Quale transizione ecologica?

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Attendiamo dai “migliori” di Draghi la rotta che ci porterà verso la nuova generazione europea (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/15/ci-sara-una-transizione-ecologica/). Che non può guardare solo alla futuribile energia infinita della fusione nucleare, né alla rivoluzione digitale che presumibilmente, come già sta accadendo, sottrarrà lavoro alla crescente popolazione degli umani, consentendo ai “proletari di tutto il mondo” di unirsi in rete ma non di risolvere i loro problemi.

Sotto il profilo strettamente ecologico basta, per la tanto evocata “transizione ecologica”, una sorta di resilienza, cioè di adattamento? O ha ragione Bill Gates che avverte come non sia sufficiente ridurre le emissioni di CO2 ma sia necessario annullarle (https://volerelaluna.it/cultura/2021/03/16/bill-gates-la-riparazione-del-mondo-e-il-filantrocapitalismo/)? Se avesse ragione lui sarebbe necessario abbandonare il sistema fallimentare che ci ha ridotti a questo punto. Che non sarebbe la fine della Terra, ma solo della nostra specie. Il pianeta ha capacità di resilienza e si adatterà, anche dopo aver espulso l’Homo presuntuosamente sapiens. Per salvarlo occorrono cambiamenti nei confronti dell’ambiente ma anche un diverso atteggiamento nei riguardi dell’economia.

È tutta lì la sfida della transizione ecologica. Etimologicamente l’espressione significa «comporre una controversia, facendo raggiungere alle parti in causa un compromesso con reciproche concessioni». Il timore è che non sia più sufficiente. La possibilità di futuro chiede di porre l’eco logos (l’interazione con l’ambiente) come primato sull’eco nomos (l’amministrazione dell’ambiente). La transizione ecologica non può ridursi alla digitalizzazione della realtà o alla riconversione energetica con fonti sostenibili tutte da validare. Chiede risposte sulla tutela della biodiversità. Parchi e aree protette, variabilità agricola animale e vegetale, difesa dei beni comuni (biomassa forestale, qualità dell’aria e dell’acqua, riduzione del consumo di suolo…) in sintonia con le capacità di rigenerazione.

L’Earth Overshoot Day (giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali possono rinnovare nel corso dell’anno), è ogni anno anticipato (nel 2020 ad agosto, in controtendenza ‒ con un ritardo di un mese ‒ rispetto agli ultimi anni, grazie al lockdown), al punto che la nostra impronta ecologica globale richiederebbe ormai 1,7 Terre, il che significa che siamo fuori dal pareggio di bilancio ambientale del 70%.

Una vera transizione ecologica richiede la riorganizzazione dei conglomerati urbani verso una dimensione di sostenibilità ambientale e sociale; la riprogrammazione della mobilità, dei traffici e degli spostamenti di persone e mezzi con drastica riduzione del superfluo e attenta rideterminazione dei flussi turistici. È inevitabile confrontarsi con i limiti. Non è possibile proseguire, perché non c’è spazio.

A livello globale siamo tutti chiamati a confrontarci per decidere il nostro comune futuro. La transizione ecologica, come lo sviluppo sostenibile, richiede impegni seri. E non possono essere declinati con la leggerezza di commenti come «purché non blocchino le opere» (Berlusconi), oppure «non si pensi di mettere la tassa sulle plastiche» (Salvini insieme a Renzi…). La transizione ecologica non è questo. È più eco logos, meno eco nomos. Dunque si rende necessaria quella rivoluzione radicale nel sistema economico globale evocata da Papa Francesco. Altrimenti, dopo gli infingimenti dell’ecosostenibilità appiccicata a ogni iniziativa, anche se distante da ogni parametro che la rendesse compatibile con le primarie esigenze ambientali (una per tutte il tunnel tra Lyon e Torino), si tratterà di un ennesimo camuffamento del dominante sistema economico-finanziario neo liberista per cercare di sopravvivere a un destino che travolgerà anch’esso.

L’economia di Francesco, che non fa riferimento al papa argentino ma al santo di Assisi, merita attenta lettura e seria riflessione perché, come per la Laudato si’, ci pone di fronte alle nostre responsabilità individuali e di specie, chiamandoci a una rivoluzione tolemaica che ci induca a prendere coscienza che al centro dell’Universo non c’è l’Uomo.

Già prima della pandemia si assisteva a una recessione planetaria del 3% con un calo generale del Pil. Crisi dei mercati e dell’economia globale. La decrescita infelice. Ciò che gli allarmi per la febbre ambientale del pianeta non erano mai riusciti a ottenere lo ha fatto il virus. All’improvviso scricchiola il dogma del neoliberalismo. Gli squilibri dell’economia internazionale emergono in tutta la loro contraddittorietà con la pandemia, ma covavano già profondamente, in essa, da tempo. Non potevano reggere a lungo lo strapotere del capitalismo finanziario e l’esplosione delle diseguaglianze sociali prima ancora che economiche e il dissennato avvelenamento e surriscaldamento del pianeta.

Ora sarà d’obbligo rivedere tutti i fallaci parametri su cui si è incardinato e recentemente rafforzato il modello produttivistico capitalista: l’impossibile costante crescita infinita misurata da Pil per cui si è condannati ad aumentare ogni parametro con la necessità di continui consumi ad alimentare incessante produzione di tutto, anche di ciò che non serve. Un carosello assurdo, con la bocca degli inghiottitoi di rifiuti sempre aperta anche se incapace di digerirli e buona solo a vomitare inquinamenti sempre più pericolosi e universali che distruggono ogni angolo di territorio, a ogni latitudine, mettendo in pericolo le persone che ci vivono e anche quelle costrette a produrre. Sfruttamento delle risorse e delle vite del Sud del mondo per alimentare questa macchina energivora e ammorbante ormai incapace di produrre benessere, e tanto meno felicità, inflazionata com’è di annoiante superfluità che garantisce valori marginali sempre più impercettibili e soddisfacenti.

La rivoluzione necessaria parte da queste constatazioni. Per estendersi al grido di ribellione contro l’iniquità sociale e l’ingiustizia universale. Sarà una bella scommessa da cui capiremo se gli Stati e la politica mantengano ancora qualche ragion d’essere, qualche significato e qualche indipendenza. O se ogni potere è ormai altrove e la democrazia non resta che finzione, un simulacro delle nostra astratte aspirazioni.

Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista e ambientalista, è stato presidente della Federazione Nazionale “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore della Provincia di Torino con deleghe a cultura, parchi, montagne e minoranze linguistiche. È consigliere comunale di Ostana, dove cura la manifestazione “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. È direttore di “PASSAGGI e Sconfini. Periodico di natura, cultura, arte e tradizioni del Nord-Ovest”.

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One Comment on “Quale transizione ecologica?”

  1. va molto di moda parlare di rivoluzione green.

    col passare degli anni siamo circondati da un crescente numero di oggetti, tecnologici e non.

    la durata media dei beni di consumo é diminuita drasticamente negli ultimi decenni.
    si prenda la lavatrice, il televisore, telefono, automobile, vestiti, scarpe,ecc.

    costano relativamente meno di un tempo (60 anni fa un frigorifero costava uno stipendio), ma durano incredibilmente poco, ma non a caso: cosi dobbiamo ricomprarle. equivale a moltiplicare i consumi
    senza aumentare i consumatori.

    un ingegnere di una nota marca di pneumatici mi confido che esistono le tecnologie per produrre pneumatici
    che durano tutta la vita di un automobile. non si costruiscono per un motivo semplice:
    nel giro di pochi anni si consumano e devi acquistarne di nuovi. cosi con quello che spendi complessivamente spendi molto di piu che per uno pneumatico duraturo.
    e i rifiuti prodotti aumentano di conseguenza.

    uguali le automobili. un tempo duravano moltissimi km. adesso dopo 4-5 anni ogni anno in piu é un regalo dal cielo, o un regalo al meccanico se decidi di tenerla…

    produrre un auto elettrica consuma moltissimo: le materie prime, la lavorazione degli acciai, le plastiche, i 30 kg di cavi elettrici, ecc, vernice, gomme, sedili. le batterie con i metalli rari trovati sventrando montagne di terra. trasportare tutti questi pezzi che provengono da molte parti sparse per il mondo fino alla fabbrica di produzione sono trasporti e consumi che ci sono ancora prima di uscire dalla concessionaria (e iniziare a consumare altra energia).

    e l auto che rottami sono 1,5 tonnellate di rifiuti.

    per non parlare delle batterie elettriche da cambiare ogni 4-5 anni: sono metalli pesanti da buttare.

    finche gira qualche auto elettrica non c e nessun problema. se tutto il parco circolante
    diventa elettrico la rete elettrica esistente esplode e soprattutto occorre produrre una quantita
    incredibile di energia elettrica, che notoriamente non sgorga dalle montagne come l acqua minerale.

    con la “rivoluzione verde” ragazzini di 12 anni girano col monopattino e in bici elettrica con le cuffiette a batterie, smarphone sempre acceso e connesso. si credono green, paladini del clima, in realta erano piu green le generazioni precedenti che giravano in bici o a piedi senza telefoni iperconnessi, senza scarpe e vestiti in plastica.

    a ben guardare sono dei consumatori perfetti, vengono abituati a consumare di piu, un consumo verde dirá qualcuno. un sovraconsumo che prima non c ‘era. sono “abituati” a comprare scarpe, vestiti che durano una stagione. per loro é un dato normale che per esempio una t shirt duri una stagione, per l ambiente é una montagna di rifiuti di consumi.

    nulla si ripara piu, si butta tuttto. dalla tv comprata pochi anni prima, la lavastoviglie, ecc.

    la vera rivoluzione green sarebbe tornare a un consumo di beni “durevoli”, al riciclare i beni nel senso di allungare la loro vita, obbligare i produttori a produrre beni che durano.

    consumare meno e meglio. per produrre meno rifiuti si deve consumare di meno, non consumare di piu.

    perche ogni consumo in piu, per l ambiente é un consumo in piu.

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