Torino Film Festival: Sofà

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REGIA: Bruno Safadi
CAST: Ingrid Guimarães, Chay Suede, Nizo Neto, João Pedro Zappa, Laura Neiva, Guilherme Piva, Bruce Gomlevsky
SCENEGGIATURA: Bruno Safadi
FOTOGRAFIA: Azul Serra
MONTAGGIO: Ricardo Pretti
Sperimentale
Brasile 2019, 71 minuti

Archiviate le visioni e arrivato il momento di tirare le somme, possiamo dire che l’ultima edizione, la trentasettesima, del Torino Film Festival non è stata tra le più esaltanti, vittima in qualche modo di una certa stanchezza nel riproporre tipi e idee di cinema (su tutte, l’estetica indie e l’horror) e di una certa medietà di fondo; insomma, la sensazione è stata, complessivamente, quella che la kermesse si sia in qualche modo adagiata su schemi e offerte consolidate che necessitano almeno di una revisione e di un aggiornamento, se non di un rinnovamento. Questo anche perché i segnali di questa sorta di appagamento già erano apparsi nelle ultime due annate.

Nell’offerta complessivamente all’insegna della qualità medioalta, che non fa strappare i capelli, non lascia molto e che soprattutto poco aggiunge allo stato delle cose – elemento invece che nel recente passato è stata l’arma in più del festival sabaudo, soprattutto per quanto riguarda l’approccio ai generi cinematografici –, c’è stato almeno un film che ha spiccato: Sofà del brasiliano Bruno Safadi, presentato in “Onde”, la sezione dedicata al cinema sperimentale e di ricerca.

Il divano a cui rimanda il titolo è quello ritrovato nel mare che lambisce Rio De Janeiro da un’insegnante, aiutata da uno strano pescatore, il quale la seguirà e la supporterà anche nel successivo peregrinare tra le contraddizioni e le problematiche del Brasile contemporaneo. I due vagheranno per le strade di Rio portando con sé il divano, in un’atmosfera quasi kafkiana e paradossale in cui regolarmente risuonano gli aspetti più duri e violenti del contesto sociale e politico, a partire dalla più immediata disgregazione visiva e urbana conseguenza delle rivoluzioni urbanistiche successive ai grandi eventi sportivi degli ultimi anni.

Sofà è un beffardo film di denuncia che mette in scena un popolo spaesato e un Paese (e ovviamente, fatta la tara delle tipicità, il discorso nella sostanza può essere allargato ad altre situazioni) dalle identità sradicate e che è sempre più preda della violenza, delle disparità sociali, del classismo e dell’arroganza violenta. Un’atmosfera torva che Safadi trasfigura nel grottesco e in una concretissima “irrealtà”, senza però dimenticarsi di indicare con assoluta chiarezza i bersagli che vuole colpire e senza rinunciare alla militanza.

È un film duro che a questa durezza arriva trasmettendo sensazioni differenti e variegate, tutt’altro che privo di tenerezza e sentimento – è anche la storia di un affetto e, anzi, potremmo dire che la tenerezza entra a gamba tesa nelle scottanti problematiche raccontate – e che non rinuncia a usare le armi della comicità per mettere in ridicolo e alla berlina con, in certe sequenze (la visita nell’abitazione/fortezza del sindaco), Buster Keaton e Jacques Tatì come numi tutelari. In qualche modo è come se tutte le scene che vediamo siano i momenti di un incubo che talvolta assume le sembianze del sogno, o, al contrario, di un sogno che da un momento all’altro può diventare un incubo.

Safadi rende Sofà un oggetto estraneo non tanto e solo per la stravaganza della storia raccontata, quanto soprattutto per il suo lavoro sullo stile e sul linguaggio, continuamente all’insegna della sperimentazione e della manipolazione. Così, lunghe sequenze in cui vengono mostrati collage di titoli e articoli di giornale riportano l’attenzione sugli aspetti più tragici e, man mano, danno senso a ciò che vediamo raccontato, la cinepresa, aiutata dal montaggio, è libera di muoversi e osservare da varie angolazioni come in un film del “Cinema Novo”, la nouvelle vague brasiliana in cui l’atto di filmare in un certo modo diventava “politico”, e la fotografia cambia continuamente toni e filtri per rendere ancor più paradossale e magmatica la sostanza di fondo. Questo continuo lavoro sul linguaggio è decisivo affinché la realtà e la denuncia appaiano in tutta la loro forza, dopo essere state trasfigurate dall’assurdo e dall’irreale e dopo aver attraversato quegli altrove che talvolta rendono i sogni e gli incubi plausibilissime riletture di verità nascoste, e affinché Sofà di Safadi mostri tutta la sua militanza, politica e di sguardo.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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