Il corriere – The mule

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Il CORRIERE – THE MULE

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Dianne Wiest, Taissa Farmiga, Alison Eastwood, Michael Peňa, Andy Garcia
SCENEGGIATURA: Nick Schenk
FOTOGRAFIA: Yves Bélanger
MONTAGGIO: Joel Cox
drammatico, 116 minuti

Spente le sue 88 candeline, Clint Eastwood torna, quasi dieci anni dopo aver interpretato l’iconico e sofferto Walt Kowalski in Gran Torino, davanti la macchina da presa personificando l’ennesimo personaggio variazione della sua icona in The Mule – Il corriere, da lui stesso diretto, e regalando un altro film prezioso.

Il corriere – The mule è ispirato alla storia vera di Leo Sharp, floricoltore reduce della guerra di Corea che negli anni Ottanta, sulla soglia dei novant’anni, divenne un corriere della droga per un importante carrello messicano. Sharp trasportava chili di cocaina nascosta nel suo minivan, sfruttando la sua aria da anziano qualunque e decisamente “yankee”, fino a che la DEA – con il detective interpretato nel film da un ottimo e stranamente asciutto Bradley Cooper – non capì il trucco.

Il protagonista di The mule è quindi un altro personaggio assolutamente individualista e libertario. Le scelte e i comportamenti dei tipi eastwoodiani spesso affrontano di petto, in un misto di responsabile e più o meno orgogliosa accettazione e di altrettanto consapevole ribellione assolutamente intima e per niente collettiva, il contesto. È stato, rimanendo all’ultimo decennio, il caso di J Edgar Hoover in J Edgar (2011), del cecchino protagonista di American sniper (2014), del pilota di Sully (2016) e degli improvvisati eroi di Ore 15:17 – Attacco al treno. Biografie e storie vere raccontate nell’ottica di una continua, sotterranea e variamente declinata a seconda dei casi tensione tra individuo e contesto, dove decisiva diventa la capacità di compiere scelte nell’istante stesso in cui queste si pongono, con tutte le prese di responsabilità e le conseguenze del caso (si veda, per esempio, la deriva interiore dei protagonisti di American sniper e di Sully). Questa fondamenta del cinema di Eastwood torna in tutta la sua evidenza in The mule, altra storia vera che allo stesso tempo però si ricollega all’ultimo capolavoro del regista e ultimo suo film, per così dire, interamente “di finzione”: Gran Torino (2009), sofferto punto esclamativo su un’intera carriera e punto di arrivo di uno sguardo sulla nazione e, nel XXI secolo, su come la sua autopercezione fosse stata traumatizzata dall’11 settembre.

The mule e Gran Torino sono in qualche modo due film testamentari, due opere che concludono, con vigore e tenerezza, un percorso in cui Eastwood ha rappresentato e osservato dall’alto della sua forza iconica una certa idea e un certo modo di concepire l’essere e sentirsi statunitensi, con le stesse dosi di orgoglio e di consapevolezza delle tensioni che hanno messo in crisi e in discussione questa appartenenza e la sua autopercezione; un’ottica, è pure inutile ribadirlo, certamente conservatrice e orgogliosa di esserlo, che però, proprio per l’esaltazione tipicamente nordamericana dell’individuo e per la conseguente connotazione anarcoide che il cinema del nostro spesso ha assunto, non ha la rigidità delle opinioni preconfezionate, monodimensionali e immobili che parlano ai convertiti e respingono chi la pensa in maniera opposta. Nella filmografia di Eastwood non sono infatti mancate in questo senso talvolta vere ambiguità e messe in discussione, e talvolta incrinature e contraddizioni. Lo dimostra, per esempio, proprio in Gran Torino la catarsi che ha portato il protagonista ad aprirsi al diverso e mettere in discussione il suo razzismo, oppure la scelta dell’eutanasia nel finale di Million Dollar Baby.

Anche in The mule ci sono una riconsiderazione degli errori di una vita intera e un processo di catarsi, nello specifico legati all’aver ignorato la famiglia e all’aver privilegiato il lavoro e la voglia di fuga e movimento (altro elemento tipico di certa cultura statunitense). La scelta dell’anziano protagonista diventa un estremo tentativo di ricostruire le rovine nate dal modo di concepire l’esistenza e di riparare gli errori la cui coscienza è apparsa in tutta la sua potenza quando la vita teoricamente ha già dato tutto o quasi. Teoricamente, perché torna la questione a cui abbiamo accennato dell’importanza decisiva delle scelte immediate e della capacità di affrontare le relative conseguenze e i relativi pesi. Gli insegnamenti, semplici ma resi nel film in maniera tutt’altro che banale, sono che “si può comprare tutto, ma non il tempo” e che, contemporaneamente, non è mai troppo tardi per rimediare, cambiare radicalmente e mettere in gioco se stessi, nonostante ciò porti inevitabilmente a una struggente amarezza. Risalta la forza d’animo di saper cogliere l’attimo, piegandolo alle proprie nuove consapevolezze e in qualche modo combattendo il tempo proprio sul terreno della sua fugacità. In qualche modo come fa l’emerocalide, il fiore coltivato dal protagonista che vive e mostra tutto il suo splendore per un solo giorno.

Tutto questo viene impreziosito dal fatto che Clint Eastwood è lì davanti alla macchina da presa e agli occhi dello spettatore. Torna e ci parla dall’alto della sua carriera ormai quasi cinquantennale, della sua icona e di tutto ciò che rappresenta. Se in Gran Torino di questa icona prevaleva l’apparenza più politica e ideologica, in The mule prevale il lato più umano e intimo, ma il valore “testamentario” e di testimonianza è il medesimo. Eastwood appare per la prima volta davvero “vecchio”, dipingendo sulle rughe del suo volto tutta la forza, la tenacia, l’orgoglio ma anche tutte le debolezze, le ferite, i rimpianti e le paure del personaggio che interpreta.

Per concludere, risalta in The mule tutto l’umanesimo del cinema del regista e, più in generale, di quel cinema statunitense degli anni Settanta di cui, inevitabilmente e senza fare copia e incolla, Eastwood è erede. È un film infatti struggente e coriaceo, duro e tenerissimo, caloroso pur nell’assoluto vigore di fondo. Forse non è un assoluto capolavoro come quelli a cui l’autore ci ha abituato in passato, ma assolutamente un’opera preziosa che rimane e cresce nei giorni.

About Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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