Rino, il rinoceronte fossile

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Circostanze diverse e apparentemente lontanissime: nei giorni scorsi (prima decade di febbraio 2020) in Antardide si toccano + 18 gradi mentre in Argentina la temperatura è soffocante, da piena estate. Nell’Europa mediterranea, quindi da noi, la temperatura è più che mite per il periodo invernale. Invoglia ad uscire di casa e, per chi si sente di muoversi, a camminare per boschi e sentieri di mezza montagna, di collina o di pianura. Le occasioni sono dettate dalla possibilità di muoversi insieme ad altri che resta, per i più, la maniera migliore per “andare” sentendo poco la fatica. Leggo sul sito di una delle tante, ormai, benemerite associazioni di moto in compagnia (“Camminare lentamente”) un comunicato suggestivo: domenica 9 febbraio, ritrovo a Dusino San Michele, in provincia di Asti, per inoltrarsi sui sentieri di “Rino” e conoscerne la storia.

Rino è il nome che i bambini della scuola elementare del paese, qualche anno fa, hanno dato al rinoceronte i cui resti fossili furono ritrovati nella seconda metà dell’800 durante gli scavi nella zona per costruire la ferrovia Torino-Genova. Meravigliosa scoperta che ci riporta al Pliocène, cioè a 3,5 milioni di anni fa, più o meno, dal momento che le datazioni delle ere geologiche sono a spanne, specialmente da parte di profani come il sottoscritto. Ciò che conta è che Rino, il cui scheletro ricostruito è conservato al Museo di Scienze Naturali di Torino, ci riporti a quel tempo remoto in cui la Pianura Padana corrispondeva a un golfo di fronte ad acque che stavano per ritirarsi lasciando dietro di sé una vegetazione tropicale, sacche di acquitrini, soprattutto animali feroci, fra cui gli zoologi segnalano tigri dalla dentatura particolarmente aguzza e mastodonti dalle dimensioni impressionanti.

Nel Pliocène l’Antardide corrispondeva a una distesa di foreste lussureggianti di verde e delle sue gradazioni. Con temperature che evocavano quelle registrate nei giorni scorsi in quella parte del mondo che ci ricorda il nostro pianeta estremo immerso nel ghiaccio e nel freddo.

Nel calpestare la terra argillosa e cangiante nel colore per la presenza, al suo interno, di materiali di scarico, lungo il sentiero del Crottino, fra Dusino San Michele e la vicina autostrada, ho provato a immaginare come il riscaldamento globale della Terra potrebbe riportarci verso quel tempo remoto grazie alla materializzazione del “rinoceronte fossile” ribattezzato semplicemente Rino dalla semplicità di un gruppo di bambini. E di qualcosa mi sto convincendo: scienze per addetti ai lavori come la paleontologia possono aiutarci concretamente a immaginare il futuro che verrebbe se non ci dessimo una regolata tutti insieme, singoli cittadini e istituzioni che ci governano, per modificare i nostri stili di vita in base alle raccomandazioni dei ragazzi di Friday for Future: non a caso l’anidride carbonica al tempo del Pliocène “viaggiava” nell’aria che respiriamo a livelli di concentrazione simili a quelli di oggi.

Il giornalismo civile è prezioso e questa storia non reggerebbe nemmeno un istante senza il bel servizio di Elena Dusi apparso il 6 aprile di un anno fa su la Repubblica. Già il titolo fa capire: “Bentornati nel clima del Pliocene: la CO2 mai così alta da tre milioni di anni”. Il sommario riassume i contenuti del testo: «L’Antardide era coperto dagli alberi e la temperatura era più alta di 3-4 gradi. Oggi per la prima volta abbiamo raggiunto i livelli di anidride carbonica di quell’epoca. Lo hanno scoperto dei climatologi tedeschi studiando proprio il ghiaccio del Polo Sud. Le emissioni di gas serra, nel frattempo, continuano a battere record in barba agli accordi. Unico esempio positivo: la Germania». Il testo scritto da Dusi informa che «la parte antica della calotta conserva minuscole particelle del gas del passato. […] Per gli studiosi del clima immergersi in quel manto bianco è stato come sfogliare un libro di storia. Estraendo il loro campione, i ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research hanno tracciato la poco rassicurante linea che unisce noi al Pliocène. La loro ricerca è su Science Advances». Dusi cita poi il Guardian «che ha deciso di pubblicare nello spazio riservato dal giornale alle previsioni del tempo i livelli di anidride carbonica misurati alle Hawaii dalla stazione di Mauna Loa. Dalla fine del Pliocène (1,6 milioni di anni fa) mai il termometro aveva segnato più di due gradi rispetto all’epoca precedente alla rivoluzione industriale (metà Settecento). Se le emissioni di gas serra continueranno così – proseguono gli studiosi – il limite di 1,5-2 gradi di riscaldamento fissato dagli accordi di Parigi verrà sicuramente superato. Anzi, si arriverà a +3 gradi , con un mare più alto di 50 centimetri alla fine del secolo».

Da aprile scorso arriviamo ai giorni nostri e a quel +18 gradi registrati al Polo Sud che ci spalancano scenari futuribili di ritorno al passato remoto della Terra popolata da mastodonti come il nostro Rino e da nessun uomo. Ecco perché proprio Rino e i suoi fratelli ridotti a scheletri pazientemente ricostruiti ed esposti in preziose teche in preziosi musei potrebbero diventare un utile strumento di comunicazione efficace per i cambiamenti climatici che non vogliamo vedere, a cominciare da chi ci governa, in particolar modo se le classi politiche al comando sono populiste e sovraniste e hanno i loro campioni in figure come Trump e Putin.

«Ognuno a casa sua fa ciò che vuole»: mai messaggio fu così ingannevole all’interno di un’economia globale, che la si voglia o no (ma la si vuole, altrimenti è la vecchia autarchia fascista, che ci aveva reso così poveri e ignoranti, tant’è che generazioni dopo c’è chi ne conserva i limiti).

Rino e i reperti fossili del Pliocène dovrebbero uscire dai musei. O meglio i musei dovrebbero diventare, come già si fa da qualche parte (per esempio, nel centro multimediale parigino della Villette), luoghi di frequentazione di massa. A cominciare dal Museo di Scienze Naturali di Torino dove si conservano i resti del nostro rinoceronte astigiano. Peccato che proprio quel museo sia chiuso da quasi sette anni. Esattamente dal 3 agosto 2013, in seguito allo scoppio di una bombola contenente gas inerte. A questo punto la storia si fa piccola piccola: il museo è ufficialmente chiuso per “restauri” avverte un’informazione prona e purtroppo ricorrente. Il 3 agosto 2013, in seguito all’incendio che si sprigionò, si scoprì che l’impianto di spegnimento non solo non aveva funzionato, ma che non poteva funzionare: non era stato collegato e nessuno aveva segnalato o messo mano all’anomalia. L’ultimo sito che abbia genericamente parlato di “restauri”, a settembre 2019, ha riportato anche una dichiarazione del nuovo assessore regionale competente che annunciava una graduale riapertura del museo entro la primavera 2020.

La questione è questa: pur allo stato fossile, Rino potrebbe diventare un ottimo testimonial per dare una mano a una più diffusa consapevolezza di ciò che accadrebbe alle generazioni future se non si pone argine ai cambiamenti climatici. Sul sentiero nei cui paraggi era stato ritrovato quasi duecento anni fa il nostro rinoceronte ho provato a immaginarlo vivo e quanto noi, le 180 persone con cui camminavo su quel sentiero, fossimo diventati improvvisamente formiche. Mi è sembrata l’idea di una comunicazione terribile ma efficace delle svolte epocali che ci possono attendere, prima o poi: gli uomini formiche spazzati via dal ritorno al Pliocène.

About Alberto Gaino

Alberto Gaino, giornalista a "il manifesto" nei primi anni Settanta, dal 1981 è stato cronista prima a "Stampa Sera", poi a "La Stampa". Negli ultimi 24 anni del suo lavoro si è occupato essenzialmente di cronaca giudiziaria. Ha seguito le principali inchieste della magistratura svoltesi a Torino. Da ottobre 2013 è prepensionato. Ha scritto, da ultimo, "Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione", Edizioni Gruppo Abele, 2017.

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