Energia rinnovabile: la grande presa in giro

Abbiamo già altre volte parlato, in questa sede, di Comunità dell’energia rinnovabile o più semplicemente CER (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/12/09/autoprodurre-lenergia-da-rinnovabili-locali-la-legge-ce-ma-non-la-fretta/) e non è quindi il caso di tornare su cosa siano e cosa permettano di fare. Sottolineo solo che le CER stanno sollevando un notevole interesse e ci sono gruppi, associazioni neocostituite o costituende, enti con finalità sociali, pubbliche amministrazioni e altro ancora, che si stanno attivando, già da mesi, per realizzare delle comunità. Nel farlo tutti si ispirano e si proporzionano su ciò che si ritiene ragionevole e sul dettato di una norma formalmente in vigore dal 15 dicembre 2021, in sostituzione della precedente, operativa dal 1 marzo 2020 (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/01/19/come-scoraggiare-lautoproduzione-di-energia/). Il problema è che in ambito normativo, soprattutto quando ci sono degli interessi in gioco, la ragionevolezza non è per nulla il criterio base e anche l’operatività di norme pubblicate in Gazzetta Ufficiale non è per nulla ovvia.

Ricapitoliamo schematicamente la vicenda. Ciò di cui parliamo sono le CER e che cosa queste siano ce lo suggerisce il buon senso. Siamo un gruppo di utenti dell’energia dislocati in una stessa porzione di territorio; ci attrezziamo per recuperare energia “rinnovabile” lì dove viviamo o operiamo; quando gli impianti saranno attivi ci organizzeremo per condividere l’energia che essi riversano in rete, ovviamente condividendo anche gli eventuali costi. Per motivi pratici la condivisione avverrà per il tramite della rete di distribuzione pubblica e questo servizio, tutti insieme, dovremo pagarlo. Va da sé che se faremo così diminuirà la quantità di energia proveniente, sempre tramite la rete pubblica, da impianti remoti altrui, che ciascuno di noi dovrà acquistare. Questa energia “remota”, il cui volume intendiamo ridurre, è quella gestita da operatori commerciali, più o meno grandi, che hanno finalità diverse dalle nostre.

Lasciando da parte peculiari vicende storiche non replicabili (esistono in Italia delle comunità “storiche” alcune delle quali costituite agli inizi del ‘900), un primo stimolo a costituire delle CER viene da alcune direttive europee, in particolare la cosiddetta RED II, pubblicata l’11 dicembre 2018. Gli Stati membri dovevano recepire i contenuti della direttiva nei loro ordinamenti entro il 30 giugno 2021. L’Italia si muove (si muove?) lentamente sicché, per iniziativa parlamentare, il cosiddetto “milleproroghe” del 2019 recepisce un emendamento che diviene l’art. 42 bis della legge n. 8/2020, entrata formalmente in vigore il 1 marzo 2020. Tale articolo si presenta come una norma ponte in attesa del pieno recepimento della RED II e consente la realizzazione delle CER sia pure in un assetto transitorio. I vincoli e le connotazioni di queste CER permettono, soprattutto fuori dalle grandi aggregazioni urbane, la formazione di comunità molto piccole in cui, per forza di cose, i flussi di scambio sono molto modesti. In concreto il numero di queste comunità effettivamente costituite è estremamente ridotto. Uno dei vincoli comunque prevede che gli impianti a disposizione della comunità per lo scambio di energia al suo interno possano essere solo quelli allacciati alla rete dopo il 1 marzo 2020. Comunque sia, lo schema di comunità previsto non ricalca la comunità suggerita dal buon senso, di cui ho parlato in precedenza, in quanto si preoccupa innanzitutto di salvaguardare il tradizionale regime di mercato in cui il singolo consumatore o anche produttore/consumatore si affaccia. Semplicemente, a questo regime dato viene sovrapposto un regime di incentivi proporzionale al flusso di energia virtualmente scambiato all’interno della comunità entro ogni intervallo orario, così come rilevato dalla lettura dei contatori. In pratica ciascuno continua a pagare o incassare come se la comunità non ci fosse, ma quest’ultima si vede assegnare una tariffa incentivante proporzionale a quanto formalmente scambiato. Tariffa incentivante che è a carico di tutti gli utenti italiani dell’energia, che la pagano attraverso gli oneri di sistema presenti in bolletta. Insomma, anche i kWh che i contatori indicano come scambiati (quindi provenienti dagli impianti della comunità) vengono pagati a un soggetto commerciale esterno, salvo però a servire come base per il calcolo di un incentivo.

La norma ponte viene superata (o dovrebbe esserlo) al momento del pieno recepimento della direttiva europea, che effettivamente avviene col decreto legislativo n. 199/2021, che entra formalmente in vigore il 15 dicembre 2021, quasi sei mesi dopo il termine previsto dalla direttiva. Come avviene però sovente, il decreto legislativo n. 199 è sì in vigore, ma ahimè non è operativo, perché per esserlo richiede alcuni ulteriori provvedimenti attuativi; in particolare due, in capo rispettivamente all’Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente (ARERA) e al ministro competente (il ministero corrispondeva dapprima all’acronimo MITE e oggi all’acronimo MASE). Il provvedimento di ARERA, in base al decreto 199, era dovuto entro 90 giorni (dal 15 dicembre 2021), quello del ministro entro 180 giorni.

ARERA ha pubblicato la sua delibera (727/2022/R/EEL) il 27 dicembre 2022 (413 giorni dopo l’entrata in vigore del decreto 199); del provvedimento del ministro si sono perse le tracce. Il guaio è che anche la delibera ARERA, come sta scritto nel testo della medesima, si applica solo a partire dalla data del provvedimento ministeriale, per cui oggi ci si trova ancora nel regime transitorio dell’art. 42 bis. Nel gennaio del corrente anno, un giorno sì e l’altro anche, il ministro andava dichiarando in Parlamento, in Commissione, ai giornalisti, in riunioni del suo partito, in incontri con pubblici amministratori… che il decreto era pronto sulla sua scrivania e lui stava per firmarlo, anzi lo aveva firmato ma si stava aspettando l’ok dell’Unione Europea. Ora, l’Unione Europea ha da dire la sua sull’intricata vicenda dell’uso dei fondi PNRR (una cui voce riguarda l’erogazione ai piccoli comuni di finanziamenti finalizzati alla realizzazione di impianti al servizio di CER), ma non sul regime degli incentivi per lo scambio virtuale, che è quanto il ministro dovrebbe ridefinire. Comunque, dopo di allora, sull’atto ministeriale è calato il silenzio.

Cionondimeno in giro per l’Italia molti stanno (stiamo) lavorando per far partire comunità sulla base del decreto n. 199: riferimento alla cabina primaria (trasformatore alta/media tensione) e quindi a un ambito territoriale che consente volumi di scambio adeguati, ad esempio; ma al momento vale sempre il 42 bis (cabina secondaria). Ingenuamente poi, confidando in quanto scritto al punto a) del primo comma dell’art. 8 del citato decreto legislativo n. 199 (che ha valore di legge) si fanno (facciamo) i conti considerando come impianti al servizio della comunità quelli che sono entrati in servizio dopo l’entrata in vigore, appunto, del decreto n. 199 (15 dicembre 2021), ma, tanto per cambiare, l’interpretazione ministeriale sembrerebbe essere che gli impianti che contano sono quelli che si comincino a costruire dopo l’entrata in vigore del suo (ministro) provvedimento attuativo che chissà quando arriverà, checché ne dica il succitato art. 8.

A prescindere da tutto questo c’è, nel merito, anche dell’altro: «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?». Il mitico decreto legislativo n. 199 (la legge), all’art 32, comma 3, punto c) specifica che i clienti domestici (soci di comunità dell’energia) possono optare per lo scorporo in bolletta dell’energia che condividono all’interno della CER e dà ad ARERA il compito (entro i famosi 90 giorni) di stabilire come tali soggetti debbano agire per comunicare la loro scelta. Si tratta insomma dell’applicazione del buon senso cui facevo riferimento all’inizio di questo scritto: se condividiamo energia prodotta dai nostri impianti, perché dovremmo pagarla a soggetti esterni che non la producono? Ebbene l’Autorità, nella sua delibera del 27 dicembre scorso (quella stessa che per diventare operativa aspetta il provvedimento ministeriale di cui si sono perse le tracce) afferma che lo scorporo sarebbe complicatissimo (non spiega perché, visto che le informazioni necessarie ad attuarlo sono quelle stesse che servono a calcolare la tariffa incentivante e sono fornite dalla lettura dei contatori) e che pertanto non può essere attuato subito (anche nel momento in cui il ministro pubblicasse il suo atto relativo al regime degli incentivi); non dice nemmeno quando lo si attuerebbe. La domanda è “chi gli ha dato la patente?”; scusate: da quando ARERA ha potestà di sospendere o dilazionare sine die una norma dello Stato? C’è di più; sempre ARERA nella sua delibera prescrive (?) che, quando si attuerà lo scorporo, la quota parte di tariffa incentivante che corrisponde a colui o colei che ha scelto lo scorporo non venga attribuita alla CER (come dice la legge), bensì al venditore (di energia) del socio. Che bisogno c’è di Parlamenti, Governi e così via? al bene del paese provvedono le “autorità”! Tra l’altro, l’applicazione dello scorporo (l’autorità lo chiama scomputo) esteso a tutti i legittimi soci di una comunità (non solo a quelli domestici), oltre ad essere un’applicazione del buon senso, permetterebbe di fare a meno di erogare una tariffa incentivante a carico di tutte le utenze nazionali, in quanto l’energia scambiata va oggettivamente in detrazione a quella che il gruppo deve acquistare all’esterno a prezzi di mercato, permettendo quindi un risparmio diretto, facilmente comprensibile e consistente sulle bollette di tutti i soci, fermo restando che si continuerebbe a pagare il costo del trasporto attraverso la rete pubblica (solo a bassa tensione, però).

Tanto per non farci mancare niente, a tutte queste questioni giuridico-burocratico-amministrative possiamo aggiungere anche qualcosa di concreto e materiale. La rete pubblica non è al momento adatta a recepire rilevanti volumi di energia immessa in modo diffuso a bassa tensione: occorre provvedere, con adeguati investimenti, a una ristrutturazione generale. Qualcosa sta avvenendo, ma senza troppa fretta, anche se al momento ci sono porzioni del territorio nazionale in cui la rete risulta letteralmente satura riguardo all’allaccio di piccoli impianti da rinnovabili. Se ci diamo da fare con grande entusiasmo per attivare nuovi impianti al servizio di comunità dell’energia possiamo poi trovarci di fronte al fatto che l’allacciamento alla rete può tardare, rispetto al momento in cui lo chiediamo, di parecchi mesi, se non peggio. O anche, per impianti recenti già allacciati, possiamo scoprire che essi vengono per certi periodi disconnessi d’ufficio per evitare appunto scompensi sulla rete inadeguata.

In questa horror story, poi, quando facciamo riferimento alle pubbliche amministrazioni e in particolare ai comuni (che la legge dice possono essere parte, insieme ai privati, delle CER), si mettono pure di mezzo le Corti dei conti che possono avere criteri diversi da regione a regione e che, per quanto riguarda il tipo di soggetti giuridici che coinvolgano pubbliche amministrazioni, pretendono di limitare una legge recente utilizzando una legge precedente (gli ingenui pensano che una norma nuova superi quelle vecchie, ma per la burocrazia, contabile o meno, le cose sono sempre più complicate). Il legislatore intanto dorme.

In conclusione, riguardo alle Comunità dell’energia (e alla transizione energetica), siccome tutto quello che avviene non pare essere casuale (vi prego, non datemi del complottista), io ho la sensazione di trovarmi di fronte a una titanica presa in giro. L’espressione al giorno d’oggi potrebbe essere decisamente più vivace e vernacolare, ma io sono all’antica… Intanto, chi ha come bussola il fare affari qui e ora (comprese grandi aziende a partecipazione pubblica), si preoccupa di continuare a trivellare il mondo per recuperare combustibili fossili (che si vendono benissimo), di acquistare metano qua e là per rigassificarlo in Italia e poi venderlo al resto d’Europa (e fare affari, innanzi tutto), di sollecitare il ritorno al nucleare (con grandi investimenti pubblici) diffondendo stupidaggini assolute riguardo all’impossibile sua “pulizia” (https://volerelaluna.it/controcanto/2022/12/16/la-fusione-nucleare-non-ci-salvera/) e così via…

L’articolo è in corso di pubblicazione anche su Obiettivo Ambiente, notiziario di Pro Natura Torino

Gli autori

Angelo Tartaglia

Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.

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