L’unica transizione ecologica desiderabile

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Sul tema della transizione ecologica è da poco uscito un libro indispensabile: Federico Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica (Edizioni Ambiente 2021). La migliore spiegazione di questa indispensabilità la fornisce Luciana Castellina fin dalla copertina: «Affrontare la complessità spiega perché e come siamo finiti in questa situazione, fornendoci le conoscenze che ci occorrono per rendere più difficile che torme di manager-dinosauri diffondano l’idea che gli umani si salveranno solo se loro saranno lasciati liberi di produrre quello che gli pare e come gli pare. Un libro che tutti i giovani dovrebbero leggere per disegnare il loro futuro».

Di fronte all’emergenza climatica, alle disuguaglianze sociali arrivate a soglie inaccettabili e alla pandemia in corso c’è ancora chi pensa che sia sufficiente introdurre nuove tecnologie. Le tecnologie ovviamente possono aiutare ma senza una comprensione della fitta interconnessione tra i problemi da affrontare si perde la visione d’insieme e si rischia di non cambiare il modello di società che ha portato a tutto questo.

Il libro parte da un concetto fondamentale: il pianeta ha dei limiti che dobbiamo rispettare. Infatti la Terra dal punto di vista sistemico è un insieme di processi e questi hanno dei limiti. Il primo problema è il cambiamento climatico e la causa principale è l’aumento della CO2 in atmosfera proveniente dalla combustione di carbone, petrolio e gas (industria, edilizia, trasporti). Altri gas serra contribuiscono al cambiamento climatico come il metano proveniente dall’agricoltura e dagli allevamenti intensivi. Altri processi per i quali esistono dei limiti sono: l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono, la modifica dei cicli dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, il cambiamento dell’uso dei suoli (deforestazione, cementificazione). Il problema è che questi limiti planetari sono essi stessi interconnessi e dalla loro complessa interazione emergono i due più critici: il cambiamento climatico e l’integrità della biosfera (il diagramma a p. 37 con le “Interazioni fra i limiti planetari”, dovrebbe essere appeso in ogni scuola accanto alle cartine geografiche).

Le conseguenze non sono equamente suddivise: nei paesi in via di sviluppo «gli agricoltori, i pescatori, i poveri delle campagne e le società tradizionali di sussistenza subiscono le conseguenze più gravi» (p. 133). Inoltre l’ingiustizia non è solo nei confronti degli abitanti del “Sud del pianeta” ma anche nei confronti delle future generazioni rendendo indisponibili le risorse per loro: «stiamo facendo un’operazione eticamente inaccettabile». Le conseguenze sono ben illustrate in un altro diagramma che interconnette i vari scenari di rischio: ne emerge che quelli ad impatto più grave e fortemente legati tra loro sono proprio l’inazione sul clima e gli eventi metereologici estremi, seguiti dalla perdita di biodiversità e dalle catastrofi naturali (p. 187).

Le conclusioni di Butera puntano decisamente sulla insostenibilità dell’attuale modello economico (che lui chiama con il suo nome: capitalismo neoliberista) e sull’urgenza di trovare nuovi paradigmi basati sul concetto di limite e di sobrietà: «la produzione e il consumo meno impattanti sono quelli che non hanno luogo», quindi bisogna «puntare sulla riduzione del flusso di beni materiali e di energia», imparando dagli organismi viventi che dedicano «una parte della loro vita a crescere e tutta l’altra, la maggior parte, a mantenersi» (p. 272) e costruendo una nuova economia basata non più sulla produzione ma sulla manutenzione (riparare, riusare, adattare).

Che fare? Butera propone una serie di impegni.

Primo: diffusione della conoscenza introducendo i concetti di complessità e di sistema, ricucendo lo strappo tra cultura umanistica e cultura scientifica.
Secondo: rafforzamento della ricerca, esplorare il funzionamento dei sistemi complessi compresi quelli artificiali creati da noi. Ricerca su temi come, ad esempio, idrogeno verde, mobilità e trasporti, agroecologia connessi con la ricerca nelle scienze umane.
Terzo
: diffusione di comportamenti virtuosi. Gli stili di vita personali dovranno essere «coerenti con il nuovo patto che vogliamo stringere con la natura». Sono anche «scelte etiche, se viste nel contesto della transizione verso un sistema naturale integrato nel sistema naturale, e delle implicazioni che ha sulla vita dei più deboli» (p. 291).
Quarto: responsabilità ambientale delle imprese. Oltre alla responsabilità sociale, le imprese dovranno fare «un’attenta analisi preliminare», prima di immettere un’innovazione sul mercato, minimizzando i rischi di effetti collaterali negativi.
Quinto: chiedere con forza alle istituzioni di «creare le condizioni perché la transizione verso l’utopia ecologica abbia luogo».

Tutte le persone coinvolte nei processi di educazione e formazione stanno cercando strumenti di lavoro per parlare di questi temi e per introdurre il pensiero sistemico con le giovani generazioni. Il libro di Butera copre questa esigenza offrendo meticolosamente tutte le fonti. Proprio per questo è un libro indispensabile.

One Comment on “L’unica transizione ecologica desiderabile”

  1. Tra i 5 “Che fare?” proposti da Butera il Quinto è il più stupefacente.
    Chiedere con forza alle istituzioni di «creare le condizioni perché la transizione verso l’utopia ecologica abbia luogo» è di un’ingenuità assoluta. Che cosa vuoi che ti rispondano le Istituzioni se non che, stanti gli attuali equilibri Occidente che spinge/Cina-India-Russia che frenano, stanno già facendo tutto il possibile perché la transizione abbia luogo?

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