo e tanto quella più immediata e “narrativa” legata alla risoluzione della vicenda, quanto quella più profonda e psicologica che ci permette di immedesimarci e capire i tarli e gli spaesamenti dei poliziotti protagonisti. Dà in un certo senso corpo e concretezza alle loro ossessioni, anche grazie a soluzioni stilistiche quali l’efficace e significativo uso del campo-controcampo, dei giochi di sguardo, delle inquadrature soggettive e dei campi lunghissimi sul paesaggio che sembrano quasi accennare una minaccia e una realtà superiore ed estranea alle possibilità di conoscenza e comprensione dei personaggi. Tra gli esempi più significativi, ci sono la primissima sequenza in cui “si osservano” il poliziotto, un bambino e il primo cadavere, e soprattutto la celebre rottura della quarta parete nel finale, conferma di un assillo che non passa col tempo e con le condizioni sociali e culturali, del paese e dei singoli, mutate.

Perché ci sono anche lo sfondo storico, mai davvero in primo piano ma chiaramente accennato e richiamato, e la situazione in mutamento del Paese – siamo negli anni del tramonto dei governi più autoritari e di origine militare, che, per esempio, avevano nella brutalità della polizia uno degli elementi più contestati – che agiscono su questa realtà e che in qualche modo mettono in crisi i poliziotti nelle loro certezze e nelle loro visioni del proprio lavoro e del mondo; da questo punto di vista, la figura più significativa è forse quella del poliziotto tutto d’un pezzo, l’aiutante del detective del villaggio, personaggio che finisce con l’uscire di scena anche con, significativamente, perdite fisiche, come fosse uno scomodo reperto. Non manca quindi tra le righe la contrapposizione tra “tradizione” violenta, pregiudiziale e ruspante del rappresentante della legge rurale, e quella più sofisticata, riflessiva e moderna, ma pronta a crollare e a essere messa in discussione, del detective cittadino. È quasi come se il film fotografasse e metaforizzasse nei canoni del noir un periodo di passaggio e trasformazione del Paese, anche in questo caso sfuggente, fallibile, imperfetto e, tra le righe, tutt’altro che portatore di miglioramenti sostanziali.

A partire da questo film straordinario, Bong Joon-ho costruirà, tassello dopo tassello, una poetica sempre all’insegna della manipolazione dei generi, di una complessità di sguardo e di tematiche sotterranea, e di uno stile contemporaneamente ruspante e maestoso, elegante senza cadere nella raffinatezza calligrafica. Il suo cinema racconterà pochi anni dopo, nel 2009, con forza ancora maggiore un’altra ossessione lancinante e un altro sguardo sulla realtà ancor più mendace e soggettivo in Madre, storia dell’indagine privata di una donna che vuole scagionare il figlio arrestato e altro film di cui consiglio la scoperta/riscoperta.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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