Ambiente e conflitto sociale

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Le considerazioni di Bertinotti, nell’intervista a la Repubblica del 17 agosto, e la risposta di Luciana Castellina su il manifesto del giorno dopo, hanno il merito di gettare luce su un dibattito annoso ma mai stanco che, anzi, necessita di essere riposto al centro dell’agenda politica della sinistra.

Bertinotti mette in guardia la sinistra sulla possibile catastrofe cui si andrebbe incontro nel sostituire l’ecologismo alla lotta di classe. A ciò Castellina controbatte ricostruendo i passaggi di un dibattito che si trascina dagli anni Settanta e che proprio il gruppo de il manifesto ha avuto il pregio di anticipare, aprendo alla problematica ambientalista che allora si andava profilando. In realtà è indubbio che la sinistra comunque è arrivata troppo tardi al tema. Uno degli studi pioneristici dell’ambientalismo, quei limiti dello sviluppo segnalati dagli scienziati del MIT su commissione del Club di Roma, è del 1972 e si deve all’attivismo di un esponente della borghesia imprenditoriale illuminata come Aurelio Peccei. In quello studio, ovviamente, non vi possono essere gli echi della lotta di classe ma, in un’ottica che potremmo definire umanista si cominciano a fornire ricette che anticipano di qualche decennio le teorie della decrescita, auspicano un mondo sviluppato che freni il proprio consumo di beni e aiuti la parte meno sviluppata a migliorare le proprie condizioni per consentire a tutti di avere il necessario. Inquinamento, problema demografico e disuguaglianza sono concetti già presenti in quello studio e che sono all’ordine del giorno nelle considerazioni dell’ambientalismo odierno specie di sinistra.

Solo apparentemente l’ambientalismo pone in second’ordine la lotta di classe, perché attraverso le lotte ambientali, si pone in maniera incontrovertibile la questione della lotta al capitalismo. Nel 1989, André Gorz, nel commento al programma della Spd (in Capitalismo, socialismo, ecologia), parlava di subordinazione dei criteri economici di rendimento e redditività massimi a criteri socio-ecologici. Introduceva quindi il concetto di razionalità ecologica, consistente nella soddisfazione dei bisogni materiali con una quantità minima di beni con valore d’uso e durata elevati, quindi con un minimo di lavoro, di capitale e di risorse materiali. A tale razionalità, il capitale contrappone la ricerca del massimo rendimento economico e un maggior profitto, resi possibili da un’espansione artificiale dei consumi e dei bisogni, ponendosi così al di fuori di quella sostenibilità ecologica di cui oggi tanto si parla. Il capitale è un moloch impazzito e vorace che si nutre di vite umane e di risorse ambientali. La sua crescita smisurata pone in pericolo la stessa esistenza del genere umano. Porre la questione ambientale, dunque, non significa occuparsi d’altro rispetto al genere umano (https://volerelaluna.it/economie/2020/02/10/un-pianeta-proibito-crisi-climatica-mito-del-pil-diseguaglianza/).

Gli ambientalisti non si battono per la salvaguardia dell’ambiente come valore assoluto, ben sapendo che l’ambiente sopravviverebbe e si rigenererebbe dopo una catastrofe ecologica, ma per la salvaguardia del genere umano che non potrebbe sopravvivere in un clima verso il quale lo sta proiettando la grande accelerazione di produzione e consumi degli ultimi decenni. Le catastrofi ecologiche non ricadono su tutti allo stesso modo e vanno a colpire, come ha dimostrato anche la vicenda dell’attuale pandemia (con cui la crisi climatica ha molte affinità), gli strati sociali più fragili, ossia quel soggetto che dovrebbe essere il protagonista del conflitto sociale. Le disuguaglianze vengono inasprite dalla crisi climatica sia all’interno che tra i paesi. La pandemia da Covid-19 può essere vista come un’anticipazione di quello che potrà succedere quando l’innalzamento della temperatura porterà a cambiamenti irreversibili e a catastrofi su scala globale. E le disfunzioni economico sociali che si porta dietro saranno molto più accentuate in quanto irreversibili e con effetti sul lunghissimo periodo, tanto da portare gli scienziati a coniare un nuovo termine, Antropocene, per caratterizzare la nuova era geologica in cui siamo entrati.

In alcuni casi, le battaglie ambientali si sono sposate con il conflitto sociale e Razmig Keucheyan parla, in proposito, di una questione ambientale che riporta in luce il conflitto di classe (La natura è un campo di battaglia). Anzi, spesso, la crisi ambientale, proprio perché riporterebbe alla luce le contraddizioni del capitalismo, viene mascherata da conflitto etnico-religioso, come è successo in Darfur o nella Nigeria di Boko Haram: alla radice di entrambi i fenomeni sta la crisi climatica con il suo strascico di crisi alimentare e di povertà assoluta. Pur non parlando di conflitto sociale, Mastrojeni e Pasini (Effetto serra, effetto guerra) pongono in relazione il cambiamento climatico, i grandi fenomeni migratori, le guerre per l’accaparramento delle risorse naturali disponibili sempre più scarse, le disuguaglianze.

Per tornare a Keucheyan, la crisi richiede la radicalizzazione degli antagonismi di classe, vale a dire la radicalizzazione della critica al capitalismo. Anche a cominciare dall’uso dei termini: se Antropocene, come ricorda Castellina, ha il difetto di rendere indistintamente il genere umano responsabile dei danni all’ambiente, Capitalocene porta a identificare il cambiamento climatico non come il risultato dell’azione dell’uomo in senso astratto, ma come la conseguenza evidente di secoli di dominio del capitale e se non ha piena dignità scientifica (come riconosce lo stesso Jason W. Moore, uno dei fautori dell’uso del termine) ha però senso alla luce della critica sociopolitica.

In sostanza, proprio perché non è possibile tornare alle categorie interpretative del XX secolo – come rimarca lo stesso Bertinotti – la questione ambientale è il medium per riproporre il conflitto sociale nell’agenda della sinistra. Ambiente e conflitto di classe sono due facce di una stessa medaglia e la sinistra dovrebbe assimilare tale lezione. Nulla più della crisi ambientale, nel XXI secolo, può assumere quella portata universale e rivoluzionaria che, nel XX secolo, si riteneva avesse la classe operaia. Questa per Marx aveva il vantaggio di vedere le contraddizioni del sistema perché le viveva sulla propria pelle, mentre il capitalista era vittima di una spirale che non poteva non alimentare. Oggi coloro che subiscono o comprendono la gravità dei cambiamenti climatici sono nella stessa posizione del proletariato otto-novecentesco. La crisi ambientale pone una questione emergente e porta al nocciolo delle contraddizioni del capitalismo. Ma il sistema del capitale non è portato a implodere spontaneamente grazie alle sue contraddizioni. È ancora Keucheyan a mettere in guardia circa la resilienza del capitalismo.

La finanziarizzazione e la militarizzazione sono una risposta non solo alla crisi economica ma anche a quella ecologica. Il capitalismo finanziario riesce a fare dei disastri ambientali un’occasione di speculazione attraverso la costruzione di prodotti derivati (lo stesso avviene con le pandemie). Per questo senza una presa di coscienza ambientale da parte del fronte anticapitalista non si produrrà alcuna crisi capace di portare il sistema all’implosione. Occorre riflettere seriamente sull’occasione di rifondare un pensiero di sinistra su basi ecologiche; occasione che, per più di un motivo, l’attuale crisi pandemica offre su un piatto d’argento.

È paradossale che le critiche più eclatanti al capitalismo, derivate dalle riflessioni sulla pandemia da Covid-19, si debbano a esponenti del blocco borghese che del capitale sono esponenti di punta come De Benedetti o Guido Maria Brera, che parlano di un capitalismo iperaccelerato che ha raggiunto i propri limiti. Ma se tale critica viene esercitata all’interno della cultura capitalista le soluzioni non potranno essere che anodine, come le aspettative verso tecnologie green che dovrebbero approdare a un velleitario capitalismo eco sostenibile. In realtà, la crisi attuale ci pone davanti all’evidenza che il capitalismo non è sostenibile né socialmente né ecologicamente. Ma tale evidenza potrà essere resa palese solo da chi è fuori da quella logica. E questo dovrebbe essere compito della sinistra.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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