I limiti della crescita e la nostra salvezza

image_pdfimage_print

Dal 1972 parliamo in maniera approfondita di questioni ambientali e delle conseguenze del modello produttivo ed estrattivo capitalista sulla popolazione e sugli ecosistemi.

Era stato appena dato alle stampe The limit to growth, I limiti della crescita. Commissionato dal Club di Roma ad alcuni scienziati dell’MIT di Boston, denunciava già 47 anni fa i rischi per la sopravvivenza umana prodotti da un modello di sviluppo fondato sull’idea della crescita economica infinita, a fronte di un pianeta con risorse finite. Dal 1986 parliamo di sviluppo sostenibile e dal 1995 abbiamo fatto 24 conferenze mondiali sul clima, due incontri mondiali per la Terra.

Quasi tutte le grandi multinazionali parlano di green economy e si autocelebrano per la loro preoccupazione nei confronti dell’ambiente. Eppure siamo dinanzi alla più grave crisi ecologica della storia dell’umanità. È evidente che quanto ci viene proposto dalla governance liberista non funziona e che le promesse e gli impegni sono stati traditi. Questo sistema è per sua stessa ammissione insostenibile socialmente ed ecologicamente. Per la prima volta è la nostra sopravvivenza ad essere messa in discussione.

Non è la Terra che deve salvarsi, ma i suoi figli. La Terra sta già trovando nuovi equilibri per garantire il continuum della vita e se non ci adeguiamo e adattiamo alle mutate condizioni, la nostra presenza come specie umana è a rischio. Già oggi i cambiamenti climatici, che sono solo una parte della crisi ecologica, causano milioni di morti, danni per centinaia di miliardi di euro. Per questo sono ritenuti la più grave minaccia alla specie umana.

Distruggere le condizioni di vita del pianeta si traduce per noi, natura umana, in disastri sociali, economici, alimentari, energetici, migratori, finanziari, politici. Basterebbe pensare al dato dei migranti ambientali: sono 157 milioni gli esseri umani che dal 2008 al 2014 sono stati costretti a lasciare affetti, case e paesi. Ogni anno perdiamo 7 milioni di ettari di foreste, e abbiamo perso già il 65 per cento delle zone umide del pianeta, che da sole sono capaci di assorbire 50 volte in più CO2 rispetto alle foreste.

Ogni anno il giorno in cui consumiamo le risorse del pianeta prima che possano essere rigenerate arriva sempre prima. Nel 2018 è stato il primo agosto. La prima volta che è capitato era il 1970, ed era il 29 dicembre.

In meno di cinquanta anni il sistema di sviluppo capitalista ha contratto un debito gigantesco con la Terra: uno spread ecologico che si traduce in aumento di disuguaglianze e povertà e in perdita di ricchezza netta. Significa che se vogliamo raggiungere la giustizia sociale, la precondizione è quella di garantire la giustizia ambientale. I ragazzi che manifestano per mettere al centro delle priorità politiche la lotta ai cambiamenti climatici hanno perfettamente compreso questa relazione. Per questo si sentono giustamente traditi da una classe dirigente ormai incapace persino di capire quanto sia in gioco.

Se vogliamo evitare che la temperatura del pianeta cresca tra i 2 e i 4 gradi C, dopo aver indicato in un massimo di 1,5 gradi l’innalzamento consentito, bisogna ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento entro il 2020 e dell’80 per cento entro il 2040. In concreto significa: moratoria sulle estrazioni petrolifere e riduzione dei prelievi ancora operativi; investire nella riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica; stop agli investimenti in impianti fossili; sostegno finanziario a fonti rinnovabili e comunità energetiche; riorganizzare la mobilità attraverso interventi pubblici e un lavoro culturale e di sensibilizzazione che agisca nel medio lungo periodo; contrasto all’agrobusiness, tra i principali inquinatori e avvelenatori del pianeta, per un’agricoltura biologica, multicolturale e multifunzionale; fine delle politiche di austerità per promuovere investimenti diretti nel lavoro; nessun finanziamento a megaprogetti inefficaci socialmente ed ecologicamente come il TAV o il TAP.

È questa l’unica agenda del cambiamento possibile e desiderabile, capace di garantire giustizia sociale, ambientale ed ecologica, il diritto al lavoro, il diritto alla salute e i diritti di Madre Terra.

L’articolo è pubblicato anche su “Il Paese Sera”

About Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

Vedi tutti i post di Giuseppe De Marzo