Quale alternativa a bruciare i rifiuti?

image_pdfimage_print

Le cronache degli ultimi mesi segnalano sempre più roghi da rifiuti indifferenziati, in primis in Lombardia, a tal punto che le regioni del nord vengono definite “terre dei fuochi” con grande indignazione dei governi di centrodestra. Le cifre parlano chiaro: il 47,5% dei falò da rifiuti avviene nell’Italia del nord.

La prima considerazione da fare è che, se le combustioni si verificano in luoghi con un elevato numero di inceneritori “ufficiali” (dei 41 dell’intera penisola ben 27 si trovano al nord, di cui 13 in Lombardia), il controllo dell’intero ciclo dei rifiuti è totalmente insufficiente; questo alla faccia del buon governo leghista. La conferma di ciò è data dal fatto che, se una massa di rifiuti prende fuoco, le cause possono essere soltanto due: o la raccolta è pessima ed entrano rifiuti umidi che dovrebbero essere razionalmente separati, oppure l’incendio è doloso. In entrambi i casi il controllo latita.

Il paradosso è che alcuni amministratori, anziché cercare di gestire un oculato controllo del ciclo, richiedono l’aumento del numero dei “termovalorizzatori” (definizione edulcorata e inesistente negli altri paesi europei). Cosa fare dunque?

Semplicemente seguire le indicazioni della comunità europea che da anni suggerisce questi interventi in ordine di priorità: 1) prevenzione: il ciclo industriale deve razionalizzare le proprie produzioni al fine di diminuire gli scarti; 2) riutilizzo; 3) riciclo; 4) recupero di materia e produzione di energia.

Quali azioni a livello territoriale? Essenzialmente tre:

– diffondere la raccolta porta a porta a tariffa puntuale, con pagamento in base ai quantitativi di rifiuti prodotti senza altri parametri (la municipalizzata Contarina spa insegna);

– dotarsi in ogni provincia di impianti di compostaggio (diffondere la cultura del compostaggio domestico per vasi e giardini, che viene applicato a Genova da migliaia di famiglie!). Questo presuppone che la frazione umida debba essere trattata con la fermentazione aerobica (solo questa produce compost) in impianti relativamente vicini al luogo di produzione dei materiali. Sulle lunghe distanze il traffico veicolare provocherebbe esternalità negative (inquinamento da trasporto, eccessivo consumo di combustibili fossili ecc., il tutto per trasportare scarti di cucina e materia organica ad alto contenuto d’acqua: un’aberrazione);

– favorire, da parte delle amministrazioni, la produzione e la gestione di impianti di recupero e di riciclaggio dei rifiuti solidi, possibilmente a livello locale

Occorre ricordare che alcuni anni fa il MIT di Boston (quello, per intenderci, che pubblicò I limiti dello sviluppo su commissione del Club di Roma del nostro Aurelio Peccei) elaborò uno studio per il World Watch Institute in cui si fornivano questi numeri: con lo smaltimento di un milione di tonnellate di rifiuti solidi urbani (RSU) tramite inceneritori si creano 80 posti di lavoro; se invece si mettono in pratica raccolta differenziata e riciclaggio questo numero sale fino a 1600 (lavoro stabile e, come direbbe il vecchio Marx, “ad alto valore d’uso”).

E ora due parole sugli inceneritori.

Gli inceneritori, o termodistruttori, sono impianti di smaltimento che bruciano i rifiuti allo scopo di ottenerne una riduzione in peso e in volume. I termodistruttori (e non termovalorizzatori) non distruggono i rifiuti, ma li trasformano in ceneri, scorie ed emissioni tossiche. Oltre a non risolvere il problema delle discariche, perché le ceneri dovranno essere smaltite, a loro volta, in discariche per rifiuti speciali, gli inceneritori non fanno fronte nemmeno all’emergenza-rifiuti (in quanto la costruzione di un impianto richiede anni di lavoro) e, soprattutto, vanno contro ogni forma di prevenzione dei rifiuti. A controverso quadro intorno a questi impianti, va senza dubbio sottolineato l’impatto di questa tecnologia sulla salute pubblica (vedi rapporto di ISDE – Associazione internazionale dei medici per l’ambiente).

Per quanto riguarda gli impianti di compostaggio, se ben gestiti e tecnologicamente avanzati, hanno un impatto ambientale praticamente nullo, simile a quello di un’azienda agricola (producono sostanzialmente solo tre componenti: acqua, CO2 e humus). Tutto ciò può avvenire esclusivamente nel caso che nell’umido non vengano ammesse impurità (metalli, vetro, plastiche non biodegradabili) o sostanze potenzialmente interferenti sulle fermentazioni che producono compost di qualità al fine di arricchire di sostanza organica anche colture biologiche (vedi ASA municipalizzata di Tivoli).

Nei casi più virtuosi la raccolta differenziata raggiunge percentuali considerevoli (dall’80% di Contarina spa al 92,4% di Ponte delle Alpi) e non a caso le realtà citate sono aziende municipalizzate. La logica conseguenza è la diminuzione delle tariffe (anche oltre il 20%) per i ricavi ottenuti dalla eccellente qualità dei prodotti differenziati e riciclati.

Con queste premesse occorrerebbe chiudere progressivamente gli inceneritori esistenti anziché costruirne di nuovi! Per inciso, è bene ricordare che anche gli inceneritori, nonostante i filtri, emettono diossina (anche se in misura minore degli incendi “spontanei”): proprio la diossina, sostanza definita alcuni anni fa dall’agenzia per la protezione ambientale statunitense – EPA – «il più potente cancerogeno di sintesi».

Concludendo. Affinché tutto ciò avvenga (questa è vera “economia circolare”) occorre grande educazione da parte dei cittadini e un attento controllo da parte delle istituzioni locali.

Poniamoci a questo punto alcune domande. Conviene tutto ciò a una multiutility che fa profitto sui grandi impianti (meno differenzia, più brucia, più guadagna), ha come primi referenti gli azionisti anziché la comunità e, essendo quotata in borsa, ha dirigenti che sono fuori dai vincoli di retribuzione dei gestori statali (240.000 euro annui)? Ricordiamo a proposito che il presidente di IREN percepisce, in base agli utili, 726.000 euro: un vero e proprio scandalo pagato con aumenti in bolletta.

Lasciamo l’economia di scala, così cara a economisti mainstream e imprenditori privati, ad altri settori; per i beni comuni non funziona, né tecnicamente, né eticamente.

About Sergio Simonazzi

Sergio Simonazzi, veterinario, studia da sempre il ciclo dei rifiuti. È tra gli animatori della “Università invisibile” di Reggio Emilia.

Vedi tutti i post di Sergio Simonazzi