Transizione ecologica versus transizione ideologica

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L’ho tenuto da parte, perché il titolo mi era piaciuto e il contenuto mi pareva apprezzabile. Si tratta di un articolo di Stefano Feltri, apparso sul Fatto quotidiano il 4 dicembre 2019, intitolato Giorgia Meloni non viene presa sul serio da nessuno. Chissà perché. Feltri sottolineava come la Meloni di quattro anni fa – un po’ meno marziale e con un vocione meno impostato di quello che usa adesso che deve recitare virilmente la parte di prima premier donna, italiana, madre e cattolicanon venisse presa sul serio da nessuno, soprattutto quando parlava di politica economica. Riporto un passaggio dell’articolo. Parla Meloni: «Se fossimo costretti a ristrutturare il debito salterebbero le banche italiane, che detengono il 70 per cento del debito». Ergo, conclude giustamente Feltri, «il default dello Stato è un problema bancario, non una catastrofe per cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Anche il numero citato pare un po’ a caso. Sulla base dei dati della Banca d’Italia, ad agosto 2019 il debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti era il 46,6 per cento (1.148.129 miliardi su 2.462.623)».

Delle due cose mi sembra più grave la seconda e cioè citare i numeri a caso e, possibilmente, a effetto. A quelle/quelli come Meloni importa far roteare le parole e i numeri in modo che colpiscano favorevolmente eventuali cittadini-elettori, con occhio sempre attento a coloro che sarebbero più preoccupati dal tracollo del proprio conto in banca che dal crash del Sistema sanitario nazionale. Feltri inoltre ironizzava giustamente su un’altra sparata dell’attuale primo ministro: «Togliere la concessione ad Autostrade? Secondo me così com’è va rivista. Sono favorevole alla gestione privata di infrastrutture strategiche, purché restino di proprietà dello Stato». Sic! E come farebbe lo Stato a dare un bene in concessione se non ne avesse la proprietà?

Non stupisce che quella stessa persona che allora non distingueva tra “concessioni” e “privatizzazioni” (sottigliezze!) e che, in una sola frase metteva in fila parole che hanno senso soltanto per un distratto ascoltatore adesso, dall’alto della sua carica, estragga dalla disordinata dispensa che costituisce il suo vocabolario, la suggestiva formula “transizione ecologica / transizione ideologica”. Immaginiamo i benpensanti che assentono e condannano la “transizione ideologica” i cui ultimi rappresentanti sono, per loro, quei teppisti che imbrattano i monumenti («Ma la vernice è lavabile!». «Sì, però quanta acqua si spreca per lavarla via?» etc.). Così Meloni alla Cop28: «L’Italia sta facendo la sua parte nel processo di decarbonizzazione in modo pragmatico con un approccio […] libero da radicalismo: se vogliamo essere efficaci [serve] una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale, una transizione ecologica non ideologica». Meloni ha detto di non aver «preclusioni su tecnologie nuove, se si può avere un risultato positivo sono disposta a parlarne, ma la grande sfida sarà la fusione nucleare e credo che l’Italia debba avere la capacità di pensare in grande».

Come si fa a pensare “in grande”? Si deve puntare, secondo Meloni a «una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale», giustappunto «ad una transizione ecologica non ideologica». L’Italia (per ora) non è tra i 22 Paesi che propongono, in una dichiarazione congiunta, di triplicare il nucleare entro il 2050. Meloni è furba e, per non scatenare immediatamente polemiche interne, si appoggia alla “grande sfida” della fusione nucleare – che è come dire che ne riparleremo, se va bene, tra parecchi decenni. L’Iter, acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, sostenuto da un consorzio composto da Unione Europea, Gran Bretagna, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti, India e Corea del Sud sembra in grande difficoltà e in grande ritardo, almeno a quanto si dice da più parti: la questione viene affrontata in modo documentato da un articolo pubblicato su “Scientific American” il 15 giugno 2023 e che ritengo più attendibile dei pareri estemporanei dei politici nostrani.

La situazione attuale del pianeta ci imporrebbe, invece, di fare tutto ciò che si può al più presto. L’aria delle nostre città è irrespirabile, l’inquinamento del suolo e delle acque preoccupante (e mi limito a pensare all’Italia; il resto del mondo non va certo meglio), mangiamo cibo poco nutriente, poco fresco e per nulla genuino. Quali sono i provvedimenti per arginare problemi che, a differenza dello scioglimento dei ghiacciai, con il quale i gazzettieri ci tormentano tutti i giorni, potrebbero essere affrontati immediatamente e migliorare in tempi abbastanza brevi la qualità della vita di tutti noi? Meloni ci ha insegnato che i problemi «vanno affrontati a 360°» – e allora qual è la sua strategia per il Paese di cui è primo ministro? Realizzare «una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale» e giungere «ad una transizione ecologica non ideologica»? Ma queste, lo capirebbe anche un bambino, sono parole vuote e che non hanno nessun significato logico. Anzi, un significato ce l’hanno: quello di affermare indirettamente che l’unico sistema economico razionale sia quello capitalistico e che l’unica logica accettabile sia quella del profitto. Tutto ciò che contrasta il modo di produzione capitalistico e il sistema che ne deriva non è fattibile e va gettato, secondo Meloni, nella pattumiera dell’“ideologico”.

Però, quale altra logica, se non quella del profitto, della sfrenata estrazione di valore dalle risorse naturali ha portato allo stato di cose odierno? Il mito della crescita, denunciato come tale da decenni, continua a condizionare il discorso economico e politico. “Crescita” e “sviluppo sostenibile” sono due espressioni criticate e demolite da più parti, e da molti autorevoli studiosi: dai Limiti dello sviluppo (1972), all’opera di Illich, a quella del suo discepolo Latouche, soltanto per citare autori e testi molto famosi. La verità è che oggi, per gli economisti mainstream e i politici, il primato del profitto è ancora indiscusso: ne consegue che l’ambiente si può proteggere soltanto guadagnandoci (è il diffuso e risibile fenomeno del greenwashing). Le “tecnologie nuove” verso le quali Meloni non ha preclusioni hanno forse a che fare con il “nucleare di quarta generazione”? La definizione stessa è controversa e, se dobbiamo dar ascolto a qualcuno che ne sa di certo più di Meloni su questo argomento, Angelo Tartaglia, fisico che ha insegnato al Politecnico di Torino, sul nucleare di quarta generazione «ci sono ipotesi, progetti, sperimentazioni, ma niente di più. Gli obiettivi progettuali dei reattori di nuova generazione necessitano di molto, troppo tempo per essere realizzati. Un tempo certamente superiore a quello della transizione ecologica» (https://volerelaluna.it/controcanto/2022/12/16/la-fusione-nucleare-non-ci-salvera/ ).

E gli small modular reactors (Smrs)? Pare che siano anche quelli piuttosto lontani quanto alla realizzazione e, sostanzialmente, più piccoli ma non più convenienti né tanto meno più sicuri. Sarà per il fatto che ci vorrà tempo per vederli realizzati che Salvini propone di metterne uno nei pressi di casa sua? Nuclear now, insomma: lo conferma la recente dichiarazione del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Pichetto Fratin per il quale il Paese deve puntare sui piccoli reattori modulari di quarta generazione. Insomma, «un approccio più moderno e flessibile»: il ruolo dello Stato sarà di svolgere «una funzione di regolazione e autorizzazione». La decisione sull’uso e la localizzazione dei piccoli reattori sarà lasciata a privati, poli industriali e comunità locali. Evviva! Intanto, nello stesso incontro romano dell’Ain (Associazione italiana nucleare) in cui Pichetto esternava in questo modo qualcuno (il presidente dell’Ain, Stefano Monti) ricordava che per il nucleare di quarta generazione bisognerà aspettare almeno il 2035, mentre una centrale di “terza generazione” potrebbe essere costruita entro 10 anni. Tenendo per buono il fatto che la “transizione al nucleare” sia tutt’altro che immediata, che la confusione sia tanta persino tra i presunti “esperti” e che abbiamo attualmente un ministro dell’ambiente che lascerebbe in mano ai privati la costruzione dei “piccoli” reattori di quarta generazione e la loro collocazione (nel cortile di casa di Salvini?) non ci resta che metterci mani ai capelli.

E se vogliamo disperarci davvero, guardiamo Nuclear now di Oliver Stone, presentato recentemente al Torino Film Festival. Si tratta di uno spot in formato lungometraggio, una sfacciata propaganda all’energia nucleare come “energia pulita” del passato, del presente e del futuro in cui la parte dei cattivi la fanno i petrolieri che, per rapacità, hanno osteggiato il giusto affermarsi del nucleare civile, innocuo, secondo Stone, a tutti gli effetti. Nemmeno lo smaltimento dei rifiuti nucleari è un problema – anzi, poco ci manca che le scorie radioattive siano addirittura un’opportunità. Abbiamo timore che, in questa brutta confusione, il partito del nucleare si consolidi e che, nel frattempo, le nostre città, i nostri campi, il nostro territorio continuino ad essere inquinati per smania di profitto. E che Nuclear now non sia che il preludio a Apocalypse now.