Ancora dighe. Ma sono davvero necessarie?

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Le dighe sono tornate di moda: con i nuovi progetti sulle Alpi (Combanera, Ingria, Vanoi) e purtroppo, tragicamente, con la vicenda della centrale di Bargi. Erano anni, anzi decenni che non si parlava più di realizzare nuovi invasi. Forse l’ultimo impianto di grande portata è stato realizzato dall’Enel sul fiume Vomano, nel Teramano. Questa volta la giustificazione non è tanto il carbone bianco (come era definita l’energia idroelettrica circa cent’anni fa), quanto la funzione di accumulo della risorsa a fini idropotabili e irrigui. Complice l’aumento delle temperature e la sempre più frequente siccità. È del tutto superfluo sottolineare che queste nuove ipotetiche grandi opere non fanno che cavalcare la nostra insostenibile impronta ecologica, e che nulla si pensa di fare sul piano del risparmio e dello spreco dell’acqua. Secondo il recente rapporto ISTAT (marzo 2024) l’Italia è terza in Europa per consumo di acqua potabile, con una media di 424 litri per abitante al giorno e 155 metri cubi sempre per abitante, all’anno. Peggio (perché di peggio si tratta…) fanno solo l’Irlanda e la Grecia (https://www.istat.it/it/files//2024/03/Report-GMA-Anno-2024.pdf).

A ciò si aggiunge, sempre secondo l’ISTAT, che nel 2022 il volume delle perdite idriche totali nella fase di distribuzione dell’acqua è stato pari a 3,4 miliardi di metri cubi, il 42,4% dell’acqua immessa in rete. Inoltre si consideri, come ricorda sempre l’ISTAT, l’utilizzo in agricoltura: «Nell’annata agraria 2019-2020 la superficie irrigabile delle aziende agricole italiane, ovvero la superficie attrezzata per l’irrigazione, è pari a 3.808 migliaia di ettari (il 30,6% della superficie agricola utilizzata – SAU), distribuiti su circa 484 mila aziende, il 42,8% del totale delle aziende agricole». Utilizzo che comunque è diminuito rispetto al passato, ma solo perché molte imprese agricole hanno chiuso i battenti. Comunque – ormai lo sanno anche i bimbi – l’irrigazione in agricoltura è destinata in buona parte non a soddisfare direttamente una esigenza alimentare umana, ma quella di mucche, maiali, pecore, capre… Quindi, riassumendo, anziché praticare una politica volta al risparmio della risorsa, anziché intervenire per tappare le falle, anziché agire sul fronte delle politiche alimentari, si opera come fece il fascismo circa un secolo addietro: grandi opere. Ma che almeno allora erano giustificate dalle esigenze dell’industria della pianura. Pensiamo, per restare al nord, a impianti come Fiat, Michelin, Falck.

È stato pensando a quelle grandi opere, che spesso decretarono la sommersione di intere borgate e Comuni, che ho raccolto le testimonianze indirette e dirette delle genti montane che negli anni Trenta/Cinquanta dello scorso secolo subirono l’inizio della colonizzazione delle Terre Alte. Cui poi succedettero impianti da sci, seconde case, e via discorrendo. Il tutto è confluito nel libro Sotto l’acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi (LAReditore), perché ogni azione umana ha conseguenze, e spesso anche sui propri simili: «Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita» (Marco Balzano).