L’acqua: bene comune sprecato

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Che l’acqua sia un bene prezioso ma non infinito è ormai nell’immaginario di tutti. Ce lo eravamo dimenticati guardandola sgorgare copiosa dai rubinetti delle nostre case (anche se in molte parti del mondo essa viene presa dai pozzi, arriva alle famiglie con la fatica di chi la trasporta e non sempre è né potabile né sicura). Gli eventi estremi portati dal cambiamento climatico hanno rimesso questo miracolo della natura nella giusta prospettiva: è una forza, nelle nuvole, nei fiumi, nei mari da considerare con rispetto, è un miracolo nella vita di tutti noi, che ci dona salute, ricchezza e felicità. Come sostiene l’Onu, l’acqua è un bene comune, molto prezioso, e il diritto all’acqua un diritto inalienabile. Negli obiettivi n. 6 e 14 dell’Agenda 2030 l’Onu ha sottolineato quanto essa sia fondamentale per il benessere dei popoli.

Per quanto riguarda l’Italia, il Centro-Nord non ha mai avuto problemi di acqua sia per le piogge regolari, sia per lo scioglimento dei ghiacciai che mitigavano la sete estiva, ma la disponibilità idrica si è andata riducendo al punto che, nel 2022, il Piemonte è stata la regione più siccitosa d’Europa. Non è piovuto per 111 giorni ed è stato l’anno più caldo degli ultimi 200, con una media di 16° in più, oltre ad essere il meno piovoso con 310 mm in meno (-65 %): la terribile siccità ha messo in ginocchio l’agricoltura di tutta la Pianura Padana. Ci si è ritrovati completamente impreparati e si è toccata con mano la drammaticità degli sconvolgimenti climatici. Nel Paese le precipitazioni si sono dimezzate rispetto alla media degli ultimi 30 anni e, quando la pioggia arriva, concentra in poche ore e in zone ristrette esagerate quantità d’acqua anche sei volte la media, causando inondazioni, allagamenti e frane.

In seguito a queste situazioni disastrose, si è dato finalmente ascolto alle stime degli scienziati Anche la società, la finanza e la politica hanno preso coscienza di quali danni p determinare il cambiamento climatico e si è cominciato a intervenire per correre ai ripari. Il fatto è che la situazione climatica sta cambiando molto velocemente ed è quindi fondamentale intervenire subito e su due fronti: abbandonare il consumo di combustibili fossili incrementando le energie rinnovabili per abbassare la temperatura e intervenire sui territori per mitigare gli effetti disastrosi di lunghe siccità alternate a piogge torrenziali, che sono ormai la regola.

Nel campo energetico purtroppo l’Italia, pur avendo fatto dei passi avanti, resta molto indietro rispetto alla situazione degli altri paesi europei. In campo idrico, poi, gli investimenti sono raddoppiati rispetto a 10 anni fa, arrivando a 64 euro l’anno per abitante, ma non basta, considerato che la media UE è di 82 euro. L’acqua vale il 20% del Pil, cioè 367,5 miliardi di euro, e si arriva al 40% comprendendo l’economia del mare. Intervenire in modo massiccio seguendo le linee dell’Agenda 2030 è, dunque, la base del nostro futuro. In Italia esistono 347 laghi, 526 grandi dighe e 20.000 piccoli invasi. Gli interventi idrici sui territori possono avvenire a più livelli, ma le parole magiche sono manutenzione ed economia circolare. Bene fare piccoli nuovi invasi diffusi purché il fondo non sia di cemento ma di rocce impermeabili (argille), con la consapevolezza che le temperature sempre più alte fanno aumentare comunque l’evaporazione. Ma ancor meglio è cominciare dalla manutenzione di ciò che abbiamo: eliminando i sedimenti interrati dagli attuali invasi si potrebbero recuperare 9 miliardi di metri cubi di acqua, più del fabbisogno annuale di tutte le nostre industrie, più di un terzo del consumo idrico del Paese. Senza contare che, in un’ottica di economia circolare, i residui di fango e ghiaia potrebbero essere variamente utilizzati e diventare risorse. In Italia piovono in media 302 miliardi di metri cubi di acqua all’anno. Abbiamo 1053 grandi falde montane, 7500 corsi d’acqua e 1240 fiumi torrentizi. Ma delle piogge viene captato solo un quarto da utilizzare nel lungo periodo; il resto si perde nei 230.000 km di canali delle acque superficiali e arriva al mare senza essere utilizzato. Per prevenire le future criticità idriche conseguenti ai cambiamenti climatici, secondo l’Associazione nazionale dei Consorzi di Bonifica e Coldiretti, sarebbe dunque necessario realizzare 10.000 impianti con relativi invasi entro il 2030 in collina e pianura per l’irrigazione agricola e l’approvvigionamento potabile. Ad oggi ben un quarto dei progetti esecutivi è già stato presentato e potrebbe essere finanziato in gran parte con i fondi del PNRR, politica permettendo.

Poiché la carenza di acqua in Italia ha riguardato a lungo solo alcune zone del Meridione, il problema della sua distribuzione era, a livello nazionale, poco sentito. Peraltro in alcune grandi città, come Palermo e Catania, la mancanza di acqua dovuta a impianti obsoleti, con furti e perdite del 60% delle acque immesse, ha generato fenomeni di corruzione e malaffare e le ditte che portavano l’acqua con le autobotti sono state spesso gestite da boss mafiosi locali che lucravano abbondantemente sulle disgrazie della popolazione. Le conseguenze dell’incuria e di scelte politiche irresponsabili sono drammatiche: la Regione in marzo ha chiesto lo stato di emergenza, per un milione di siciliani l’acqua potabile è razionata, in 150 comuni l’erogazione è ridotta dal 10% al 45%. Gli investimenti necessari per scongiurare la catastrofe agricola ed economica dovrebbero essere di 130 milioni di euro a breve e di 590 milioni a medio termine.

Rispetto agli impianti è necessario intervenire da subito per la manutenzione. Infatti la gran parte delle nostre infrastrutture idriche ha più di 30 anni (alcune più di 50) e va disperso il 42% dell’acqua potabile, contro il fisiologico 15%. Per migliorare le reti sarebbero necessari 1,4 miliardi di investimenti annui addizionali, 6 miliardi in totale. A fronte di una media europea di 123 litri di uso giornaliero per abitante, sembrerebbe che in Italia se ne consumino 428 litri per abitante, e dunque il doppio che in Europa. In realtà, eliminando la dispersione, si arriva a 220-150 litri in media per abitante. Ma è, comunque, un valore molto alto che ci pone al secondo posto pro capite in Europa dopo la Grecia (158 litri) e al primo posto come fabbisogno idrico totale (26 miliardi di metri cubi all’anno, addirittura 130 miliardi secondo il WWF, con 6300 litri/persona/giorno nel 2023). Insomma il risparmio idrico non è il nostro forte.

Per completare lo sconfortante quadro, nel Paese solo il 4% delle acque reflue, cioè 200 milioni di metri cubi, viene depurato, mentre la Spagna arriva a 600 milioni e la Francia a 400. Eppure, applicando tecniche ormai consolidate per il riciclo, è possibile la depurazione di buona parte delle acque reflue utilizzando colonie di batteri che degradano gli inquinanti e li trasformano in anidride carbonica, azoto molecolare e acqua per usi irrigui. Con altre tecniche, che prevedono essiccazione e degradazione termica degli scarti, è possibile ottenere bio-combustibili, gas e oli, stoccando l’anidride carbonica in carbone vegetale e producendo nutrienti per i fertilizzanti agricoli o addirittura bio-coloranti. Queste tecniche possono essere applicate con successo anche per trattare gli scarti degli allevamenti intensivi che affollano la pianura padana, eliminando una pericolosa fonte di inquinamento per suolo, aria, acque. Per quanto riguarda le acque reflue urbane solo il 56% viene trattato secondo la Direttiva Europea e così ci ritroviamo a pagare multe salate per procedure di infrazione che si sarebbero potute evitare investendo soldi in progetti sul territorio. La gestione delle acque piovane in città può essere fortemente razionalizzata, così da evitare improvvisi allagamenti, diminuendo le aree impermeabilizzate da asfalto/cemento, sostituendo il fondo con pavimentazioni drenanti e abbassando le aree verdi (comprese le rotonde e le aiuole) rispetto al piano di via, in modo che, in caso di precipitazioni intense, esse agiscano da collettori drenanti col vantaggio aggiuntivo di portare acqua alle falde invece di intasare gli scarichi fognari in cui vanno perse.

Una conclusione. Esistono in Italia, aziende ed enti che da tempo hanno investito sul risparmio delle risorse e sull’economia circolare e ora ne godono i vantaggi, ma è lo Stato che deve dare strumenti a tutti, indirizzando e finanziando i virtuosi. Ed è ciò che oggi manca.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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