Contro il collasso climatico una “Internazionale della Terra”

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Quanto costa il collasso climatico in termini di vite, di miliardi di euro di danni, di posti di lavoro persi, di malattie, di guerre, di migrazioni forzate? Che dobbiamo fare per mitigarne gli effetti e invertire la rotta? Quale visione, e quali politiche sono in grado di rispondere alla crisi di sistema e garantire una vita e un futuro dignitoso per tutti? Sono alcune delle domande forti sollevate dallo sciopero climatico del 27 settembre lanciato dai ragazzi del FFF che non trovano risposte nelle scelte e nelle priorità della politica.  

Il collasso climatico è già in atto e bisogna fare molto di più che premiare le imprese che fanno green economy: utile, ma affidarsi esclusivamente ai privati come fanno il ministro dello sviluppo e il nuovo governo non significa certo avere un’idea di politica industriale e ambientale per evitare la catastrofe. Consegnarsi alla cosiddetta mano invisibile del mercato significa solo condannare tutti all’estinzione. 

L’ultimo rapporto del SNPA – Sistema nazionale di protezione ambientale – del 17 settembre denuncia un Paese in cui si continua a consumare suolo, mentre da sette anni sono chiuse nei cassetti le proposte di legge per impedirlo. Il Veneto e la Lombardia sono le regioni messe peggio. Un danno di oltre 3 miliardi di euro annui, molti di più se guardiamo in prospettiva. A questi potremmo sommare i 14 miliardi di euro denunciati dalla Coldiretti come danni all’agricoltura per l’aumento del caldo che brucia le nostre estati: sarebbero in realtà almeno il doppio se facessimo un’analisi più approfondita sul comparto. Il calcolo continua con le perdite in bilancio di molti Comuni per l’aumento solo in questo anno del 62% dei fenomeni metereologici estremi che hanno causato morti e danni enormi. Il cui impatto in termini di vite e di economia bruciata cresce esponenzialmente per l’incapacità degli amministratori e per l’assenza degli investimenti necessari per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e adeguarsi con politiche urbanistiche radicalmente diverse. Le ingiustizie ambientali e quelle sociali sono indissolubilmente legate.  

Il governo parla di “new green deal” ma non trova nemmeno le coperture per sostenere il decreto “ambiente” proposto dal ministro Costa. Non si trovano tracce di concretezza e coerenza ma solo slogan. Mancano misure efficaci a garantire la sostenibilità ecologica, non c’è nessuna politica industriale ed energetica pubblica adeguata alla sfida, non ci sono investimenti, né impegni in agenda. Si continua invece come se niente fosse a finanziare con decine di miliardi le lobby dei fossili e a sostenere il modello responsabile del collasso. In campo non c’è nessuna visione alternativa capace di sfidare i responsabili del collasso climatico che minaccia la nostra specie. E non ci salva di certo l’idea dello sviluppo sostenibile descritta dai teorici del disaccoppiamento (www.volerelaluna.it/ambiente/2019/09/12/linganno-della-green-economy/), visto quanto denunciato recentemente dallo European Environmental Bureau: è impossibile garantire la crescita economica in regime capitalista con la protezione dell’ambiente e la riduzione della CO2.  

Il 27 settembre siamo stati in piazza perché i cambiamenti climatici causati dal modello capitalista stanno già minacciando la sopravvivenza di noi esseri umani, non quella della Terra. L’impatto è già catastrofico e la contabilità dei morti, delle guerre per il controllo delle risorse rimaste, dei danni economici, dei milioni di esseri umani costretti a migrare, in continuo aumento. In questo contesto, in assenza di alternative, a rafforzarsi sono solo quei politici capaci di cavalcare la rabbia sociale. Non danno risposte ma spostano il problema altrove, coprendone le cause. Una maniera facile per non assumersi responsabilità e per coprire il grumo di interessi di cui sono espressione Bolsonaro, Trump, Salvini, Johnson, per citarne alcuni. 

Dobbiamo ribellarci con determinazione e forza a questo stato di cose e saldare con chiunque nel mondo prospettive, iniziative e pratiche in grado di rispondere alle due grandi esigenze dell’umanità: giustizia e sostenibilità. Dovrebbe essere obiettivo di tutti coloro che hanno a cuore la giustizia sociale e ambientale lavorare per costruire una “Internazionale della Terra” che sappia agire globalmente, perché solo a quel livello possiamo affrontare il tema del collasso climatico, promuovendo alternative, stimolando soluzioni, imponendo limiti e sanzioni. La scienza va ascoltata ma non è neutra. È la politica che dobbiamo riprenderci. 

Il 27 non abbiamo protestato per salvare il pianeta come erroneamente si continua volutamente a propagandare per confondere le acque. Siamo stati in piazza per ribellarci al modello economico e sociale che sta minacciando di estinguere la razza umana. La cosa è molto diversa. Ma dietro questa voluta ipocrisia si nasconde tutta la partita per neutralizzare la forza che potrebbe avere un movimento in cui si saldino i ragazzi del Friday for Future con i tanti soggetti per la giustizia ambientale e sociale che anche nel nostro Paese sono nati in questi ultimi 20 anni e rappresentano la più grande e concreta speranza di cambiamento. A questo invece dobbiamo lavorare: mettere insieme quanti, partendo da punti di vista diversi, si ritrovino nella necessità di puntare su un modello economico che superi il capitalismo e metta insieme i diritti umani e quelli della natura. Concretamente significa promuovere leggi, iniziative, investimenti, azioni, alleanze, che perseguano la giustizia sociale, ambientale ed ecologica. 

È l’unica strada che ci consente di far emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale definito sulla base di interessi materiali ed esistenziali che difendono il diritto della vita alla vita. È l’unica strada per sconfiggere l’egemonia culturale delle destre, rendendo “desiderabile” il cambiamento e non l’odio. È l’unica strada che rimette insieme il diritto al lavoro, il diritto alla salute e il diritto all’accoglienza, sconfiggendo la guerra tra poveri. È l’unica strada che garantisce il diritto al futuro che ci stanno rubando. È l’unica strada che permette di sconfiggere il razzismo sociale e ambientale prodotto dall’assenza di un’alternativa politica.   

L’articolo è pubblicato anche sul n. 39 di “Left”

About Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

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