Il diritto del mare e il cambiamento climatico

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Le sfide globali chiamano a responsabilità globali e costituiscono una cartina di tornasole degli scompensi, delle fragilità, delle differenti capacità di gestione delle crisi da parte dei territori nel mondo: in tal senso, i nefasti impatti sull’ambiente marino (acidificazione, deossigenazione, riscaldamento, innalzamento dei mari) del cambiamento climatico a causa dell’azione umana (in primis, l’emissione di gas serra) forniscono l’ennesima, preziosa occasione per cogliere l’arco delle diseguaglianze tra i vari angoli del pianeta.

L’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici) quantifica entro i due metri il possibile innalzamento del livello marino entro il 2100 rispetto agli inizi del 2000 (fonte: Special Report on the Ocean and Cryosphere del 2019, ma sull’argomento è interessante – e utilissimo – il libro di Sandro Carniel Il mare che sale, adattarsi ad un futuro sott’acqua); più in generale, l’IPCC indica nell’ordine di 3 miliardi il numero di persone altamente vulnerabili ai cambiamenti. Nello specifico, a seconda della morfologia dei territori, le conseguenze del global warming sull’ambiente marino espongono i Paesi marittimi a tempeste marine o a fenomeni di forte erosione e salinizzazione delle fasce costiere, con inevitabili impatti sugli ecosistemi oltre che sulle attività economico-produttive quali pesca, agricoltura e turismo. Conseguentemente, le carenze di cibo e acqua, unitamente alle fragilità produttive e abitative, inducono necessariamente le popolazioni locali all’abbandono dei luoghi, per un esodo stimato nell’ordine di moltissime centinaia di milioni di persone, da identificarsi inevitabilmente nelle fasce più povere – e paradossalmente meno inquinanti – del pianeta. Sul punto, nel 2019, il Relatore speciale sulla povertà estrema e i diritti umani, Philip Alston, ha fatto riferimento all’“apartheid climatico”, denunciando come i Paesi in via di sviluppo dovranno sopportare il 75% dei costi (delle conseguenze) del riscaldamento globale, nonostante alla metà più povera della popolazione mondiale sia imputabile soltanto il 10% delle emissioni.

Aperto brevemente (e doverosamente) il sipario su un quadro in prospettiva drammatico, non vanno tuttavia taciuti i tanti fermenti a livello politico, culturale, civico e giudiziario: sotto quest’ultimo aspetto, per quanto qui ci occupa, si registra un numero crescente di richieste di intervento di corti nazionali e internazionali.

Tra le iniziative a livello internazionale, se ne citeranno un paio nate – entrambe – su input di piccoli Stati insulari del Pacifico o dell’area caraibica e rivolte rispettivamente all’ITLOS (Tribunale Internazionale per il Diritto del Mare, organo giurisdizionale internazionale istituito nel 1996, in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982) e alla CIG (Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite).

La prima riguarda la richiesta avanzata alla Corte Internazionale di Giustizia, su impulso della Repubblica di Vanuatu e per il tramite di una risoluzione dell’Assemblea ONU approvata all’unanimità il 30 marzo 2023, di emettere un parere consultivo circa gli obblighi degli Stati di garantire – ai sensi del diritto internazionale – la protezione del sistema climatico dalle emissioni antropogeniche di gas serra; inoltre, il quesito posto mira a conoscere le responsabilità – in caso di violazione (per atti o omissioni) – per i danni al sistema climatico, con riferimento sia agli Stati (più vulnerabili) che ai popoli e individui delle generazioni presenti e future.

La seconda iniziativa, formalizzata il 12 dicembre 2022 dalla Commissione dei piccoli Stati insulari sui cambiamenti climatici (Antigua e Barbuda, Vanuatu, Tuvalu, Nieu, Santa Lucia, Palau) dinanzi al Tribunale Internazionale per il Diritto del Mare, ha ad oggetto la richiesta di parere consultivo circa gli obblighi specifici degli Stati parti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) – senza citarsi espressamente le responsabilità in caso di violazione – di: a) prevenire, ridurre e controllare l’inquinamento dell’ambiente marino in relazione agli effetti deleteri che derivano o potrebbero derivare dai cambiamenti climatici, anche attraverso il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare, e l’acidificazione degli oceani; b) proteggere e preservare l’ambiente marino in relazione agli impatti dei cambiamenti climatici, compresi il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare e l’acidificazione degli oceani. In riferimento a ciò, va detto che – sebbene il testo dell’UNCLOS non citi le emissioni di gas serra, il fenomeno di acidificazione del mare o, più in generale, il cambiamento climatico – la parte XII della Convenzione è specificamente dedicata all’inquinamento marino, inteso quale «introduzione diretta o indiretta, a opera dell’uomo, di sostanze o energia nell’ambiente marino ivi compresi gli estuari, che provochi o possa presumibilmente provocare effetti deleteri quali il danneggiamento delle risorse biologiche e della vita marina, rischi per la salute umana, impedimenti alle attività marine, ivi compresi la pesca e altri usi legittimi del mare, alterazioni della qualità dell’acqua di mare che ne compromettano l’utilizzazione, oppure il degrado delle attrattive ambientali». In questa chiave di definizione di “inquinamento” alla luce della Convenzione di diritto del mare, le emissioni di CO possono rappresentare una “sostanza” che comporta acidificazione e deossigenazione; così come l’assorbimento eccessivo di calore a causa dell’effetto serra per motivi antropogenici comporta innalzamento del livello del mare con effetti “deleteri” sull’ambiente.

Partendo da tale (auspicabile) premessa, il Tribunale internazionale del mare dovrà pronunciarsi sugli obblighi (positivi o negativi) specifici degli Stati, valutando gli ancoraggi di ragionamento più idonei tra le varie le disposizioni dell’UNCLOS potenzialmente utili quali, ad esempio, l’art. 192 (Obbligo generale di proteggere e preservare l’ambiente marino), l’art. 194 (Misure atte a prevenire, ridurre e tenere sotto controllo l’inquinamento dell’ambiente marino), l’art. 206 (circa l’accertamento degli effetti potenziali delle attività che possano provocare inquinamento grave o cambiamenti significativi e nocivi nell’ambiente marino), l’art. 207 (in materia di inquinamento da fonti terrestri), l’art. 212 (in materia di inquinamento di origine atmosferica), l’art. 213 (Applicazione della normativa relativa all’inquinamento di origine terrestre).

Sebbene non sia dato sapere, allo stato, l’approccio generale delle corti adite rispetto alle richieste pervenute e, nello specifico, rispetto ad alcune questioni cruciali (ad esempio sulle responsabilità degli Stati verso gli individui e le generazioni future), bisogna prendere atto della luminosa occasione per cogliere – tramite (anche) la lente del diritto del mare – la portata degli obblighi statuali in materia di cambiamento climatico. Nella prospettiva, dunque, di conoscere il lascito giuridico (alle future generazioni, in senso letterale) di tali iniziative, aleggiano comunque legittimi auspici circa il possibile ruolo delle corti nel poter contribuire autorevolmente a “mettere in sicurezza” alcuni dati scientifici, premessa e leva di future politiche ambientali nel segno della riduzione delle emissioni di gas serra e del livello di riscaldamento climatico. In questo contesto, è altresì indubbia la portata potenziale dei pareri attesi – per quanto non vincolanti – sui contenziosi giudiziari domestici (e non), presenti e futuri, in materia di diritti umani e protezione dell’ambiente, pilastri fondanti di una coscienza collettiva di interdipendenza dei popoli e di un senso comune dei beni fondamentali in un’ottica ideale di costituzionalismo globale (Luigi Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra). Nell’attesa che si staglino novità all’orizzonte, resteremo (im)pazientemente a scrutare il mare.

Gli autori

Andrea Pappalardo

Andrea Pappalardo è avvocato e vive a Ginevra. Anima “Blutopia: Forum Mediterraneo”, spazio di approfondimento giuridico di tematiche legate al diritto del mare.

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