Quale futuro per i parchi e le aree protette?

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Con un opaco intervento del Ministro dell’ambiente e quelli sfarzosi del duo Vito Mancuso – Luca Mercalli si sono conclusi alla Reggia di Venaria (22-24 settembre) due anni di manifestazioni per celebrare il centenario, quasi contemporaneo, dei primi parchi nazionali d’Italia, il Gran Paradiso (https://volerelaluna.it/territori/2023/05/26/nel-gran-paradiso-una-montagna-sacra-per-la-natura/) e l’Abruzzo (oggi Abruzzo Lazio e Molise) istituiti rispettivamente il 3 dicembre 1922 e l’11 gennaio 1923. Come sempre l’occasione delle celebrazioni evidenzia soprattutto i successi e gli aspetti positivi. I primi ci sono indubbiamente stati, i secondi non mancano, primi tra tutti la tutela di oltre il 20% del territorio nazionale e una accresciuta cultura e sensibilità nei confronti della necessità di tutela del nostro patrimonio ambientale, del territorio, del paesaggio. Ma qual’è davvero lo stato di salute delle aree protette della nostra penisola?

Recentemente il Presidente del WWF ha lanciato l’allarme: «Serve una nuova stagione per i parchi». Perché tutelare il nostro «Capitale Natura» deve essere da un lato un indirizzo politico, dall’altro una risposta di sviluppo sostenibile per i territori che sono “malati” di spopolamento e di abbandono. Dare spazio alla natura, per creare anticorpi in grado di ridurre gli impatti della crisi climatica. «Aumentare la natura protetta nel nostro paese – ha detto – non è una missione impossibile, basta togliere polvere da alcuni provvedimenti che da troppo tempo dormono nei cassetti». E ha citato la Costa teatina, il Matese… – cui si possono aggiungere i tanto attesi Delta del Po e Gennargentu – evidenziando che l’Europa ci chiede, entro il 2030, di avere il 30% del territorio tutelato tra terra e mare: attualmente siamo al 21% nel primo caso e al 16% per i parchi marini.

Non va certo in questa direzione la prospettiva di trasformare in nazionale il Parco di Portofino riducendone al contempo la superficie a pochi Comuni in risposta alle pressioni dei partiti e per scaricare gli oneri gestionali allo Stato (https://www.wwf.it/area-stampa/il-parco-nazionale-di-portofino-non-puo-essere-oggi-la-riedizione-di-quello-regionale/)! È l’ultimo, vergognoso capitolo di una vita tormentata, come bene racconta Luigi Piccioni, storico dell’ambiente, docente di Storia economica all’Università della Calabria, nel saggio Parchi naturali. Storia delle aree protette in Italia, pubblicato di recente da Il Mulino. L’autore dà conto di una storia critico-sociale della natura protetta d’Italia che registra le relazioni tra i soggetti collettivi spontanei che hanno sollecitato l’istituzione dei parchi e le istituzioni che hanno cercato di dare risposte, non sempre all’altezza, a quelle richieste.

Tutto prese corpo alla fine dell’Ottocento con il riferimento e l’imitazione di ciò che si era verificato negli Stati Uniti d’America con l’istituzione di Yellowstone, prima area protetta a livello mondiale. Un’idea approdata in Europa con i ben nove parchi nazionali istituiti dalla Svezia e poi con quello svizzero dell’Engadina. L’Italia inizialmente balbettò ma, dopo i primi due parchi storici, ecco arrivare il Circeo (1934), lo Stelvio (1935, da sempre dilaniato dal conflitto tra enti locali) e la Calabria (1968, parco finto poi soppresso nel 2002 e recuperato, di recente, con i parchi della Sila e dell’Aspromonte). Poi emerse l’attivismo regionale sollecitato dalla pressione del movimento scientifico e ambientalista che chiese a gran voce interventi per la tutela della natura e dei territori più preziosi. Siamo nel periodo che Giorgio Nebbia definì efficacemente «la primavera dell’ecologia». Gli anni Settanta si contraddistinsero per una straordinaria partecipazione politica favorita anche dalla precedente scolarizzazione di massa del ceto medio. Crebbe la passione per la natura alimentata anche da una editoria diffusa, a partire da Airone di Egidio Gavazzi. Da quella tensione, animata da un serrato ma proficuo dibattito con le popolazioni locali mirabilmente restituita dal saggio di Valerio Giacomini e Valerio Romani Uomini e parchi (Franco Angeli, 1992), nacquero infiniti gruppi di azione per la difesa ambientale del territorio e si concretizzò la politica regionale da cui deriverà la costituzione, per impulso di Renzo Moschini, del Coordinamento nazionale dei parchi e delle riserve naturali, oggi Federparchi.

Si consolidò, allora, un fronte deciso a sostenere e rilanciare l’idea e la prospettiva delle aree protette come sistema fondamentale per la tutela di quella che si sarebbe chiamata biodiversità. Sullo slancio di quella che parve essere una diffusa coscienza ambientale i Verdi, con Gianluigi Ceruti, riuscirono a far approvare dal Parlamento, una legge che da oltre trent’anni galleggiava tra le proposte parlamentari.

Con provvedimenti diversi e non sempre efficaci – che fecero allora coniare l’appellativo di “parchi di carta” – il numero di parchi nazionali crebbe comunque a una consistenza di venticinque e ad essi si affiancò la rete delle aree protette regionali che annovera 148 parchi e 416 riserve; da annotare la presenza di 19 Riserve della biosfera Unesco attivate con il programma MAB (Man and Biosphere).

Purtroppo l’ottima legge quadro n. 394/1991 non solo non è mai stata applicata ma, negli anni, è stata progressivamente smantellata (le riforme Bassanini hanno fatto disastri anche qui…). Gli ultimi tentativi portano la firma del centro-sinistra con i senatori D’Acrì-Caleo e il sostegno di Federparchi e Legambiente contro tutto il restante movimento ambientalista. Fortunatamente il tentativo di controriforma non ha avuto esito positivo e la minaccia si è dileguata. Quell’episodio mette tuttavia in allarme il mondo ambientalista e indica che a cent’anni dalla loro istituzione non si può abbassare la guardia nella difesa dei parchi e delle aree protette d’Italia, che è poi tutela della biodiversità europea (https://volerelaluna.it/ambiente/2021/03/24/quale-transizione-ecologica/). Tanto più che, ora, pare riaffacciarsi.

Gli autori

Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista professionista, Accademico dell’agricoltura, è stato presidente nazionale della “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore alla cultura della Provincia di Torino. È consigliere comunale di Ostana, dove ha fatto nascere il “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. Già direttore di “ALP”, ha fondato e diretto “Passaggi e Sconfini”. Direttore responsabile di “Natura e Società” e di “ Obiettivo Ambiente”, dirige “Segusium. Arte e storia della Valle di Susa”.

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