Grandi opere e devastazione ambientale

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È morto due giorni fa, all’età di 93 anni, Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ambientalismo non solo italiano, coerente e inascoltato sostenitore della necessità scientifica di porre dei limiti alla crescita: non per ragioni ideali ma per la decisiva ragione che il mondo e la materia non sono infiniti. Portò la sua battaglia anche in Parlamento, come indipendente eletto nelle fila del Pci negli anni dal 1983 al 1992. Senza successo, come ebbe a scrivere 25 anni dopo: «Nel 1992 è finita una maniera di vivere la politica. Ricordo una delle ultime iniziative del mio mandato parlamentare, in Puglia. Fui invitato a parlare in una discoteca, unica volta in cui vi ho messo piede: naturalmente nessuno ascoltava. Mi resi conto che un partito che, per adeguarsi, teneva i comizi in discoteca rappresentava un mondo finito […]. Era finita anche per me. Nascevano altre associazioni, altre persone si affacciavano nel movimento e ormai ero un “vecchio”, talvolta benignamente definito ancora come “padre” dell’ambientalismo, ma ingombrante residuo di un altro mondo. Nasceva l’ambientalismo scientifico: non bisogna sempre dire no, bisogna pure fare qualcosa e io come vecchio contestatore, un po’ anarchico, non servivo più. L’ambientalismo sembrava, ai miei occhi, occasione per ottenere assessorati e cariche pubbliche, ricerca di sovvenzioni e sponsorizzazioni. Si era passati dalla critica e dalla contestazione all’omologazione».
In suo ricordo – e a nostra memoria – riportiamo qui, per gentile concessione dell’editore, uno stralcio di uno dei suoi ultimi scritti, il libro intervista con Valter Giuliano Non superare la soglia. Conversazioni su centocinquant’anni di ecologia (Edizioni Gruppo Abele, 2016).

Da qualche tempo ci sono due argomenti che animano il dibattito: la costruzione della galleria di base attraverso le Alpi per la linea ad alta velocità Tav Torino-Lione e la costruzione del Ponte di Messina, che periodicamente ritorna nelle agende dei vari governi.

Alle due opere vengono rivolte varie obiezioni di carattere sociale, ambientale, tecnico eccetera. La galleria del Tav in Valle di Susa potrebbe incontrare molteplici difficoltà tecniche, arrecherebbe alterazioni ambientali nella valle e via seguitando; il ponte sullo Stretto di Messina potrebbe essere difficile da realizzare, passerebbe in territori esposti a sismicità, richiederebbe vie di accesso dalla parte calabrese e siciliana con profonde alterazioni del territorio. E, poi, ci sono obiezioni sull’attendibilità dei costi reali e dei benefici monetari: si sa che le previsioni sono difficili e nella recente storia industriale italiana abbiamo visto troppi conti sbagliati, troppe previsioni avventate. Il dibattito investe e lacera i partiti, anche nella sinistra, mette ancora una volta in conflitto i diritti e le speranze delle popolazioni locali e i diritti e le speranze dei lavoratori. E tralascio tutto il dibattito sotterraneo fra imprese, fra scienziati e consulenti tecnici, e poi le speranze dei paesi europei che ci mettono una parte dei soldi e che si aspettano una frazione dei profitti nonché le speranze delle organizzazioni criminali di nuovi profitti.

L’investimento di pari cifre, in dieci anni, per opere pubbliche di difesa del suolo, di sistemazione del corso dei fiumi, di rimboschimento, di piani antisismici permetterebbe allo Stato di evitare costi ben superiori alle ipotetiche entrate conseguenti all’investimento richiesto per la ferrovia Torino-Lione e per il ponte sullo stretto di Messina. In altre parole, se si avviasse un programma decennale di spese di 2 miliardi di euro all’anno per difesa del suolo, arginatura dei fiumi, rifacimento dei sistemi fognari, sistemazione delle strade esposte a erosione, ricostruzione del manto vegetale e via elencando, dopo 10-15 anni si ridurrebbe a zero (o diminuirebbe grandemente) il costo che stiamo pagando ogni anno, da decenni, per il risarcimento dei danni provocati dalla mancanza di difesa del suolo. La stima di un costo per la collettività di vari miliardi di euro all’anno nell’ultimo mezzo secolo, dall’alluvione di Firenze del 1966 (dovuto alla mancata difesa del suolo e al mancato riassetto del territorio), è stata fatta attraverso una indagine relativa a tutte le frane e alluvioni che si sono verificate, calcolando in ciascun caso quanto lo Stato ha dovuto spendere per risarcimento dei danni (dalla distruzione di edifici pubblici e privati, di strade e ponti alla perdita del valore di raccolti agricoli, alla perdita di lavoro e produzione per i danni alle fabbriche e alle attività economiche etc.). A questi costi pubblici vanno aggiunti costi privati per ritardi negli spostamenti, per tempo perduto eccetera. Senza contare che il dolore e i morti non hanno posto o non figurano come costi nelle contabilità monetarie.

Nel 1951, l’anno della grande alluvione del Polesine e del grande dolore nazionale, ci si rese conto che la ricostruzione dell’Italia avrebbe dovuto dare priorità alle opere di difesa del suolo. Indagini e inchieste misero in evidenza la fragilità di molti corsi d’acqua, oltre al Po, in cui i detriti dell’erosione si erano depositati nell’alveo e avevano fatto diminuire la capacità ricettiva dei corpi idrici. Inoltre era già stata avviata una graduale occupazione e privatizzazione delle fertili zone golenali, originariamente appartenenti al demanio fluviale perché ne fosse conservata, libera da ostacoli di edifici e strade, la fondamentale proprietà di accoglimento delle acque fluviali in espansione nei periodi di intense piogge. Il “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato reso possibile dalla moltiplicazione di quartieri di abitazione, di fabbriche, strade e attività di agricoltura intensiva che richiedevano una crescente occupazione del territorio, nelle pianure e nelle valli. Nello stesso tempo l’intensa migrazione interna dalle zone più povere e dissestate del Mezzogiorno verso un Nord che prometteva lavoro in fabbrica e paesi e città più vivibili e con migliori servizi, ha lasciato vaste zone del Mezzogiorno, delle isole e delle montagne e colline esposte all’abbandono umano, a un crescente degrado del territorio e a una serie crescente di frane e alluvioni. Per una nuova politica del territorio, per avviare serie iniziative di difesa del suolo non servì neppure la frana di un pezzo del monte Toc nel bacino del Vajont, con i relativi duemila morti, del 1963. E neanche la grande alluvione di Firenze e Venezia del 1966, un altro momento del grande dolore nazionale; anche allora fu riconosciuta nel dissesto territoriale la causa prima della tragedia. Fu istituita la Commissione De Marchi che riferì al Parlamento che occorrevano investimenti di diecimila miliardi di lire di allora in dieci anni per opere di difesa del suolo.

Da allora non solo è stato fatto poco ma la situazione è peggiorata. Nei decenni passati la costruzione di edifici e strade e l’abusivismo con i relativi provvidenziali condoni, hanno continuato ad alterare profondamente, in maniera accelerata, la superficie del suolo creando ostacoli al deflusso delle acque; si è innescata una reazione a catena che ha fatto aumentare l’erosione del suolo, i detriti dell’erosione hanno invaso gli alvei di fiumi, torrenti e fossi e, di conseguenza, è diminuita la loro capacità di ricevere l’acqua, soprattutto a seguito di piogge più intense. Nello stesso tempo si sta assistendo a modificazioni climatiche planetarie che alterano i cicli delle stagioni e delle piogge. Di conseguenza sempre più spesso il territorio e la collettività sono e saranno esposti a frane e alluvioni che distruggono edifici, strade, raccolti; sempre più spesso le comunità danneggiate richiedono la dichiarazione di stato di calamità, e lo Stato deve risarcire i danni provocati da “calamità” considerate “naturali” ma che tali non sono (sono piuttosto dovute a errori e imprevidenza umani: per evitarli la politica della “protezione civile” dovrebbe essere sostituita con una cultura della “prevenzione”). Molti dei danni potrebbero essere evitati spendendo soldi pubblici, mediante investimenti che generano ricchezza pubblica anche sotto forma di soldi non spesi per il risarcimento del valore monetario dei danni evitati. Proprio come aveva suggerito la Commissione De Marchi. Occorrerebbe lanciare un new deal, un nuovo corso, un nuovo patto fra il Governo e il popolo, un programma di opere pubbliche serio per prendersi davvero cura della nostra fragile penisola ed evitare costi futuri, quindi per far aumentare la ricchezza futura. Quel programma dovrebbe comprendere molte azioni, tutte in genere difficili e sgradevoli.

Si dovrebbe partire da un’indagine dello stato del territorio, oggi facilmente eseguibile con mezzi tecnico-scientifici come rilevamenti satellitari e aerei. In gran parte si tratta di mettere insieme dati e informazioni già disponibili, ma spesso sparsi per diversi ministeri e agenzie, nonché tra le Regioni. In parte è stato fatto, o avrebbe dovuto essere fatto, nell’ambito delle autorità di bacino idrografico secondo quanto richiesto dalla legge 183 per la difesa del suolo del 1989; in parte fu, avrebbe dovuto essere, predisposto dal decreto del 1999 dopo l’alluvione di Sarno. Le speranze riposte in quella legge si sono disciolte davanti agli appetiti delle Regioni che ragionavano secondo i confini amministrativi e non secondo i confini dei bacini idrografici disegnati dalla natura come avrebbe voluto la normativa. Si tratta di ricomporre, integrando eventuali mancanze, indagini che rilevino le vie di scorrimento delle acque dalle valli verso il mare e gli ostacoli attualmente esistenti a tale flusso, rivo per rivo, fosso per fosso, torrente per torrente, fiume per fiume.

Il secondo passo dovrebbe consistere nell’indicazione, in base all’indagine sullo stato del territorio, dei luoghi in cui non devono essere fatte nuove opere, come costruzioni di edifici e infrastrutture, e di quelli in cui sarebbe opportuno localizzarle in modo da non interferire con il deflusso senza ostacoli delle acque. Le decisioni conseguenti alla pianificazione dell’uso del territorio comportano tuttavia due sgradevolissime conseguenze: la modificazione del valore di molte proprietà private e la necessità di una moralizzazione della pubblica amministrazione (alla quale dovrebbe essere iniettato il coraggio di “dire no” alle pressioni dei molti soggetti interessati alla rendita fondiaria).

Come terzo passo, l’indagine sullo stato del territorio dovrebbe indicare la necessità di rimuovere gli ostacoli al flusso delle acque: edifici o opere costruiti, abusivamente o anche “legalmente”, a fianco dei torrenti e fossi, talvolta nelle golene e negli alvei; arginature fatte per aumentare lo spazio occupabile a fini economici e che fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque; ponti, strade e opere in zone esposte a erosione, alluvioni e frane. In tali casi sarà una scelta politica trovare forme di indennizzo per i costi di spostamento e di demolizione di proprietà private o di opere pubbliche; in qualche caso basta eliminare la cementificazione dei fianchi di colline; in altri si tratta di recuperare e riattivare antiche note pratiche di drenaggio delle acque, abbandonate in seguito allo spopolamento delle colline e montagne; in altri ancora si tratta di praticare una pura e semplice “pulizia” di canali e torrenti. Opere di “manutenzione idraulica” esattamente equivalenti alla manutenzione che viene praticata sulle strade, negli edifici, ai macchinari, ma mirate al riequilibrio idrogeologico.

Come quarto passo occorrerebbe trarre dall’indagine l’indicazione delle variazioni, nei decenni, della capacità ricettiva di torrenti e fiumi. Tale variazione è dovuta sia al deposito nell’alveo di prodotti dell’erosione, sia all’escavazione di sabbie e ghiaie. Nel primo caso le acque piovane tendono a uscire dagli argini e ad allagare le zone circostanti, e non servono le opere di innalzamento o cementificazione degli argini, ché anzi aggravano la situazione, trasferendo a valle materiali che ostacolano altrove il deflusso delle acque. Nel secondo caso i vuoti lasciati dall’escavazione fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque in movimento. Va anche tenuto presente che quanto avviene nel corso di fiumi e torrenti influenza i profili delle coste provocando avanzata o erosione delle spiagge, con conseguente interramento dei porti o perdita di zone di valore economico turistico (e quindi, ancora una volta, costi per la collettività e per privati). Normalmente si ragiona in termini di rimboschimento delle terre esposte a erosione. Il rimboschimento tradizionale richiede pazienza, cultura e conoscenza delle caratteristiche del suolo, oltre che delle specie vegetali, e tempo e manutenzione perché il trasferimento delle piante dai vivai al terreno è opera lunga e delicata. Ma l’attenuazione del moto delle acque è svolto anche dalla vegetazione “minore”, dalla macchia e dalla vegetazione spontanea. Purtroppo, peraltro, esiste un’anticultura che suggerisce o impone la “pulizia”, intesa come distruzione, del verde, dalle campagne alle valli, ai giardini privati e pubblici urbani. La macchia è spesso estirpata per lasciare spazio a strade, parcheggi o edifici: non ci si rende conto che ogni foglia, anche la più piccola e insignificante, anche quella che cresce negli interstizi delle strade, ha un ruolo positivo non solo come “strumento” per sequestrare dall’atmosfera un po’ dell’anidride carbonica (responsabile dell’effetto serra e dei mutamenti climatici) ma anche per contribuire allo scambio di acqua fra il suolo e l’atmosfera essendo l’acqua la fonte vera della vita anche economica. Alla distruzione del poco verde contribuiscono la gestione del territorio agroforestale, l’abbandono dell’agricoltura di collina e montagna, la diffusione di seconde case e attrezzature sportive proprio nelle valli (che sono una parte molto desiderabile del territorio), la mancanza di “amore” per la vegetazione (che è la forma prima di “vita” dalla quale dipendono tutte le altre forme di vita umana ed economica). La poca cura e protezione del verde spontaneo è la fonte degli incendi (alcuni, molti provocati proprio per sgombrare il terreno dal verde che ostacola costruzioni e speculazioni) che, a loro volta, lasciano il terreno esposto a crescente erosione.

Secondo le regole della società dei consumi e del libero mercato quanto sin qui esposto, come auspicabile alternativa alle opere pubbliche ufficiali, è assolutamente irricevibile. Nessuno lo farà perché ciò supporrebbe una svolta verso un modo di amministrare la cosa pubblica ‒ le acque, i fiumi, il suolo ‒ nell’interesse collettivo, a difesa dei beni comuni. Una cosa da evitare con ogni mezzo, secondo il pensiero ufficiale corrente: meglio Tav e Ponte!

 

About Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia (23 aprile 1926 – 3 luglio 2019), professore di merceologia presso la Facoltà di Economia dell’Università di Bari fino al 1995, è stato uno dei massimi esponenti dell’ambientalismo italiano. Il suo imponente archivio (Archivio Giorgio e Gabriella Nebbia) è ospitato presso il Centro di storia dell'Ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

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