Midsommer. Il villaggio dei dannati

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REGIA: Ari Aster
CAST: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, Vihelm Blomgren, Ellora Torchia, William Jackson Harper
SCENEGGIATURA: Ari Aster
FOTOGRAFIA: Pawel Pogorzelski
MONTAGGIO: Lucian Johnston
MUSICHE: Bobby Krlic
Horror (“Folk horror”),
Usa/Svezia 2019, 142 minuti

All’incirca un anno fa usciva nelle sale Hereditary. Le radici del male, esordio nel lungometraggio di Ari Aster. In questi giorni, ancora relegato nel periodo del relativo deserto della distribuzione estiva, esce la seconda opera del regista, il quale conferma di essere un nuovo alfiere del cinema di paura “adulto” con il “folk horror” Midsommer. Il villaggio dei dannati. 

Da tempo riecheggia il ritornello per il quale l’horror è un genere che ha smarrito la sua capacità di essere radicale, di rielaborare e affrontare ciò che tipicamente rimane nel campo del non detto e di esorcizzare paure profonde, anche a costo di risultare sgradevole, radicale e malsano. È un genere sempre più spesso considerato come regredito all’adolescenza e quasi impaurito di dire e mostrare troppo, che spesso si affida ai trucchetti come gli abusati “jumpscare” e agli spaventi che spariscono nel giro di un battito di mani. Allo stesso tempo però regolarmente questo ritornello pare essere messo in discussione da singoli film che fanno ritrovare quell’inquietudine che ti accompagna anche ben oltre i titoli di coda e che scavano nel profondo e nei rimossi, dell’intimo come della società. The Babadook di Jennifer Kent, Goodnight Mommy di Veronika Franz e Severin Fiala, The Wailing del coreano Na Hong-jin, The witch di Robert Eggers, It follows di David Robert Mitchell, Noi di Jordan Peele e Hereditary. Le radici del male di Ari Aster sono alcuni esempi di film celebrati come possibili nuovi punti di partenza per il cinema del terrore. Molti di questi, inoltre, affrontano ed esorcizzano il lato oscuro della famiglia e dei rapporti affettivi, raccontando lo scoperchiamento del vaso di Pandora delle tare, dei non detti, delle invidie e dei sensi di colpa interni alle mura di casa. In qualche modo sono film che confermano quel legame che unisce i racconti dell’orrore e la tragedia, e la capacità dei primi di mettere in evidenza gli aspetti più profondi, conturbanti e oscuri della seconda.

Hereditary, per esempio, univa il soprannaturale dichiarato al “realismo” delle condizioni, degli stati d’animo e delle tensioni nei rapporti; le cupe eredità di una matriarca dedita al satanismo esplodevano in seguito a un concretissimo dramma famigliare e agivano sulla rielaborazione del lutto. Significativa era anche la divisione narrativa dell’opera, che iniziava come un horror, quasi lo accantonava nella parte centrale colorata dal nero angosciato del dramma per poi riprenderlo in maniera parossistica, come seguendo un climax con cui l’esplosione del “genere” e dei suoi stilemi sosteneva il punto di non ritorno delle angosce e delle tensioni tra i personaggi.

Pure in Midsommer tutto prende il via da una tragedia famigliare e dalla necessità di rielaborarla. Le conseguenze del trauma impattano sul rapporto tra Dani – la vittima – e Christian, una storia già in crisi per l’egoismo e la codardia del secondo. Mosso dai sensi di colpa, Christian decide di invitare la fidanzata a una vacanza, organizzata con gli amici, nel profondo della Svezia, in una comunità rurale dove si tiene il “festival di mezza estate”, che si dimostrerà essere tutt’altro che pittoresco e folklorico. Sarà una graduale discesa nell’incubo, un’immersione nelle ataviche e ancestrali credenze di una comunità isolata, ma sarà anche l’occasione per Dani di guardare negli occhi se stessa, solo apparentemente annullandosi e smarrendosi.

Midsommer è da un lato il racconto di uno smarrimento interiore, del dolore che può diventare furia in un drastico e brutale percorso catartico, e dall’altro si presenta come una versione conturbante, sanguinolenta e deleteria del melodramma che racconta le tensioni interne alla coppia e le loro deflagrazioni o che affronta la tossicità di certi rapporti di forza interni a determinati legami affettivi. Aster conferma così la sua capacità di creare oscure allegorie, tutt’altro però che prive di un approccio verosimile e paradossalmente realista, del lato più fosco dei rapporti e dei sentimenti. Il suo è un cinema che rielabora la maniera con cui il trauma può scardinare certezze e concezioni, in qualche modo aprendo le porte a una realtà altra perversa e gigantesca – dichiaratamente soprannaturale in Hereditary, ancestrale in Midsommer.

La sua idea di horror, come accennato, non scende a patti con la medietà delle intenzioni; sa essere malsana e sa colpire con potenza, sia nel senso dell’inquietudine che trasmette, sia per come rielabora il discorso allegorico che abbiamo accennato, alternando momenti e sequenze esplicite e sanguinolente, ad altre – dominanti – veicolo di una paura più sottile e nascosta. Anche con un’eleganza stilistica evidente, per esempio, nelle geometrie di ambienti, paesaggi e architetture, o nei campi lunghi che in Midsommer incastrano i personaggi al panorama della comunità e sottolineano il loro graduale smarrimento.

Se in Hereditary però questa eleganza stilistica non contrastava l’essenza ruspante e un po’ sporca del genere, e il virtuosismo conviveva con la visceralità, in Midsommer lo stile diventa decisamente più magniloquente e, per così dire, distaccato, oltre a evidenziare una sicurezza registica già affermata, tanto che da più parti Aster è stato accusato di eccessivo narcisismo, cosa di per sé abbastanza evidente, ma che non è un punto debole. Il distacco e la freddezza dello sguardo diventano infatti il tono giusto per raccontare la potenza sottile e implacabile con cui le caratteristiche del “midsommer” e le regole della comunità, passo dopo passo, indizio dopo indizio, shock dopo shock, si insinuano nell’interiorità sballottata di Dani, trasformandola. E per dare, quindi, potenza a questa allucinata, potente e malsana ricognizione sul lato più oscuro e invisibile della luna; il luogo, cioè, che l’horror dovrebbe presidiare.

About Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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