L’ambiente alla prova del Terminillo

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In piena crisi sanitaria, sintomo e avvisaglia di una più generale crisi ambientale, desta non poco stupore il progetto di ampliamento di impianti sciistici sul monte Terminillo, nei dintorni di Roma. La Regione Lazio ha valutato positivamente l’impatto ambientale dell’opera e il via libero definitivo si concretizzerà non appena saranno sbrigati gli ultimi adempimenti amministrativi. Fatto passare come progetto di rilancio di un territorio depresso dal sisma del 2016, l’ampliamento degli impianti sciistici ‒ si può leggere sul sito della Regione Lazio ‒ «è stato fortemente voluto dall’amministrazione Zingaretti e oggi con soddisfazione [spiega l’assessore al lavoro e politiche per la ricostruzione Claudio Di Bernardino] possiamo descrivere il progetto come una sintesi tra le esigenze di sviluppo turistico nel pieno rispetto del territorio e delle bellezze naturali». Un ossimoro, quello della sintesi tra rispetto del territorio e creazione di vere e proprie cicatrici indelebili in una zona che è al vaglio per essere riconosciuta quale sito Unesco proprio in virtù delle sue antiche faggete. D’altra parte, come denunciano le associazioni ambientaliste, il progetto vìola palesemente il piano paesaggistico regionale. Basti pensare agli interventi previsti: 17 gli ettari di faggeta che devono essere annientati, 8,7 chilometri di trincee sulle praterie della montagna, 10 chilometri di impianti di risalita, 37 chilometri di piste da sci, due bacini per l’innevamento artificiale pari a 136 mila metri cubi di acqua. Perché, ormai di neve ne cade ben poca proprio a causa del mutamento del clima.

È paradigmatico voler antropomorfizzare oltremodo la montagna riproducendo eventi atmosferici che, proprio a causa di un’impronta antropocenica a livello globale, vanno estinguendosi. È quel concetto della natura come riserva infinita ad uso e consumo dell’uomo che ci ha portato alle soglie della catastrofe climatica, ormai difficilmente arginabile. E il perché sia difficilmente arginabile lo esplica in maniera lapalissiana proprio un progetto come quello del Terminillo, concepito e realizzato in una fase in cui non si fa altro che invocare un mutamento di paradigma. Ancora una volta si contrappone il recupero economico di un’area depressa con la sua salvaguardia ambientale. Ancora una volta vengono contrapposti lavoro e ambiente, come in altre situazioni lo sono lavoro e salute. Non vengono prese in considerazione altre possibilità di sviluppo che non siano invasive. Costruire e devastare è molto più facile che mantenere e salvaguardare. A dispetto di fondi europei stanziati in nome di un new green deal, a livello locale si procede come se nessuna riflessione fosse scaturita dagli eventi attuali. Se poi riflettiamo sulle motivazioni (trasferire in uno spazio naturale momenti di svago tipicamente urbano essendo così poco legati alla naturalità del territorio) la vicenda assume un aspetto assolutamente folle; del quale non ci rendiamo conto solo perché non ci siamo mai soffermati ad analizzare l’impatto degli impianti sciistici sul territorio montano.

Non si tratta di una sola questione estetica. Non parliamo solo di quelle cicatrici sui versanti delle montagne che caratterizzano Alpi e Appennini e che costituiscono una vera ferita alla percezione visiva del paesaggio. La realizzazione di impianti sciistici richiede una serie di lavori infrastrutturali che avranno conseguenze permanenti. Si deve procedere allo spianamento dei versanti, alla costruzione di opere edili come piloni e cabine, alla realizzazione di nuove aree di parcheggio per accogliere i turisti mordi e fuggi. Lo stesso uso di buldozer e scavatrici per la realizzazione delle opere ha un impatto devastante su flora e fauna. La distruzione della faggeta farà perdere uno straordinario elemento per l’equilibrio idrogeologico e climatico che qualsiasi bosco, naturalmente, produce. Persino la neve artificiale ha conseguenze negative sull’equilibrio idrogeologico. Per non parlare del fatto che anche gli impianti per l’innevamento richiedono opere invasive come la posa di tubazioni, la costruzione di opere edili. Né viene considerato l’enorme quantitativo di acqua necessario a garantire l’innevamento, a dispetto delle campagne sul risparmio dell’oro blu. È il tipico comportamento di una società schizofrenica quale siamo. Pertanto, parlare di esito positivo nella valutazione di incidenza ambientale assume un sapore tragicomico. Anche senza uno studio dettagliato, si potrebbe eccepire che ha poco di sostenibile una pratica sportiva che per essere realizzata deve trasformare, snaturandolo, il territorio che la ospita. Per non parlare del rischio di non sostenibilità economica, dati gli alti costi prospettati, che potrebbe causare l’abbandono del progetto a realizzazione in corso o ultimata, lasciando una ferita permanente e inutile nella natura del luogo. Considerazione non peregrina mettendo in conto la non facile fruibilità del luogo rispetto ad altre mete laziali e abruzzesi collegate dall’autostrada e il fatto che la decadenza del Terminillo quale stazione sciistica è avvenuta proprio a causa di tale concorrenza. Con l’aggravante che si andrebbero a distruggere modalità alternative di fruizione della montagna rispettose dell’ecosistema.

Insomma, proprio in una fase storica in cui, a livello globale, si attua una riflessione sul futuro dell’ambiente e vengono spesi fiumi di parole e di denaro per cercare di mutare una rotta che porta alla catastrofe ambientale, a livello pratico si continua ad agire business as usual. Anziché frenare il treno impazzito lo si accelera. Ancor più grave è che, come per la TAV, cui questo progetto è assimilabile in piccolo per la sua assurdità in termini economici e ambientali, a imprimere l’accelerazione sia una forza politica di sinistra. Qualche mese fa scrivevo della alla necessità che la sinistra faccia della questione ambientale la priorità della propria agenda politica (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/08/27/ambiente-e-conflitto-sociale/). Il vero soggetto innovatore, una volta avremmo detto rivoluzionario, è chi si fa interprete delle questioni ambientali perché, come accade per la pandemia, le ricadute dei disastri non si spalmano equamente su tutti ma ripercorrono, ampliandole, le fratture di classe prodotte da un determinato sistema politico economico. Concludevo anche l’articolo auspicando che la sinistra prendesse il testimone in quanto unica forza potenzialmente fuori dalla logica di sistema. Era più un augurio che una convinzione. La sinistra di governo è tutta interna alla logica del sistema; occorrerà volgere altrove il nostro sguardo.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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