Colorare il Canal Grande non è reato

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Le manifestazioni nonviolente dei giovani attivisti di Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ultima Generazione e altri gruppi e associazioni che si battono per la giustizia climatica si susseguono in tutta Italia. La disillusione e la rabbia crescono parallelamente all’incapacità dei governi di affrontare le cause della crisi climatica e di fronte alla sempre più evidente capacità della lobby dei combustibili fossili di prendere in ostaggio le COP, le conferenze internazionali che dovrebbero portare ad accordi vincolanti per la decarbonizzazione dell’economia. Dopo una COP in Egitto e una negli Emirati Arabi Uniti, la prossima si terrà in Azerbaijan: tre paesi con fortissimi interessi nel settore petrolifero e con enormi problemi di libertà di espressione del dissenso, nei quali è stato e sarà impossibile fare arrivare la voce della società civile come è accaduto l’ultima volta a Glasgow.

Se la partecipazione degli attivisti climatici ai negoziati internazionali è sempre più compromessa a favore dei lobbisti delle società petrolifere, non meno seria è la situazione degli attivisti che portano avanti proteste pacifiche e nonviolente nel nostro Paese.

Sono sempre di più gli episodi nei quali manifestazioni nonviolente e pacifiche a favore del clima vengono represse in modo sproporzionato dalle forze dell’ordine, utilizzando norme pensate per combattere la criminalità organizzata e i criminali violenti. Nel corso delle ultime due settimane abbiamo visto l’arresto di dodici attivisti di Ultima Generazione per un blocco stradale, fogli di via per un periodo di quattro anni ad attivisti di Extinction Rebellion per aver calato uno striscione e versato un colorante innocuo nel Canal Grande a Venezia e denunce per vari reati di attivisti di Fridays for Future per aver calato uno striscione durante un convegno dell’industria bellica a Torino. Non solo: l’utilizzo di decine, talvolta oltre cento agenti per controllare queste manifestazioni è del tutto spropositato rispetto ai rischi che esse rappresentano e stupisce particolarmente in un contesto nel quale le forze dell’ordine lamentano carenze di personale che impedirebbero loro di intervenire su situazioni ben più critiche, soprattutto nelle periferie, lasciando così spazio alla speculazione politica delle destre estreme quando non alle ronde di cittadini.

Alle denunce nei confronti degli attivisti ambientali hanno sinora fatto seguito archiviazioni e annullamenti dei provvedimenti amministrativi e tuttavia è chiaro l’intento di intimidire i giovani e di ridurre la loro volontà di continuare a manifestare anche a causa delle spese legali che si devono accollare.

Manifestare pacificamente in modo nonviolento è un diritto tutelato dalla Costituzione che deve essere garantito a chiunque: a maggior ragione ai giovani che non hanno altro modo per far sentire la propria voce. Per affermare questo diritto oltre 100 intellettuali hanno sottoscritto una lettera aperta ai vertici delle istituzioni nella quale si denuncia la costante restrizione degli spazi di libertà per gli attivisti climatici. L’iniziativa, nata a Torino e diffusasi rapidamente a livello nazionale è ora una petizione aperta alle sottoscrizioni online (https://www.change.org/p/in-difesa-della-libert%C3%A0-di-manifestazione-degli-attivisti-per-il-clima?redirect=false ).

Gli autori

Roberto Mezzalama

Roberto Mezzalama è laureato in Scienze Naturali e ha un Master in Ingegneria Ambientale. Da oltre 30 anni si occupa di gestione ambientale e ha lavorato per progetti in oltre 20 Paesi del mondo. Per oltre dieci anni ha collaborato con l'Università di Harvard, attualmente è consigliere di amministrazione del Politecnico di Torino e docente a contratto dell'Università di Torino. Nel 2017 ha fondato il Comitato Torino Respira che si occupa di inquinamento dell'aria. Per Einaudi ha pubblicato "Il clima che cambia l'Italia".

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