Città, aree verdi e salute

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In un recente convegno torinese, organizzato da Assoverde, Confagricoltura e Kèpos, sono stati presi in esame i rapporti tra verde, paesaggio e salute, considerando criticità, prospettive e proposte per lo sviluppo delle città e mettendo a confronto professionisti del verde, istituzioni, mondo della ricerca e Università. Il titolo del convegno, “La salute è verde. Il verde è salute”, è il segno che la conquista del giusto equilibrio tra abitazioni e aree verdi non è più percepita solo come un fattore estetico ma come un vincolo per la salute, particolarmente importante per le classi disagiate che hanno meno possibilità di usufruire dei servizi ecosistemici forniti dalle aree naturali e boschive.

Il rapporto tra cittadino e verde è cambiato radicalmente da quando, relegati in spazi angusti durante il Covid, ognuno di noi si è reso conto che la presenza di zone naturali vicino all’abitazione costituiva un aspetto imprescindibile per la qualità della propria vita. L’avvento di fenomeni climatici estremi, portatori di alluvioni, allagamenti, siccità, arretramento dei ghiacciai, per altro verso, ha aumentato la consapevolezza che la tendenza a costruire sempre di più causa un evidente degrado del territorio, a discapito del paesaggio, dei servizi ecosistemici e della nostra salute.

L’Italia è uno dei paesi europei con maggiore consumo di suolo: 2,5 m² al secondo, quasi 77 km2 in un anno, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Secondo l’Ispra si consumano 19 ha al giorno e la superficie coperta in modo artificiale rappresenta il 10,2% del territorio; tra l’altro il 20% dei vani costruiti (di cui un terzo illegale), non è abitato, malgrado vi siano, nelle grandi città, famiglie e studenti che faticano a trovare casa. È evidente che l’ambiente intorno a noi è troppo antropizzato.

Ciò impatta fortemente sulla salute dei cittadini. Se fino a poco tempo fa il verde veniva considerato un bene superfluo, adesso è chiaro a tutti che è un valore primario fondamentale per la qualità della vita, da proteggere e ampliare. Le aree verdi combattono le isole di calore, abbassano la temperatura di almeno 8°, riducono i rumori e l’inquinamento: 1 ha di verde elimina 14 kg di polveri sottili e 1000 kg di CO2 rendendo le città più resilienti ai cambiamenti climatici. Considerando che in Italia ogni anno si calcolano 70.000 morti in conseguenza dell’inquinamento, il 25% delle quali potrebbero essere scongiurate, è chiaro che c’è ancora molto da fare.

Secondo l’OMS è auspicabile che per ogni cittadino vi siano 0,5 ha di verde entro 100 m dalla sua abitazione. Per diffondere questa consapevolezza l’Europa auspica che per ogni cittadino si rispetti la cosiddetta regola del 3-30-300, secondo cui ognuno possa vedere dalla sua finestra 3 alberi, circondato dal 30% di aree verdi, entro un raggio di 300 m dalla sua casa. È, infatti, assodato che la salute ne avrebbe grande giovamento. Si tratta di un traguardo ambizioso ma non irraggiungibile visto che molti paesi del Nord Europa vi si stanno avvicinando. Certo, da noi c’è ancora molto da fare.

Nel convegno richiamato all’inizio, alcuni relatori, parlando di Torino, hanno messo in evidenza il fatto che, nella graduatoria del Rapporto Ecosistema Urbano, essa risulta ben piazzata, tra le città metropolitane più grandi, sommando il verde pubblico urbano e periurbano, giacché, per sua fortuna, è circondata da quattro fiumi con sponde ricche di alberi e dai Parchi Reali che si trovano a meno di 30 km. Ma hanno anche evidenziato che, purtroppo, il verde pubblico in città non è accessibile a tutti in uguale misura. Da alcune mappe tematiche del Comune, per esempio, si vede che la distribuzione dei problemi di salute è disuguale nei vari quartieri: laddove si concentra una maggiore quantità di persone con problemi di diabete e bassa scolarità si riscontra nel contempo una minima accessibilità al verde e ciò evidenzia la stretta correlazione tra censo, salute, stili di vita. Nel programmare la ridistribuzione delle aree verdi in città dunque, sarà importante indirizzare gli interventi laddove è massima la concentrazione dei bisogni essenziali, perché solo una visione olistica del contesto urbano, con gli interventi urbanistici da programmare, può fornire la giusta prospettiva per far convergere abitabilità, verde e salute, nell’ottica dell’agenda Onu 2030.

Infine non dobbiamo dimenticare che qualunque progetto efficace sul territorio, che metta in moto le migliori risorse, non può essere calato dall’alto senza momenti di ascolto e confronto degli urbanisti e dell’amministrazione con gli abitanti del quartiere, confronto che li coinvolga nelle decisioni da prendere: solo la democrazia partecipativa assicura un consenso diffuso e consapevole e il rispetto dei bisogni di tutti.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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