La “causa del secolo” per salvare il Pianeta

08/06/2021 di:

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, diverse articolazioni della società civile italiana fanno causa allo Stato affinché si assuma le sue responsabilità di fronte all’emergenza climatica. Il primo contenzioso della storia nazionale in tema di clima è stato presentato il 5 giugno e i ricorrenti l’hanno chiamato “La causa del secolo” perché il monito della scienza è, da tempo, incontrovertibile: è in questo secolo che ci giochiamo il destino del pianeta e delle generazioni future.

L’iniziativa si inserisce nel solco di quelle promosse in molti paesi del mondo e delle storiche vittorie in Francia, nei Paesi Bassi e, recentemente, in Germania, dove, in aprile, la Corte costituzionale, dando ragione a un gruppo di cittadini e attivisti, ha dichiarato che la legge sul clima del Governo federale violava i diritti delle generazioni future, costringendo la cancelliera Angela Merkel a rivederla in chiave più incisiva. Recentissima anche la decisione del Tribunale dell’Aia che, accogliendo il ricorso di un’associazione ambientalista, ha stabilito che la Shell, uno dei più grandi gruppi petroliferi del mondo, dovrà ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 per allinearsi agli accordi di Parigi. Iniziative simili potrebbero essere intraprese anche in Italia, mettendo nel mirino grandi aziende, su tutte l’Eni.

La causa attuale è stata avviata di fronte al Tribunale di Roma. Tra gli oltre duecento ricorrenti ci sono associazioni, giovani, genitori, persone diverse unite dalla consapevolezza della necessità di agire subito. Il giudizio è stato promosso nell’ambito della campagna di sensibilizzazione intitolata Giudizio Universale, per sottolineare l’urgenza di mettere in campo azioni concrete di contrasto al cambiamento climatico. I ricorrenti sono assistiti da un team composto da avvocati e docenti universitari, fondatori della rete di giuristi Legalità per il clima i quali hanno spiegato che

«l’iniziativa nasce dalla incontrovertibile contraddizione che esiste tra le misure di contenimento delle emissioni che lo Stato italiano dovrebbe adottare per contrastare efficacemente il riscaldamento globale e le inadeguate iniziative concretamente poste in essere. Non chiederemo al giudice alcun risarcimento, ma piuttosto di ordinare allo Stato di abbattere le emissioni di gas serra per portarle a un livello compatibile con il raggiungimento dei target fissati dall’Accordo di Parigi al fine di tutelare e proteggere i diritti fondamentali dell’uomo».

Tra i ricorrenti l’Associazione A Sud, Fridays for Future, Medici per l’Ambiente, Forum italiano Movimento per l’Acqua, e tanti singoli cittadini come Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana, che motiva così la sua scelta:

«Da decenni lo Stato italiano promette di ridurre il proprio impatto sul clima, di mitigare i rischi, di costruire resilienza verso le conseguenze del riscaldamento globale. Ma alle parole non corrispondono i fatti, sempre insufficienti e sottodimensionati rispetto all’urgenza. E soprattutto, mentre con una mano promette transizioni verdi con l’altra continua a sostenere le pratiche più perniciose per l’ambiente. Per questo faccio causa al mio Stato».

Le richieste specifiche avanzate dai ricorrenti al giudice sono quelle di dichiarare che lo Stato italiano è inadempiente nel contrasto all’emergenza climatica e di condannarlo a ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas a effetto serra del 92% rispetto ai livello 1990, applicando il principio di equità e riconoscendo responsabilità comuni ma differenziate (Fair Share), ossia tenendo conto delle responsabilità storiche dell’Italia nelle emissioni di gas serra e delle sue attuali capacità tecnologiche e finanziarie. La percentuale di riduzione delle emissioni è stata calcolata da Climate Analytics, un’organizzazione indipendente per la ricerca sul cambiamento climatico, che ha realizzato uno specifico report per il nostro Paese. Secondo quanto si legge nel report

«seguendo l’attuale scenario delle politiche italiane, ci si attende che le emissioni al 2030 siano del 26% inferiori rispetto ai livelli del 1990. Stando a queste proiezioni del Governo, l’Italia non riuscirà a raggiungere il suo modesto obiettivo di ottenere una riduzione del 36% entro il 2030 come stimato dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC). […] Tra i paesi europei che pianificano il passaggio dal carbone al gas, l’Italia ha il più alto consumo di gas pianificato per gli anni 2020. Sebbene l’Italia stia puntando a una quota del 30% di energia rinnovabile nel consumo finale lordo di energia entro il 2030, non ha attualmente le politiche in atto per raggiungere questo obiettivo».

Non solo, ad oggi, l’attuale obiettivo dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale senza precedenti di oltre 3°C entro la fine del secolo.

A essere richiesti ‒ come si è detto ‒ sono comportamenti e non risarcimenti monetari, perché lo Stato italiano, pur perfettamente a conoscenza della drammaticità dell’emergenza climatica, dopo vent’anni di dichiarazioni e atti di indirizzo del Parlamento, resta, nelle azioni concrete, assolutamente inefficiente. La dichiarata svolta green del Governo Draghi non convince (https://volerelaluna.it/ambiente/2021/04/28/la-favola-del-draghi-verde/): il neonato ministero della Transizione ecologica appena insediato ha rinnovato diverse concessioni per l’estrazione di metano e petrolio e aperto la strada a nuovi progetti analoghi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/05/17/transizione-ecologica-il-mercante-ha-scoperto-le-carte/). Nessun piano di transizione ecologica può seriamente prevedere nuovi progetti per l’estrazione di idrocarburi e ulteriori finanziamenti ai giganti delle energie fossili. D’altra parte, è di qualche giorno fa la notizia che il ministro Cingolani ha festeggiato la decisione della UE che – a quanto pare ‒ consentirà di continuare a produrre dispositivi monouso con piccole percentuali di plastica, pur a fronte dell’imminente entrata in vigore della Direttiva Europea SUP (Single Use Plastic) che mette al bando il monouso, risalente al 2019 ma sgradita a Confindustria.

Il cambiamento climatico mostra sempre più spesso i suoi effetti in un paese territorialmente fragile come il nostro: inondazioni, trombe d’aria, frane, innalzamento dei mari, solo per citarne alcuni, fanno dell’Italia il sesto paese al mondo per disastri ambientali. Data l’urgenza e la drammaticità della crisi climatica è un bene che anche i tribunali diventino uno spazio di azione, insieme alla scuola, alle piazze e alle strade, che ci auguriamo tornino a essere presto animate dai cittadini e dalle cittadine, dagli studenti e dalle studentesse per chiedere giustizia climatica e sociale e azioni efficaci ai Governi.

Ma non possiamo dimenticare la nostra responsabilità, l’importanza delle singole azioni personali che possono impattare sul cambiamento: prima fra tutte, la scelta di una alimentazione vegetale, unica davvero sostenibile. L’ammonimento resta quello di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese simbolo dei FridaysForFuture, che ha recentemente lanciato una campagna su Twitter, affermando con forza quanto la crisi climatica, quella ecologica e quella sanitaria siano interconnesse e come le scelte alimentari possano fare la differenza.

Per firmare l’appello “Giudizio Universale” e approfondire i contenuti dell’atto di citazione e il report di Climate Analytics visita il sito www.giudizio universale.eu.