Il nuovo sciopero climatico degli adolescenti, i media, la politica

image_pdfimage_print

Il prossimo 24 maggio tornano in strada i ragazzi dello “sciopero climatico”.

Cosa aspettarsi da media e politica? La provocatoria stupidità a pagamento dei portatori di smog alla Libero che negano la crisi ecologica oppure l’ode ipocrita ai nuovi leader (?) adolescenti che si faranno carico di “salvare la Terra” entro 11 anni altrimenti moriamo tutti?

Entrambe le letture non ci consentono di capire le ragioni che spingono decine di migliaia di ragazzi italiani a scendere in piazza e non ci permetteranno di comprendere la posta in gioco. Ridicolizzare, personalizzare e semplificare i problemi posti dal movimento per la giustizia climatica, è la strategia utilizzata per nascondere problemi e responsabilità. Le risposte alle domande forti poste dai movimenti per la giustizia climatica non arriveranno dagli slogan e dalle false soluzioni del Governo, né da chi in questo momento se ne professa oppositore.

Questa classe dirigente ha girato la testa per anni dall’altra parte, ignorando l’origine della crisi, non comprendendo la relazione tra disuguaglianze sociali e distruzione ambientale, tra cambiamenti climatici e diritto alla salute, tra diritto al lavoro e crisi ecologica, tra migrazioni e distruzione delle condizioni di riproducibilità della vita in giro per il pianeta. Hanno sprecato 20 anni delle nostre vite e del futuro dei nostri figli. E nemmeno oggi riescono a capire che siamo prossimi al collasso se non interverremo radicalmente e in maniera strutturale per cambiare la nostra base produttiva, modificando produzioni e stili di vita. Un’occasione unica e irripetibile per rimettere a posto le cose rotte e capovolte da questi ultimi decenni di capitalismo terminale.

Questa la posta in gioco e il massaggio che mandano decine di migliaia di ragazzi. Con la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica creeremmo un numero di posti di lavoro sette volte superiore a quello della filiera dei fossili. Con la decarbonizzazione avremmo città più vivibili, territori e agricoltura più sani, imprese all’avanguardia sul mercato e competitive grazie alla produttività collegata alla materia prima e non al costo del lavoro. Risparmieremmo annualmente intere manovre finanziarie evitando i costi ambientali e sociali provocati dagli effetti e dall’impatto dei cambiamenti climatici che ogni anno valgono più di 40 miliardi euro.

Solo questa primavera il nostro Paese ha avuto 175 eventi metereologici estremi, il 62% in più rispetto all’anno precedente. L’emergenza climatica e l’eccezionalità della crisi ecologica nel suo complesso sono ormai la norma.

Che faranno il nostro Governo, le opposizioni in Parlamento e i principali media dinanzi a tutto questo?

Parleranno del colore dei capelli di Greta, ci diranno che non esistono i cambiamenti climatici, o che faranno di tutto per prevenirli a partire da progetti come il TAV, investendo in perforazioni, sostenendo fiscalmente i fossili e l’agrobusiness, privatizzando acqua e servizi basici e portando avanti politiche di austerità? Oppure quando parliamo del Friday for Nature e dell’urgenza della giustizia ecologica potremo finalmente discutere di politiche industriali, energetiche, agricole, economiche, migratorie, alimentari e internazionali? Perché di questo stiamo concretamente parlando quando affrontiamo l’impatto dei cambiamenti climatici e le modalità con cui dovremmo adeguarci e mitigarne gli effetti.

L’articolo è pubblicato su “Il Paese sera” del 20 maggio 2019

About Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

Vedi tutti i post di Giuseppe De Marzo