Viva il superbonus! Un’ottima idea e una pessima legge  

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Il patrimonio edilizio è il settore in cui si possono ridurre maggiormente i consumi energetici a parità di benessere e si può soddisfare fino al 100% il fabbisogno residuo con fonti rinnovabili. Per capire il contributo che la ristrutturazione energetica degli edifici può dare alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti basta ricordare due dati. Secondo la Commissione europea gli immobili assorbono il 40% dei consumi energetici globali e sono responsabili del 36% delle emissioni di gas a effetto serra. In Italia, secondo i dati raccolti dall’Enea sulle proprietà immobiliari per cui è stato compilato l’attestato di prestazione energetica, che è obbligatorio per redigere gli atti di compravendita soltanto dal 2009, il 34% del patrimonio edilizio è in classe G, la meno efficiente, con consumi energetici superiori a 180 kilowattora al metro quadrato all’anno, e appena il 6,6% è in classe A, con consumi energetici inferiori a 15 kilowattora al metro quadrato all’anno. La massima efficienza energetica viene raggiunta dagli edifici in classe NZEB (nearly zero energy building), che annullano quasi del tutto le emissioni di anidride carbonica. Poiché gli edifici più efficienti sono stati costruiti soltanto negli ultimi anni e la stragrande maggioranza del patrimonio edilizio risale agli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, quando il prezzo dei combustibili fossili era molto basso e non si badava alla coibentazione, è lecito supporre che sul totale degli immobili la percentuale degli edifici in classe A sia inferiore a quella registrata dall’Enea e, invece, sia superiore la percentuale degli edifici in classe G, che l’Unione europea aveva addirittura proposto di escludere dalla possibilità di essere messi in vendita, se prima non fossero stati ristrutturati in modo da poter essere inseriti in una classe di efficienza energetica superiore.

Da questi dati si deduce che la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio è indispensabile per raggiungere gli obbiettivi di ridurre le emissioni di gas climalteranti del 55% entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050, come è stato deliberato dall’Unione europea. La volontà di fornire un contributo al raggiungimento di questo obbiettivo ha ispirato la legge italiana n. 77/2020, che finanzia il 110% delle spese sostenute per migliorare di almeno due classi le prestazioni energetiche degli edifici. Inizialmente il finanziamento era previsto soltanto per i lavori eseguiti tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021. Successivamente, dopo accese polemiche tra chi sosteneva che non dovesse essere prorogata, perché i costi erano troppo onerosi per il bilancio dello Stato, e chi riteneva invece che fosse indispensabile prolungarne la validità, non solo per le riduzioni delle emissioni di CO2 che consente di ottenere, ma anche per l’incentivo che fornisce alla ripresa del settore edile e più in generale dell’economia, è stata concordata una soluzione di compromesso, che ne ha esteso la validità al 31 dicembre 2023 e, con contributi decrescenti, fino al 31 dicembre del 2025.

È incredibile che lo scontro sia stato ridotto alla definizione della durata più o meno lunga di questa legge, perché è il fatto stesso di porle un limite temporale a vanificarne l’efficacia, sia in relazione alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, sia in relazione alla ripresa del settore dell’edilizia. A un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore, con una spesa di oltre 13 miliardi sono stati finanziati circa 70.000 interventi, che hanno coinvolto lo 0,54% delle abitazioni unifamiliari e lo 0,87% dei condomini italiani (Giuseppe Pisauro [presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio], Inefficiente e iniquo: non aiuta l’ambiente e favorisce i più ricchi, Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2021). Un po’ poco rispetto alle potenzialità di riduzione delle emissioni di gas climalteranti se le ristrutturazioni energetiche diventassero il fattore trainante dell’edilizia, cancellando per di più ogni tentazione di farla ripartire costruendo nuove case, con la conseguenza di accrescere il consumo di suolo e i consumi energetici invece di ridurli. Ma non è tutto. In questo breve periodo la domanda improvvisa dei materiali edili necessari a ridurre le dispersioni energetiche degli edifici, e di fonti energetiche rinnovabili per soddisfare il loro fabbisogno residuo, ha superato le capacità dell’offerta, allungando a dismisura i tempi di consegna e provocando un’impennata dei prezzi che non avrebbe assunto queste dimensioni se la domanda non fosse stata compressa in tempi così brevi. Quanto ha inciso sull’aumento dei costi di ristrutturazione l’eccessiva entità e la limitazione nel tempo dei contributi statali? È facile prevedere che appena i finanziamenti pubblici finiranno la domanda si contrarrà e la vampata dell’edilizia, come si è accesa di colpo, di colpo si spegnerà.

Inoltre queste spese, che vengono sostenute dalla collettività col prelievo fiscale, sono state pagate soprattutto dalle classi sociali meno abbienti e sono andate a beneficio delle classi sociali più abbienti, che sono più informate e hanno maggiori relazioni con professionisti in grado di sciogliere tutte le procedure burocratiche necessarie per accedere a finanziamenti che consentono di ristrutturare le case, accrescendo il loro valore commerciale e riducendo i costi delle bollette energetiche senza che i loro proprietari debbano spendere nulla.

Si è accesa pertanto una forte polemica tra chi ritiene che la durata della legge non vada rinnovata al termine della sua scadenza temporale, perché è insostenibile per il bilancio statale, e chi sostiene che la sua validità debba essere invece prolungata per poter dare un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Ma è davvero impossibile introdurre in questa legge alcune modifiche che consentano di ridurre il peso della spesa pubblica e l’ingiustizia di far pagare ai meno abbienti un vantaggio economico per i più abbienti, evitando di perdere le grandi potenzialità, non solo ecologiche, ma anche economiche e occupazionali insite nella ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio?

La riduzione dei consumi energetici che si può ottenere riducendo le dispersioni termiche degli edifici e producendo con più efficienza l’energia di cui hanno bisogno, smonta la convinzione che l’adozione delle tecnologie ecologiche comporti dei costi in più rispetto alle tecnologie finalizzate a incrementare la produttività a prescindere dai danni ambientali che causano, perché la riduzione dei consumi energetici a parità di benessere riduce in misura direttamente proporzionale le emissioni di gas serra e i costi delle bollette. I vantaggi ecologici e i vantaggi economici vanno di pari passo e i risparmi sui costi di gestione che si ottengono consentono di ammortizzare in un certo numero di anni i costi d’investimento. Maggiore è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica che queste tecnologie consentono di ottenere, maggiore è la riduzione delle bollette energetiche da pagare e più brevi sono i tempi di rientro degli investimenti. Sino ad ora lo sviluppo delle tecnologie ambientali è stato frenato perché non sono state utilizzate prevalentemente per ridurre la domanda, ma per integrare o sostituire l’offerta. La riduzione della domanda in un sistema economico finalizzato alla crescita dei consumi non viene presa nemmeno in considerazione perché è un’eresia.

A partire da queste ovvie considerazioni basterebbe vincolare i finanziamenti pubblici alla restituzione allo Stato di una percentuale dei risparmi sui costi mensili di gestione energetica che consentono di ottenere. L’importo e la durata della restituzione dovrebbero essere stabiliti sulla base di parametri immediatamente vantaggiosi per gli utenti che, comunque non dovrebbero sostenere costi d’investimento e vedrebbero crescere il valore commerciale dei loro immobili, mentre le loro bollette energetiche si ridurrebbero e verrebbero tenute al riparo dagli aumenti dei prezzi, di cui quest’anno si è avuta un’avvisaglia molto pesante. L’elemento significativo politicamente ed economicamente sarebbe costituito dal fatto che lo Stato riceverebbe un introito costante e crescente da destinare a ulteriori ristrutturazioni energetiche. Inoltre, l’eliminazione di una scadenza temporale della legge eliminerebbe una delle cause che hanno fatto impennare i prezzi dei materiali edili, si eviterebbe che la ripresa dell’edilizia fosse un fuoco di paglia destinato spegnersi di colpo con la cessazione dei finanziamenti, l’occupazione nel settore rimarrebbe stabile, la platea dei beneficiari si potrebbe estendere alle classi sociali che fino ad ora hanno contribuito a pagare i costi di vantaggi da cui sono rimaste escluse, la riduzione delle emissioni di CO2 non sarebbe limitata a una percentuale irrisoria di edifici, ma diventerebbe significativa.

In ultima analisi, per correggere le distorsioni che rendono questa legge inadeguata a perseguire le finalità per cui è stata concepita, occorre trasformare un regalo per pochi in una sorta di prestito senza interesse per molti, che genera un beneficio ambientale per tutti. Se i contributi statali alla ristrutturazione energetica degli edifici venissero utilizzati a questo scopo, oltre a dare un forte impulso alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica a parità di benessere, consentirebbero di dimostrare in pratica e su larga scala che se le tecnologie ambientali vengono finalizzate a ridurre i consumi di materie prime a parità d’investimento, sono autosufficienti economicamente e consentono di remunerare i capitali investiti. Solo puntando sulla conversione economica dell’ecologia è possibile suscitare le energie progettuali e reperire le risorse finanziarie necessarie a realizzare la conversione ecologica dell’economia. Ed è possibile scongiurare che l’aggravamento della crisi climatica faccia raggiungere il punto di non ritorno ai fattori della crisi ecologica in corso.

Gli autori

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante, laureato in lettere, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Nel 2007 ha fondato il Movimento per la decrescita felice, di cui è presidente onorario. È autore di numerosi saggi e articoli

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