Rimosso il magic bus, non il desiderio di Natura

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Christopher McCandless era un ragazzo di buona famiglia cresciuto in un ricco sobborgo di Washington D.C. Nell’estate del 1990, dopo essersi laureato con lode in storia e antropologia, decise di abbandonare tutto, famiglia, casa, soldi, persino il suo nome, facendosi chiamare Alexander Supertramp. Diede in beneficienza i soldi che aveva sul conto, abbandonò l’auto con buona parte dei suoi beni personali e iniziò un lungo viaggio attraverso gli States, una sorta di viaggio iniziatico in cerca di un rapporto autentico fra uomo e Natura. Alla fine arrivò nel Denali National Park, in Alaska, dove, dopo circa tre mesi di vita avventurosa, morì all’età di 24 anni, probabilmente il 18 agosto 1992. Incerte le cause della sua morte: denutrizione o forse avvelenamento da piante selvatiche.

Prima della morte nessuno o quasi lo conosceva. Dopo divenne famoso, essendo diventato protagonista, suo malgrado, di un libro (Nelle terre estreme di Jon Krakauer) e di un film (Into the wild, di Sean Penn). La sua storia ha qualche somiglianza con quella di Timothy Treadwell, ambientalista e documentarista, che morì anch’egli in Alaska, sbranato però da un orso, e anch’egli protagonista di un film, Grizzly man di Werner Herzog.

Ma se di Timothy Treadwell nulla era rimasto sul posto, là dove morì Christopher McCandless rimaneva una traccia possente, il magic bus, come lui stesso lo aveva chiamato, cioè un bus abbandonato in quel luogo sperduto e che aveva offerto riparo al ragazzo fino alla sua morte. Complice appunto la storia che ci stava dietro, quel bus era diventato meta di seppure ristretti pellegrinaggi di persone che si avventuravano in quelle “terre estreme” per rendere una sorta di omaggio a Christopher. Nei giorni scorsi quel bus è stato rimosso da un elicottero militare per volontà del Dipartimento delle risorse naturali dell’Alaska. La motivazione è che troppe persone inesperte si recavano sul luogo anche rischiando la vita e qualcuno ce l’ha anche rimessa (https://video.corriere.it/esteri/into-the-wild-rimosso-magic-bus-alaska-ci-sono-troppe-vite-rischio-video-suo-ultimo-viaggio/34d28eb6-b215-11ea-b99d-35d9ea91923c).

Non entro nel merito della giustezza e della congruità della decisione di rimuovere il bus. Devo dire che mi ricorda tanto le reti che il comune di Cuneo anni fa mise sul Viadotto Soleri perché troppa gente si suicidava gettandosi dal ponte. In fondo, se uno, coscientemente o meno si vuole togliere la vita un modo lo troverà sempre, anche se è stato rimosso un luogo che potenzialmente lo agevolerebbe.

Non entro nel merito ma voglio svolgere una piccola considerazione a margine del fatto.

Il magic bus era un simbolo. Era il simbolo della fuga da una società in cui tutto è organizzato, era il simbolo dell’allontanamento da un mondo urbanizzato in cui ormai la gente di città ha superato quella delle campagne, era il simbolo della ricerca degli ultimi luoghi selvaggi. Rimuovere il magic bus è stato un po’ come «eliminare un sogno», come mi ha scritto un caro amico inviandomi le foto del trasporto. Nessuno di noi ci sarebbe mai andato, nessuno di noi avrebbe mai intrapreso il viaggio per raggiungere quella meta, ma era bello pensare che esisteva, anche se, a dirla tutta, era una nota stonata in quella wilderness.

Pazienza, mettiamola così: la natura si riprenderà quel sedime.

Ma Christopher McCandless e il suo bus rimarranno nella memoria di tutti noi, insieme con le sue parole: «C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo».

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: "Piste o peste"; "Disastro autostrada"; "Torino. Oltre le apparenze"; "Verde clandestino"; "Loro e noi. Storie di umani e altri animali"; "Il mare privato". Come unico autore: "Regole minime per sopravvivere"; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni"; "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo". Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

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