Festival del cinema del lavoro / 4ª edizione (Vicenza 1-5 ottobre)

image_pdfimage_print

A Vicenza, il giovane e battagliero Working Title Film Festival da quattro anni si pone l’obiettivo di indagare nelle sue mille sfaccettature quell’elemento decisivo e centrale della nostra vita che sta vivendo mutazioni decisive, diventando spesso, nei migliori dei casi, sfuggente e vago, e, nei peggiori, un qualcosa che – invece di nobilitare – uccide, annulla o umilia: il lavoro. Lo fa attraverso la fiction e il documentario, con cortometraggi e lungometraggi, per mezzo di sperimentazioni visive e di forme di racconto e di linguaggio più tradizionali. Il giovane festival, ideato e diretto da Marina Resta, rincorre gli sguardi e i punti di vista e abbraccia tutte le maniere con cui il cinema e l’audiovisivo possono raccontare le moltitudini di carattere geografico, sociale e culturale, dei meandri nascosti nella profondità di quelli che oggi sono i significati della parola lavoro.

L’alienazione, per esempio – uno degli effetti collaterali che storicamente viene associato al lavoro, ma che negli ultimi tempi sta in qualche modo allargando il suo raggio occupando anche professioni e concezioni a cui prima era estranea –, è protagonista, raccontata in maniera diversa, dei due cortometraggi vincitori di questa edizione: Am cu ce della tedesca Hannah Weissenborn, a cui è andato il premio per il miglior film cortometraggio, e Being and Becoming della spagnola Maite Abella, miglior film di Extraworks, la sezione sperimentale.

Nel primo caso, l’annullamento di sé emerge attraverso le armi di una fiction “classica”, realistica e precisa nello scavo delle psicologie e nelle descrizioni di ambienti fisici e umani. Il rigore ricorda, se vogliamo trovare un riferimento, quello dei fratelli Dardenne; c’è un simile “pedinamento” di personaggi alle prese con dilemmi interiori e scelte lancinanti nelle quali si riflettono storture di più ampio raggio. Nell’esemplare vicenda dell’esperto camionista costretto a turni massacranti e a escamotage che aggirano i limiti legislativi sul numero di ore di guida, agiscono infatti le regole e le esigenze di un mercato – è uno dei discorsi di fondo del film – che pare pretendere l’assenza di momenti di distacco e di riposo. Così, a livello estetico, la stanchezza, il tormento interiore e l’alienazione del protagonista si riflettono nel suggestivo, drammatico e notturno flusso di camion che ne accompagnano il viaggio.

Nel secondo caso, Being and Becoming della videoartista Maite Abella, l’alienazione emerge dalle suggestioni, dalle rarefazioni e dalle vie di fuga tipiche della videoarte e dell’installazione artistica. Il cortometraggio ci porta tra le stanze di un importante museo e ci accompagna in un viaggio nelle illusioni, nei rimpianti e nell’alienazione di una donna che «voleva entrare nel mondo dell’arte dalla porta principale», arrivandoci in realtà come guardia di sala. Il flusso di coscienza della protagonista, con il suo fiume di parole, si sovrappone al flusso di levigate e asettiche superfici bianche – i particolari del museo – che rimandano alla sua condizione, alle immagini in bianco e nero di Barbara Stanwyck e dei suoi personaggi coriacei e forti che fanno emergere i rimpianti e, per così dire, la “vita non vissuta”. Infine, il volto dell’artista appare costantemente, fuori fuoco o sovrapposto, dando corporeità a questa visionaria e rarefatta indagine sulla sconfitta e sulla perdita di sé.

Talvolta, accennavamo, il lavoro è come sfuggente; o non c’è, o agisce da lontano come un’entità vaga e implacabile. Così, per esempio, nel dolce e rarefatto cortometraggio Il giardino di Francesca Bertin vediamo come un operaio della Pedemontana veneta passi le sue giornate nella più assoluta ripetizione, trovando rifugio in una vicina zona verde, mentre i piloni dell’arteria in costruzione appaiono costantemente come silenti e minacciosi guardiani della libertà dei lavoratori. Il lavoro pare essere assente, o “osservare” da lontano, anche in A dog’s luck , film belga dell’olandese Nina De Vroome, che ha invece un soggetto e un punto di vista decisamente originale: quello dei cani poliziotti osservati nella quotidianità del loro addestramento. Il corto, privo di dialoghi e con la cinepresa che si ferma e osserva a lungo, si basa su uno strano gioco di rimandi; c’è quello tra i comportamenti e gli atteggiamenti più tipici dei migliori amici dell’uomo e il pensiero che anche loro siano al lavoro e che in qualche modo le loro azioni siano imposte, e c’è quello per cui loro sembrano osservare con distacco gli umani costantemente fuori campo e nel momento di svolgere la loro professione.

L’ora d’acqua di Claudia Cipriani è stato invece il lungometraggio vincitore. È dedicato ai sommozzatori, visti attraverso gli occhi e la vita del protagonista Mauro, il quale lavora per buona parte dell’anno nelle profondità delle piattaforme petrolifere. Cipriani non segue le strade più classiche dell’inchiesta e del reportage, pur descrivendo con precisione il lavoro del suo protagonista e pur aprendo con chiarezza le porte di questo duro e affascinante mondo subacqueo. Semmai, lavora sul concetto, ampliandolo oltre gli elementi più pratici e materiali, di “testimonianza”; lo sguardo sul reale si compie infatti attraverso le maglie di un duplice, e molto libero, racconto assolutamente intimo, attraverso la centralità delle sensazioni, dei rapporti e degli stati d’animo che, in certi momenti – gli inserti animati sono i più palesi, ma non gli unici –, può far pensare alla tradizione di certo nostro documentario che flirta con la finzione per raccontare psicologie e interiorità. Così, L’ora d’acqua, dove centrale è il rapporto tra Mauro e il piccolo – sei anni – Milo, diventa un documentario con cui è facile essere partecipi e in cui è facilissimo immergersi.

About Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

Vedi tutti i post di Edoardo Peretti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.