Cortina: ci manca solo l’aeroporto

image_pdfimage_print

Mentre le calure estive schiantano a decine (non solo metaforicamente) anziani proletari e lavoratori stagionali e mentre una larga fetta di piccola media e oltre borghesia si rifugia in quota “al fresco”, un’esponente della destra italica che, a suo dire, tra i monti di Cortina si sentirebbe “a casa sua” (sentimento, mi auguro, non ricambiato dagli indigeni e dalla fauna e flora locale) ha emesso il verdetto definitivo, la classica “parola fine” sull’ambigua e lamentosa questione “spopolamento delle montagne”. Concetto spesso impropriamente e retoricamente evocato, a scopo finanziamenti, oltre che da interessati amministratori, operatori turistici e speculatori d’alta quota, da una miriade di soidisant “scrittori di montagna” (esiste anche l’associazione, quasi una lobby, mi dicono) che dai Monti, spettacolarizzando e mercificando, trae sostentamento.

In realtà si dovrebbe piuttosto parlare dei rischi di sovrappopolazione in un ambiente non “fragile”, ma sicuramente “delicato” (nel senso di complesso, variegato, ricco di interconnessioni a livello di habitat, specie, clima…) e quindi a rischio. Soprattutto pensando che tutti (quasi tutti?) usano l’auto, il fuoristrada, il suv e altro e per il territorio, per gli ecosistemi le conseguenze sono comunque devastanti. Oltre naturalmente al proliferare di seconde case, alberghi, rifugi-alberghi, strade, impianti di risalita, piste da sci (con illuminazione notturna), bob olimpico… e una generalizzata cementificazione-deforestazione. Giusto un anno fa assistevo allibito a un brutale taglio boschivo, una folta assemblea di larici ridotta in trucioli, destinati poi a qualche impianto per la produzione di energia “bio” (?!). Ufficialmente – mi spiegava il proprietario del bosco –«xe sta Vaia». Peccato che il bosco, come potevo ampiamente testimoniare, da “Vaia” all’epoca non fosse stato nemmeno sfiorato. Diciamo che l’astuto montanaro veneto aveva colto l’occasione («ghe gaveva ciapà rento») per specularci su.

Ma con l’odierna richiesta di un aeroporto per Cortina, perché arrivarci su strada sarebbe “un calvario”, si è letteralmente toccato il fondo. Del resto questa pare sia la tendenza generale. Per gli straricchi senza vergogna (non solo i classici capitalisti naturalmente, aggiungiamo calciatori, attori, cantanti, politici, camorristi, nani e ballerine…) volteggiare angelicamente sopra le masse accaldate e puzzolenti sui sentieri (o magari in coda sui tornanti) è una questione di principio. Solo qualche giorno fa davanti a un rifugio CAI sulle Pale di San Martino sono atterrati un paio di elicotteri (il gestore aveva fatto allontanare preventivamente gli escursionisti raccomandando di riprendersi magliette e canotte stese ad asciugare perché altrimenti sarebbero volate via) da cui scendevano, in ghingheri, due vispe comitive di turisti che qui avevano prenotato il pranzo. Dopo un lauto pasto e abbondanti libagioni erano ripartiti senza nemmeno sgranchisti le gambe e senza mischiarsi con le prosaiche masse appiedate. Rifugio CAI, sottolineo.

Quanto alla recente “tragedia annunciata” della Marmolada (più che un “campanello”, una sirena, l’ennesima, d’allarme) presumibilmente – siamo pur sempre nella Società dello spettacolo dove lo spettacolo si fa merce – alimenterà il turismo, almeno quello dei voyeurs (vedi sul Vajont, vedi, anche se in forma minore, Stava e Cermis…), ma forse non contribuirà abbastanza, non quanto dovrebbe, allo sgretolamento dell’antropocentrismo capitalista applicato al turismo e dei suoi inevitabili corollari (mercificazione, sfruttamento, spettacolarizzazione etc.).

A titolo di parziale consolazione (e lo dico magari a mio svantaggio, in quanto escursionista che dalla pianura risale in treno e corriera e poi si sposta rigorosamente solo a piedi), almeno da ‘ste parti (Vette Feltrine e dintorni), vanno dilagando zecche et similia. Scoraggiando una eccessiva frequentazione di boschi, prati e brughiere.

Gli autori

Gianni Sartori

Gianni Sartori, giornalista free lance, è stato militante (e responsabile per Vicenza) della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli. Si è occupato e si occupa del popolo curdo, di Irlanda, Sudafrica (in particolare dell’apartheid), Armenia, America Latina (mapuche, moseten, Uw'a...), adivasi, aborigeni australiani, sinti e in genere di popoli oppressi e minoranze. Segue inoltre le questioni ambientali, anche locali (Nord-est).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Cortina: ci manca solo l’aeroporto”

  1. con l energia alle stelle, hai voglia produrre la neve artificiale sulle piste da sci, che peraltro consumano enormita di acqua inizialmente potabile distolta dai loro percorsi naturali che poi a valle in estate scarseggia.

    sempre per il costo dell elettricita il costo di gestione degli impianti di risalita esplode. il prezzo dello skipass minimo raddoppia il prossimo inverno. aumenti impercettibili per coloro che viaggiano a bordo di aereo privato, certo. per il turismo di massa sará una mazzata.

    i costi per tenere ghiacciata una pista da bob sono esorbitanti (va tenuta ghiacciata h24), specie se la temperatura esterna é “elevata”. costi tutti a carico della collettivita per forse 10 atleti. peró poi ti spengono il lampione sotto casa per risparmiare…

    a Cortina servirebbe un trenino elettrico. anche per dare una sfoltita al traffico che in stagione é peggio che in una grande citta, analogamente a molte altre localita turistiche invernali. aria pulita? ma va lá.
    nel fine settimana i turisti fanno fino a 500 km in macchina per sciare due giorni o anche meno. le domeniche pomeriggio le autostrade diventano delle ininterrotte scie luminose lunghe centinaia di km.

    follia per il clima e per il risparmio energetico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.